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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 18 gennaio 2014

Ravaioli e Parlato, dialogo sul rosso e il verde

Un ricordo di Carla Ravaioli, utile per chi voglia proseguire il suo lavoro. Il  suo dia­logo con Valen­tino Par­lato, apparso sul mani­fe­sto del 4 feb­braio 2007 e  ivi ripubblicato il 18 gennaio 2014. con postilla


 Carla e Valen­tino, un’ecologista e un eco­no­mi­sta, hanno dispu­tato per anni sui pro­blemi cen­trali della vita. Discu­tendo anche molto ani­ma­ta­mente, come dimo­stra anche que­sto arti­colo. Dal quale emerge che è pos­si­bile agire, evi­tando di pro­durre merci inu­tili, tanto per comin­ciare. Poi sce­gliendo un piano che sap­pia unire gli sforzi di eco­no­mia ed eco­lo­gia sal­vando forse così l’ambiente.

[..]Valen­tino.. D’accordo, avete ragione. Però tra voi ambien­ta­li­sti c’è una com­po­nente di fon­da­men­ta­li­smo, che nuoce.
Carla. Con quello che sta suc­ce­dendo, ti sem­bra il caso di par­lare di fon­da­men­ta­li­smo?
V. Mi rife­ri­sco a quelli che mi annun­ciano di con­ti­nuo la fine del mondo. E se domando quando acca­drà, mi rispon­dono: tra 5.000 anni. E io dico: chi se ne frega.
C. Oggi nes­suno ti dirà nulla del genere. Il Wwf ha par­lato del 2050, data da cui comin­ce­remo a con­su­mare il Pia­neta, non più i suoi frutti. La Com­mis­sione Euro­pea pone i pros­simi cinquant’anni come lo spa­zio entro cui dovremo darci molto da fare per con­te­nere l’effetto serra, se no saranno guai tre­mendi…
V. Ma voglio insi­stere sui lati deboli dell’ecologismo. Anche tu, in un libro, scrivi di una mer­ci­fi­ca­zione dell’ecologia, attra­verso la pub­bli­cità o che altro…
C. Ma non vedo come que­sto possa appa­rire un lato debole dell’ecologismo. E’ invece la denun­cia di un feno­meno tipico dello stesso sistema che, facendo merce di ogni cosa, e mol­ti­pli­can­done all’infinito la pro­du­zione, crea lo squi­li­brio eco­lo­gico.
V. Cioè, l’economia capi­ta­li­stica rie­sce a inte­grare, a tra­sfor­mare in merce anche le vostre posi­zioni?
C. Accade, sì. Pensa al busi­ness verde che oggi tutti inse­guono furio­sa­mente… ti pare un fatto posi­tivo? Che riduca il rischio ambien­tale?
V. No.
C. Appunto. Io cito que­sto fatto per sot­to­li­neare la per­va­si­vità, l’onnipresenza, la capa­cità di rag­giun­gere ogni espres­sione della realtà che sono tipi­che del neo­li­be­ri­smo. Il con­su­mi­smo, una delle cause prime della crisi eco­lo­gica, nasce così, con una mani­po­la­zione con­ti­nua dei cervelli.
V. Avete un atteg­gia­mento strano. Lo trovo anche scor­rendo i tuoi scritti… L’economia, che era la radice del pro­gresso e del benes­sere, è diven­tata cat­tiva.
C. L’economia capi­ta­li­stica…
V. Voi enfa­tiz­zate in modo fon­da­men­ta­li­stico l’ idea che la distru­zione dell’ambiente dipende dal capi­ta­li­smo, dai mec­ca­ni­smi di accu­mu­la­zione.
C. Non c’è pro­prio biso­gno di enfa­tiz­zare. E’ l’accumulazione in sé che con­trad­dice la realtà natu­rale. Insomma, se vogliamo farci capire da chi ci legge, devi lasciarmi riba­dire i punti fon­da­men­tali del pro­blema. 1) Il nostro pia­neta è una quan­tità finita e non dila­ta­bile, inca­pace quindi di ali­men­tare un’economia in con­ti­nua cre­scita (ricor­dando che tutto quanto si pro­duce è «fatto» di natura, mine­rale, vege­tale, ani­male); 2) Ana­lo­ga­mente, il pia­neta non è in grado di assor­bire, meta­bo­liz­zare e neu­tra­liz­zare i rifiuti, solidi, liquidi, gas­sosi, deri­vanti da ogni tipo di pro­du­zione. I quali inqui­nano terra, acque, aria, cau­sando lo squi­li­brio dell’ecosfera.
V. Rifiuti che diven­tano un’altra base di spe­cu­la­zione capi­ta­li­stica…
C. Sì, ma è un aspetto minore, un «danno col­la­te­rale».
V. Sei tu che ne parli.
C. Certo, ma ne parlo in poche righe su un intero libro, nean­che tanto pic­colo. A me pare che tu, da sem­pre noto­ria­mente in posi­zione di dra­stico rifiuto verso l’ambientalismo, oggi che è ormai impos­si­bile negare l’esistenza del pro­blema, tendi a cogliere gli aspetti più discu­ti­bili della mili­tanza verde. Che esi­stono, come no, ma che inse­riti innan­zi­tutto nel discorso gene­rale acqui­stano un altro valore… Non è così che potrai negare o smi­nuire la gra­vità della crisi ecologica.

V. Secondo me l’ambientalismo attuale è roman­tico. Se dite che i gua­sti dell’ambiente sono cau­sati dal capi­ta­li­smo, dovete dire di con­se­guenza: il nemico prin­ci­pale da abbat­tere è il capitalismo.

C. Io lo dico. Anche in que­sti pochi scritti miei che hai scorso. Ma non solo io. Gran parte degli autori più qua­li­fi­cati che si occu­pano della mate­ria, da Gorz a Daly, a Martinez-Allier, a Gio­ve­nale, a Pas­set, a Foster, a Beck, a Cini, (per limi­tarmi a pochi nomi) accu­sano il capi­ta­li­smo. Ma anche chi non lo nomina diret­ta­mente, lo dice quando indica la cre­scita illi­mi­tata come respon­sa­bile del dis­se­sto eco­lo­gico. Certo, c’è anche un bel po’ di ambien­ta­li­sti che evi­tano con cura di accu­sare il capitalismo.
V. Io sono un vete­ro­co­mu­ni­sta, e quindi penso che per bloc­care il disa­stro del mondo ci vuole un potere.
C. Fac­cio fatica a seguirti su que­sta strada…
V. Insomma come lo bloc­chi il disa­stro del mondo?
C. Io credo che occorra una rot­tura cul­tu­rale, una discon­ti­nuità sto­rica. Il mondo cam­bia senza sosta. Le vec­chie rivo­lu­zioni non ser­vono più. Oggi biso­gne­rebbe libe­rare i cer­velli: il con­su­mi­smo è una delle peg­giori forme di cor­ru­zione men­tale, anzi esi­sten­ziale, oltre che una delle prime cause del gua­sto eco­lo­gico.
V. Il con­su­mi­smo non è colpa dei con­su­ma­tori, ma dei pro­dut­tori che spin­gono i con­su­ma­tori a con­su­mare.
C. Ma è quello che ho appena detto. E lo dico da una vita.
V. Allora, sic­come i pro­dut­tori sono forti, come ne abbatti il potere?
C. Prima di dare le rispo­ste (che io ovvia­mente non ho, che credo nes­suno oggi abbia) forse si dovrebbe cer­care di porre le domande giu­ste. Temo che quella che tu poni non lo sia. Il fatto è che fa rife­ri­mento ai modelli sto­rici delle sini­stre, che non ser­vono più. La sto­ria è una lunga serie di fatti che prima non c’erano stati. La Rivo­lu­zione Fran­cese, la Rivo­lu­zione Sovie­tica, sono stati eventi mai acca­duti prima. E se oggi l’intera comu­nità scien­ti­fica mon­diale chiede il taglio del 60% dei gas serra, que­sta è una rivo­lu­zione.
V. Allora anche Kyoto è stata una rivo­lu­zione …
C. Avrebbe potuto esserlo, ma la timi­dezza delle pro­po­ste, e soprat­tutto l’ostilità dei grandi poten­tati eco­no­mici, e la man­cata firma di nume­rosi stati, Usa in testa, l’hanno di fatto vani­fi­cata. E’ rima­sta però un pre­ciso ante­fatto per tutte le diret­tive a seguire. Ma, per­met­timi, provo a girare a te la domanda. Tu chi attac­che­re­sti? Dato e non con­cesso che in difesa dell’ambiente tu voglia abbat­tere que­sto potere, da dove comin­ce­re­sti?
V. Comin­ce­rei dagli oppressi. Un’organizzazione forte e anche vio­lenta degli oppressi, tale da imporre il suo potere. Per­ché com­bat­tere il con­su­mi­smo, signi­fica fron­teg­giare inte­ressi for­tis­simi, e ci vuole un forza enorme per vin­cerli.
C. Quali oppressi? Ce n’è di tanti tipi… Io pro­ve­rei a fare un altro discorso. Tra le sini­stre e l’ambientalismo, non’ c’è mai stato un fee­ling posi­tivo. Credo che sia stato un grave errore, delle sini­stre innan­zi­tutto, ma anche dei Verdi. Quando si litiga ognuno dà il peg­gio di sé. L’errore delle sini­stre è innan­zi­tutto aver tra­scu­rato il fatto che a pagare più pesan­te­mente i danni ambien­tali sono sem­pre i poveri. Sono gli ope­rai che lavo­rano su pro­cessi tos­sici e can­ce­ro­geni. I morti della Mon­te­di­son, di Seveso, di Boh­pal, te li ricordi? Sono quelli che non rie­scono a sal­varsi dalle allu­vioni, i ric­chi se le cavano sem­pre in qual­che modo… E i pro­fu­ghi da terre deser­ti­fi­cate, da laghi e fiumi senza più pesce, da paesi som­mersi nella costru­zione di cen­trali idroe­let­tri­che… Oggi si cal­co­lano sui 50 milioni i pro­fu­ghi ambien­tali. Tu parli di oppressi: non sono degli oppressi tutti que­sti?
V. Ma voi que­sto aspetto sociale lo met­tete poco in rilievo…
C. Io l’ho sem­pre detto. E scritto, anche sul mani­fe­sto. Ma le sini­stre sono rima­ste ferme a una miope difesa della fab­brica, anche inqui­nante, in nome dell’occupazione. Che è un pro­blema reale, chi lo nega, ma non can­cella la gra­vità del pro­blema eco­lo­gico, anche in rap­porto al benes­sere dei lavo­ra­tori.
V. E i verdi non hanno saputo fare altro che ridurre il discorso alle scem­piag­gini di un antin­du­stria­li­smo indi­scri­mi­nato. Gli ambien­ta­li­sti seri devono darsi da fare per supe­rare que­ste posi­zioni.
C. E le sini­stre devono capire che la cre­scita da loro invo­cata ogni tre parole non solo distrugge l’ambiente, ma non risolve nulla sul piano sociale. Negli ultimi decenni il pro­dotto ha con­ti­nuato a salire, ma sono aumen­tate, e for­te­mente, anche le disu­gua­glianze. Lo dicono tutti, per­sone al di là di ogni sospetto di estre­mi­smo, come Sti­glitz, Fitoussi, e Soros, per­fino Lut­wak… Allora per­ché pro­prio le sini­stre deb­bono inte­star­dirsi su que­sta strada?
V. Ma insomma per i poveri Cri­sti, che si fa? Chá­vez, ad esem­pio, è socia­li­sta, per prima cosa vuol dar da man­giare agli affa­mati, e che fa, aumenta lo sfrut­ta­mento del petro­lio, cerca di ven­derlo bene… E’ un cir­colo vizioso.
C. Usa gli stru­menti dispon­bili. Che altro può fare? Oggi tutti i mas­simi pro­blemi hanno assunto una dimen­sione sovra­na­zio­nale, che però con­di­ziona anche i sin­goli paesi. Sono pro­blemi che sol­tanto a livello sovra­na­zio­nale si potranno risol­vere, forse. E non dimen­ti­chiamo un altro fatto: La Fao, che non è un orga­ni­smo anti­si­stema, afferma che la pro­du­zione mon­diale di cibo baste­rebbe a sfa­mare tutti. Ma circa il 40% del cibo pro­dotto in Occi­dente viene distrutto. Per tenere alti i dazi, per difen­dere varie cate­go­rie di pro­dut­tori, ecc. Non si tratta dun­que di pro­durre di più, ma di distri­buire in modo meno ini­quo.
V. I verdi di distri­bu­zione non par­lano. Inol­tre la distri­bu­zione avviene in que­sto modo per­ché ci sono poteri forti inte­res­sati a que­sto. come fare senza abbat­tere quei poteri? Tra voi ambien­ta­li­sti, l’idea di abbat­tere un potere non c’è. Vogliamo costruire un potere con­trap­po­sto, vogliamo che insieme al pro­blema dello sfrut­ta­mento pro­le­ta­rio, tema fon­da­men­tale di tutti i vec­chi socia­li­smi, anche la distru­zione dell’ambiente diventi fon­da­men­tale per le sini­stre d’oggi. Quello che ci vor­rebbe è un nuovo comu­ni­smo. Resta però il fatto che se oggi, rebus sic stan­ti­bus, ridu­ciamo la pro­du­zione, noi fac­ciamo solo disoc­cu­pa­zione e morti di fame.
C. Con tutti i nostri enormi pro­gressi, scien­ti­fici e tec­no­lo­gici, oggi saremmo in con­di­zione di scon­fig­gere la povertà, di dare benes­sere a tutti, di vivere a lungo tutti in buona salute. Invece nel sud del mondo ci sono 850 milioni di per­sone affa­mate, men­tre in Occi­dente l’obesità da sovra­li­men­ta­zione è diven­tata una malat­tia sociale: una sorta di tre­menda meta­fora della società attuale. Saremmo in grado di pro­durre il neces­sa­rio e anche non poco super­fluo per l’intera popo­la­zione del globo, lavo­rando tutti un tempo molto limi­tato. E invece abbiamo masse di disoc­cu­pati e di pre­cari, gente sog­getta a sfrut­ta­menti da pro­to­ca­pi­ta­li­smo, costretta a orari pesan­tis­simi e a straor­di­nari di fatto obbli­gati. Il tutto per pro­durre quan­ti­ta­tivi cre­scenti di merci inu­tili, di durata sem­pre più breve, per lo più desti­nate nel giro di poche set­ti­mane a finire in disca­rica. E si torna all’inquinamento del mondo: tutto si tiene. Que­ste sono le tue res. Per esem­pio, ripren­dere l’idea della ridu­zione degli orari di lavoro, ripren­derla seria­mente, non sarebbe un buon ini­zio per smuo­verle?
V. La ridu­zione degli orari non mi pare al cen­tro del discorso eco­lo­gi­sta…
C. Certo che no. Ma in fondo l’ambientalismo è un movi­mento, com­pito dei movi­menti è porre una que­stione. La sin­tesi poli­tica è com­pito delle forze poli­ti­che. E d’altronde l’ambientalismo indica soluzioni…
V. Sì, la decre­scita. La decre­scita, scu­sami, è una sce­menza totale.
C. Non sono d’accordo. Certo, la decre­scita non è un pro­gramma. Però indica ine­qui­vo­ca­bil­mente quella che è la causa prin­ci­pale della crisi eco­lo­gica, cioè l’accumulazione capi­ta­li­stica. E in un mondo che sa dire solo cre­scita cre­scita, gri­dare decre­scita signi­fica met­tere la cre­scita, il Pil, la pro­dut­ti­vità, la com­pe­ti­ti­vità, tutti i totem dell’economia neo­li­be­ri­sta, in rap­porto con il disa­gio e le paure che lo squi­li­brio eco­lo­gico ha ormai creato tra la gente. Il movi­mento della decre­scita riflette su un tipo di vita che non con­ti­nui a met­tere a rischio l’ecosistema e la nostra stessa soprav­vi­venza. Per­ché que­sto biso­gna fare: ripen­sare radi­cal­mente il nostro vivere.
V. No, con­tro tutto que­sto o il movi­mento eco­lo­gi­sta diventa comu­ni­sta o non si farà un passo avanti.
C. Secondo me, sono le sini­stre che deb­bono diven­tare ambien­ta­li­ste, facendo pro­prio tutto il posi­tivo che l’ambientalismo ha detto, e devono saperlo usare per trarne una poli­tica com­ple­ta­mente diversa da quella attuale. E diversa anche da quella sto­rica, che pur com­bat­tendo e spesso vin­cendo grosse bat­ta­glie a favore del lavoro, di fatto non ha mai messo in discus­sione l’ordine dato. Tu vor­re­sti che i verdi diven­tas­sero comu­ni­sti… Ma quanti sono i comu­ni­sti oggi?
V. Pochi. Assai pochi.

C. Tu prima avevi ragione par­lando di un nuovo comu­ni­smo. Ma le sini­stre, nel loro non facile rap­porto con i Verdi, non si sono accorte della dimen­sione ever­siva che l’ambientalismo con­tiene. Che con­si­ste appunto nella cri­tica dell’accumulazione, che nes­sun comu­ni­smo, da Lenin a D’Alema, ha mai messo in discus­sione. Ma, il mondo è cam­biato e diventa sem­pre più pic­colo. Come dice Wal­ler­stein, non ci sono nuovi spazi da occu­pare e uti­liz­zare per la pro­du­zione di plu­sva­lore, men­tre la cre­scita, oltre ad essere eco­lo­gi­ca­mente distrut­tiva, dal punto di vista sociale oggi non dà risul­tati apprez­za­bili. Sarebbe neces­sa­rio rileg­gere in que­sta chiave i pro­blemi del mondo per ten­tare di met­tere a fuoco un nuovo comunismo.

V. Fino a che voi Verdi non vi met­te­rete in testa che occorre qual­cuno che comandi, sarete solo dei pre­di­ca­tori inu­tili. Non basta dire cose giu­ste. Attorno agli obiet­tivi giu­sti biso­gna orga­niz­zare una forza. Senza forza non si fa niente.
C. Tu sei ancora fermo alla rivo­lu­zione armata, insomma…
V. Non penso alle armi, ma a un par­tito, a una forza sociale e anche poli­tica e di cul­tura.
C. Io alla neces­sità della forza non ci credo, non ci voglio cre­dere. La forza, anche usata per i fini migliori, fini­sce per imporre all’operazione un’impronta nega­tiva, un’ipoteca che la sna­tura. E però, sono d’accordo, sarebbe neces­sa­rio un sog­getto forte che si facesse carico del pro­blema. Io da tempo penso all’Europa. L’Europa con la sua sto­ria, la sua cul­tura… L’Europa certo col­pe­vole di orrendi misfatti, dal colo­nia­li­smo alla shoah, ma anche patria dell’illuminismo, del socia­li­smo, dei diritti del cit­ta­dino, dello stato sociale… potrebbe forse essere il moderno sovrano, capace di orien­tare il mondo, o quanto meno di sol­le­ci­tarlo a farsi carico di un pro­blema sem­pre più urgente. Certo, con que­sti indu­striali che non capi­scono che stanno distrug­gendo la base stessa della loro attività.…Se il mare cre­sce, il deserti avan­zano, i cicloni si mol­ti­pli­cano…
V. Tra quanti anni que­sto acca­drà?
C. Sta già acca­dendo. E un domani che pareva lon­tano è ormai qui.
V. Ma anche le ener­gie rin­no­va­bili… Se fai andare lo stesso mec­ca­ni­smo col sole o col vento invece che col petro­lio, le cose non cam­biano. E i Verdi pun­tano solo su que­sto…
C. Con ener­gie rin­no­va­bili attive su vasta scala i gas serra dimi­nui­reb­bero, e que­sto non è tra­scu­ra­bile. Ma, sono d’accordo, è neces­sa­ria una stra­te­gia molto più com­plessa. I Verdi pro­pon­gono anche molte altre cose, ma un com­pito di que­sta por­tata, come arre­stare la cata­strofe eco­lo­gica, cioè neces­sa­ria­mente cam­biare il modello di pro­du­zione, distri­bu­zione e con­sumo, non è cosa che pos­sano fare i Verdi. Que­sto è un com­pito che tocca alle sini­stre.
V. Sono d’accordo. Il dif­fi­cile è il come…
C. Se ci fosse una pre­cisa, con­sa­pe­vole, volontà poli­tica delle sini­stre, sarebbe una buona base di par­tenza. E ci sono anche cose che si potreb­bero fare subito. Ad esem­pio, riscal­da­mento e refri­ge­ra­zione: invece di sof­frire il caldo d’inverno e il freddo d’estate, come accade oggi, rego­lare le tem­pe­ra­ture sui 20–21° d’inverno e 28–29° d’estate, in case uffici negozi di tutto il mondo: sarebbe un rispar­mio ener­ge­tico niente male, eh?
V. Hai detto che si pos­sono fare più cose…
C. Sì. Fab­bri­care merci desti­nate a durare di più, come acca­deva una volta, e non pro­gram­mare auto­mo­bili, fri­go­ri­feri, lava­trici, da sosti­tuire nel giro di quattro-cinque anni. E’ una cosa che non richie­de­rebbe ricon­ver­sioni indu­striali, solo volontà poli­tica.
V. Con caduta dei con­sumi…
C. Appunto. Si par­lava di rivo­lu­zione, no? Ma si potrebbe pen­sare a una cosa che pro­po­nevo nel mio ultimo libro. Oggi le ammi­ni­stra­zioni di sini­stra, cen­trali e locali, non sono poche nel mondo. Se ognuna di esse con­fron­tasse le pro­prie scelte eco­no­mi­che con una serie di norme da osser­vare, doman­dan­dosi ogni volta se si tratti di cosa neces­sa­ria, se non esi­stano più urgenti prio­rità, quali siano le rica­dute dell’opera sul piano ambien­tale, sociale, sani­ta­rio, ecc. In Sici­lia, ad esem­pio, non sarebbe il caso di risa­nare fer­ro­vie vetu­ste o addi­rit­tura abban­do­nate, di ripa­rare acque­dotti che per­dono quan­ti­ta­tivi enormi di un liquido sem­pre più pre­zioso, o magari di for­nire can­cel­le­ria ai tri­bu­nali, len­zuola agli ospe­dali, ecc. prima di osti­narsi sul ponte di Mes­sina? Certo, se le sini­stre fos­sero vere sini­stre… O ancora: se il mondo deci­desse di non fab­bri­care più armi. Lasciamo per un attimo tutte le ragioni paci­fi­ste o sem­pli­ce­mente umane. Pen­siamo solo a quanto inquina la pro­du­zione di quan­ti­ta­tivi sem­pre cre­scenti di armi, il loro tra­sporto, e il loro «con­sumo». Ma, se mi con­senti, vor­rei finire con un’altra cosa, a cui penso da tempo. Io credo che il mani­fe­sto in tutto ciò potrebbe avere una fun­zione non tra­scu­ra­bile. Per­ché il mani­fe­sto è un gior­nale, ma è anche un sog­getto poli­tico. Ecco, per­ché il mani­fe­sto non fa pro­pria la bat­ta­glia ambien­ta­li­sta, con dibat­titi anche duri, magari con sedute di auto­co­scienza, ma anche con pub­blici con­fronti con le sini­stre isti­tu­zio­nali? Sono con­vinta che la cosa potrebbe risul­tare utile. Anche alla dif­fu­sione del gior­nale. Per­ché no?

Postilla
Singolare come non si accorgano che fanno lo stesso ragionamento. Non si modifica il rapporto tra produzione e consumo,  se non si abbatte la preminenza del valore di scambio sul valore d'uso,  la riduzione del lavorio a merce,  se cioè  non si supera il sistema economico capitalistico, se non esiste una blocco sociale capace di  esercitare il potere, con il dominio o con l'egemonia. Ma  ciò è impossibile  finchè non si costituisce un blocco sociale alternativo a quello oggi egemone. D'altra parte questo non è possibile se nn si fa maturare  nelle coscienze la consapevolezza dei problemi reali di oggi, tra i quali quello del disastro ecologico (e del disagio provocato dal paradigma della crescita indefinita della produzione di merci) non è certo irrilevante. Assumere come direzione di marcia l'uscita dal capitalismo (sia esso di Stato o privato) è la base di ogni politica capace di condurre l'umanità attuale e futura (anche il futuro dell'umanità  deve preoccuparci) è inbdispensabile (e.s.)
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