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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

venerdì 31 gennaio 2014

Ecco perché affoga la «città diffusa»

«Ieri la piog­gia  rica­dendo tro­vava un ter­ri­to­rio ancora inte­gro, ovvero orga­niz­zato secondo razio­na­lità eco­lo­gica. Oggi incontra la "città diffusa"». Il manifesto, 31 gennaio 2014
Affoga la «città dif­fusa». Ormai basta un tem­po­rale un po’ più consistente,neppure allu­vio­nale, e pezzi interi di quar­tieri vanno sott’acqua, i fiumi eson­dano, i sot­to­passi diven­tano cisterne di acqua sporca e mel­mosa, pronta a river­sarsi nell’intorno. Il clima impaz­zito, per­ché sovrab­bon­dante di entro­pia ed ener­gia da atti­vità antro­pi­che, sca­rica le pro­prie biz­zar­rie su un ter­ri­to­rio inde­bo­lito; para­dos­sal­mente dall’elemento che più doveva con­so­li­darlo, oltre che moder­niz­zarlo, il cemento delle città.

In que­sti giorni – che sareb­bero quelli della «Merla», ovvero i più freddi dell’anno – regi­striamo tem­pe­ra­ture e pre­ci­pi­ta­zioni da ini­zio autunno. I trend ci dicono che il riscal­da­mento glo­bale pro­voca fre­quenti alter­nanze di sic­cità e forme allu­vio­nali, che pro­vo­cano sem­pre più spesso, con pre­ci­pi­ta­zioni con­cen­trate (le così dette bombe d’acqua), auten­tici disa­stri. Che si evi­te­reb­bero se le piogge rica­des­sero su un ter­ri­to­rio eco­lo­gi­ca­mente solido. Al con­tra­rio un ciclo dell’acqua alte­rato ricade su con­te­sti ambien­tali e inse­dia­tivi for­te­mente inde­bo­liti pro­prio dalla dif­fu­sione urbana, con con­sumo di suolo e cemen­ti­fi­ca­zione che hanno dis­se­stato, degra­dato, scas­sato gli eco­si­stemi, oltre ogni pos­si­bile capa­cità di tenuta. Fino ad ieri, spe­cie in un ambiente ten­den­zial­mente chiuso come quello medi­ter­ra­neo in cui si estende la nostra peni­sola, cicloni ed ura­gani costi­tui­vano eventi ecce­zio­nali. Oggi invece pre­ci­pi­ta­zioni allu­vio­nali diven­tano la norma e tro­vano un ter­ri­to­rio stra­volto da un’urbanizzazione che ormai ingom­bra circa il 20% della super­fi­cie nazio­nale. Con il para­dosso di aver scon­volto gli eco­si­stemi ed i pae­saggi del Bel­paese per rea­liz­zare un enorme patri­mo­nio di volumi edi­fi­cati, abi­ta­tivi, com­mer­ciali, indu­striali, infra­strut­tu­rali, che in gran parte oggi restano vuoti; a testi­mo­niare il dop­pio danno, da spreco e da disa­stri ambien­tali con­se­guenti alle loro rea­liz­za­zioni. Decine di milioni di stanze vuote, miliardi di metri cubi di capan­noni abban­do­nati sono un monu­mento al trionfo della ren­dita, ma soprat­tutto allo sfa­scio e all’idiozia nazio­nale. E con­tri­bui­scono costan­te­mente a innal­zare i livelli di rischio idro­geo­lo­gico — come appare evi­dente ogni giorno di più — ma anche sismico, ci ricor­dano L’Aquila e gli altri cen­tri col­piti da eventi recenti.

Ieri la piog­gia (o la neve) rica­dendo tro­vava un ter­ri­to­rio ancora inte­gro, ovvero orga­niz­zato secondo razio­na­lità eco­lo­gica. I bacini mon­tani erano i primi ad inter­cet­tare le pre­ci­pi­ta­zioni, ma ne trae­vano gio­va­mento nell’alimentazione delle fonti e del patri­mo­nio boschivo. Il deflusso verso valle dell’acqua riscon­trava ver­santi saldi e vie di fuga libere, pronte ad essere fruite in caso eventi allu­vio­nali. A valle col­ture e inse­dia­menti rispet­ta­vano gli alvei flu­viali: in pros­si­mità di que­sti rima­ne­vano ambienti ten­den­zial­mente natu­rali o col­ture umide.

Oggi la città dif­fusa, non solo ita­liana, ha stra­volto tale pae­sag­gio: dalla Mega­lo­poli Padana, alla blob­biz­za­zione del Nord Est, alla mega conur­ba­zione lineare adria­tica, alle città allar­gate dell’Emilia, della Toscana, della cam­pa­gna romana, alla sporca mar­mel­lata inse­dia­tiva napo­le­tana, alle coste ipe­rur­ba­niz­zate e spesso abu­sive di Cala­bria e Sici­lia, fino alla cemen­ti­fi­ca­zione dei con­te­sti urbani sardi (che Cap­pel­lacci vor­rebbe ancora ampliare). Così le col­ture mon­tane abban­do­nate favo­ri­scono il dis­se­sto e le frane, anche per l’abbandono della cura del bosco pro­tet­tivo. Ancora l’urbanizzazione si è spinta spesso verso i ver­santi sub col­li­nari, negando le vie di fuga di fiu­mare e tor­renti, spesso intu­bati o cemen­ti­fi­cati. In regime allu­vio­nale, i corsi d’acqua tro­vano argini sem­pre più alti – che devono «pro­teg­gere» la città estesa fino al limite o den­tro gli alvei — e diven­tano con­dotte for­zate. La rot­tura delle reti eco­lo­gi­che e della con­ti­nuità dei col­let­tori per la dif­fu­sione urbana non per­mette più eson­da­zioni «tran­quille», in caso o fuo­riu­scita o rot­tura degli argini, o di innal­za­menti repen­tini delle falde. Si ten­dono a for­mare così le «macro­va­sche urbane» che abbiamo visto l’anno scorso in Veneto e poi in Sar­de­gna e oggi a Roma: muri e costru­zioni hanno chiuso cor­ri­doi di deflusso e vie di fuga; l’intorno si riem­pie di acqua e fango e il liquido mel­moso sale repen­ti­na­mente. Urge una svolta dra­stica nelle poli­ti­che ter­ri­to­riali e ambientali
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