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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

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mercoledì 8 gennaio 2014

L'ambiente, alle soglie del 2014

E’ abbastanza curioso che, mentre si moltiplicano i segni del malessere ambientale >>>

E’ abbastanza curioso che, mentre si moltiplicano i segni del malessere ambientale in Italia, così poco spazio sia riservato alla lotta a tale malessere nei programmi governativi, se si eccettuano qualche promessa di stanziamenti di un po’ di soldi per rimediare i disastri dovuti alle frane e alle alluvioni o una generica promessa di rimuovere un po’ di rifiuti tossici nella ormai famosa “terra dei fuochi” della Campania. Eppure le cose da fare sarebbero tante e tutte offrirebbero occasione per raggiungere il principale obiettivo del paese: più lavoro per tutti.

Una delle priorità è certo quella di diminuire i crescenti danni dovuti al dissesto idrogeologico, aggravati dalle bizzarrie climatiche, attraverso azioni decise e lungimiranti sia per il controllo delle vie di scorrimento delle acque. Non basta alzare gli argini dei fiumi, perché anche tali argini sono facilmente scavalcati dalle acque delle piene, quando gli alvei non ce la fanno più, non hanno più spazio per contenere le acque. Bisogna piuttosto vigilare su fiumi e torrenti per eliminare continuamente gli ostacoli che si sono accumulati e continuano ad accumularsi in seguito all’erosione del suolo nelle valli e colline e montagne, e bisogna frenare tale erosione con una politica di rimboschimento, come avveniva prima che il territorio fosse considerato soltanto spazio su cui costruire nuovi edifici e strade e ponti. Opere che, fuori di una pianificazione ispirata ad una vera cultura ecologica, diventano loro stesse ostacoli al moto delle acque verso il mare e quindi cause delle sempre più frequenti alluvioni.

Quelle che ho chiamato bizzarrie climatiche sono in realtà la conseguenza del riscaldamento planetario dovuto al crescente inquinamento dell’atmosfera. Qualsiasi emissione gassosa proveniente dai camini delle centrali e delle fabbriche, dai tubi di scappamento degli autoveicoli o dalle putrefazioni dei rifiuti, anche in un piccolo paese come il nostro, con appena 60 milioni di abitanti, rispetto ai settemila milioni di abitanti della Terra, va ad aggiungersi ai gas atmosferici responsabili del riscaldamento del pianeta. Agli inizi del Novecento l’atmosfera della Terra conteneva 2000 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, il principale, ma non l’unico, gas responsabile di tale riscaldamento; nel 2010 ne conteneva ben 3000 miliardi di tonnellate, una quantità che aumenta in ragione di 15 miliardi di tonnellate all’anno, con velocità crescente a mano a mano che vengono bruciati carbone, petrolio, gas naturale, che aumenta la distruzione delle foreste.

Paesi ricchi e poveri, grandi imperi e piccoli paesi industriali come l’Italia, emergenti giganti economici e paesi poveri e arretrati, stiamo camminando tutti uniti, mano nella mano, verso un disastro climatico che è il prezzo amaro dell’apparente progresso. Senza contare che l’inquinamento dell’aria contribuisce al peggioramento non solo del clima del clima, ma anche della salute, al punto che per attenuarlo in molte grandi città gli amministratori sono costretti a limitare almeno la circolazione degli autoveicoli e le ore di riscaldamento invernale. Il malessere urbano cresce con l’aumentare delle persone che affollano le grandi città alla ricerca, spesso vana, di lavoro e di migliori servizi, in una reazione a catena di malessere ecologico. L’aumento delle popolazioni urbane comporta un aumento della richiesta di acqua potabile di buona qualità e una crescente produzione di acque inquinate che finiscono nelle fogne e poi contaminano i fiumi e le falde idriche sotterranee, quelle da cui spesso viene attinta l’acqua potabile per le città stesse.

Una situazione di disagio che potrebbe essere attenuata con un grande sforzo tecnico-scientifico di progettazione, costruzione e corretta gestione di impianti di depurazione delle acque sporche provenienti sia dalle città, sia dalle fabbriche e dagli allevamenti animali. Nella sola Italia i liquami contenenti gli escrementi degli allevamenti di bovini, suini, e pollame hanno un potere inquinante equivalente a quello dell’intera popolazione umana italiana. Alla contaminazione delle acque contribuisce anche lo smaltimento irrazionale dei rifiuti solidi: in Italia si tratta di 150 milioni di tonnellate all’anno, in parte urbani, in parte industriali; ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti nocivi provenienti dalle città, dalle centrali a carbone, da industrie metallurgiche e chimiche, dagli stessi inceneritori di rifiuti, finiscono in discariche spesso illegali, da cui metalli, elementi radioattivi e prodotti di putrefazione colano nel sottosuolo e contaminano le acque.

Per farla breve, la difesa dell’ambiente richiede prima di tutto conoscenze scientifiche sulla qualità e quantità delle merci e dell’energia prodotte e usate e dei loro prodotti di trasformazione, quelli che finiscono nell’aria, nelle acque, nel suolo; solo così è possibile far rispettare le leggi, che pure esistono e progettare impianti di filtrazione e depurazione di gas, liquidi e solidi inquinanti. Occorrono soldi pubblici e occorre del coraggio per dire no a, spesso potenti, interessi privati; il premio è un miglioramento della salute, un aumento dei posti di lavoro, un aumento di cultura, scientifico-tecnica ma soprattutto civile, e, perché no ?, una crescita della democrazia.

Questo articolo è inviato contemporaneamente a La Gazzetta del Mezzogiorno

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