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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 16 gennaio 2014

I professionisti dei beni culturali: un patrimonio da difendere

Sabato scorso si è svolta la manifestazione dei professionisti dei beni culturali>>>
Sabato scorso si è svolta la manifestazione dei professionisti dei beni culturali organizzata da alcune associazioni di categoria per protestare contro il bando del Mibact per 500 posti di tirocinio mirato alla “inventariazione e digitalizzazione del patrimonio culturale italiano”.
Proteste del tutto giustificabili, visto il testo del bando a dir poco infelice sia per impostazione complessiva che per le condizioni economiche offerte. 5000 euro lordi per un anno, per laureati fino ai 35 anni d’età sembrano davvero pochi, dal momento che in quella fascia anagrafica rientrano persone con specializzazioni, dottorati e anni di lavoro alle spalle.

Non per caso, in esordio, ho usato il termine “professionisti”, e non quello di “precari” comunemente adottato dai mezzi di informazione. Della precarietà questi (più o meno) giovani condividono in realtà molto, a partire dalle condizioni di lavoro, spesso ai limiti della dignità quanto a compensi e a tutele, così come hanno testimoniato recenti indagini.
Ma allo stesso tempo si tratta, quanto a competenze acquisite sul campo e a esperienze lavorative, di professionisti a tutti gli effetti, spesso plurispecializzati. In tutti i settori, dall’archeologia allo spettacolo, dagli archivi e biblioteche ai musei. E infatti, in piazza del Pantheon, sabato 11 gennaio, tante erano le professioni rappresentate, nella loro straordinaria diversità, per la prima volta riunite dall’evidenza della comunanza dei problemi.
Parlare di professionisti significa però anche cominciare ad uscire dalla prospettiva unica del concorso statale – posto fisso. Per quanto (e se) sarà possibile allargare le maglie del blocco del turn over imposto alla pubblica amministrazione, il Mibact non riuscirà ad assorbire, nei prossimi mesi (anni) se non qualche centinaio di nuovi addetti, per lo più in ruoli di basso livello: perché sono i custodi a mancare, soprattutto, e perchè le recenti graduatorie dei funzionari sono state esaurite da pochissime settimane (e forse non completamente).
Eppure, a tutti è evidente che il nostro patrimonio culturale abbia un immediato, urgentissimo bisogno di risorse umane. E di competenze nuove, capaci di superare i ritardi che un’amministrazione ormai tanto inceppata da avere elaborato un bando di quel genere non è più neppure in grado di scorgere.

Si pensi, ad esempio, alla situazione dell’archeologia preventiva, abbandonata da anni, fra ritardi e inerzie della dirigenza Mibac, a provvedimenti estemporanei quanto a impianto normativo e per di più ambigui e inadeguati nei contenuti, tanto da renderci, in questo settore, il paese europeo forse più arretrato, in un ambito in cui la ricchezza e la varietà del nostro patrimonio non hanno confronti a livello mondiale. Oppure al deficit, in termini di offerta didattica, informativa e di servizi in genere che caratterizza la grande maggioranza dei nostri musei. O ancora al limbo in cui si trova relegata la pianificazione paesaggistica e in generale le politiche di tutela del paesaggio.
Per questo ritardo il mondo della formazione, l’università in primis, ha colpe non meno gravi, basti pensare alla vicenda dei corsi di Conservazione in beni culturali nel loro complesso, pochissime eccezioni escluse, ormai da più parti definiti una vera e propria “truffa sociale”.

Nonostante questo deficit culturale delle massime istituzioni che si occupano di patrimonio, migliaia di giovani, a prezzo di sforzi e sacrifici personali, sono riusciti in questi anni ad acquisire competenze preziose e a ritagliarsi spazi di lavoro tali da arrivare a svolgere funzioni a tal punto essenziali da risultare insostituibili. In alcuni ambiti, se questi professionisti, improvvisamente e nel loro insieme, cessassero le loro attività, lo Stato non riuscirebbe a garantire un adeguato e capillare esercizio della tutela del patrimonio nazionale. Peccato che in cambio di queste funzioni essenziali, lo stesso Stato – e il Mibact nello specifico – si sia finora limitato a girare la testa di fronte a situazioni al limite dello sfruttamento.
La protesta dell’11 gennaio deve quindi servire sia a costringere Stato, e Mibact in particolare, ad assumersi responsabilità precise nei confronti di questi lavoratori, uscendo dalla logica – fallimentare non solo socialmente – per cui solo chi è all’interno dell’istituzione è garantito e al di fuori di questo recinto può esistere il far west. Tutti coloro che, a diverso titolo e in condizioni professionali molto diverse collaborano alla tutela del nostro patrimonio culturale e a produrre cultura devono godere delle stesse tutele: il progetto di legge sul riconoscimento delle professioni dei beni culturali ieri approvato alla camera è un primo, importante passo.

Ma oltre a questo, se vogliamo uscire dai ritardi che gravano sulla gestione del nostro patrimonio e gli impediscono di assumere quel ruolo di crescita sociale e civile che la nostra costituzione gli assegna, occorre ripensare a meccanismi di coinvolgimento di questi professionisti non più estemporanei e residuali. Si deve cioè creare, coordinare e sostenere uno spazio terzo fra lo Stato – Mibact e quel privato così tanto invocato su più fronti, ma che ha sinora offerto ben misere prove – basti pensare alla trentennale vicenda delle concessioni per i servizi aggiuntivi – sia sul piano culturale che di efficacia operativa.
Magari ripartendo proprio dal bando dei 500, che andrebbe riformulato non solo nelle condizioni offerte, ma anche e soprattutto negli obiettivi. Non è davvero pensabile che, ad esempio, dopo 40 anni di fallimenti, si continuino a proporre, per l’inventariazione e digitalizzazione del nostro patrimonio, modelli come quelli dell’ICCD o ci si riferisca ad esperienze altrettanto deludenti come quelle del portale CulturaItalia. Modelli e standards vanno ripensati, radicalmente: quale migliore occasione di “usare” (non sfruttare) energia e competenze giovani ed entusiaste?


L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma"
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