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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 22 dicembre 2013

Sud corrotto, nazione infetta

«Mezzogiorno. Il meridione affonda inesorabilmente, vittima dei suoi mali, mentre il resto del paese rimane indifferente. «Se muore il Sud» di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella pone l’accento sulle responsabilità della «peggiore classe dirigente occidentale». Ora siamo di fronte a un bivio: o si cambia o muore tutta l’Italia». Il manifesto, 19 dicembre 2013

Poco meno di un secolo fa, un grande meri­dio­na­li­sta come Guido Dorso auspi­cava per il Mez­zo­giorno la nascita di una classe diri­gente di grande rigore morale, capace di «distrug­gere le cause della sua infe­rio­rità da se stesso» gra­zie alla spinta pro­pul­siva dei suoi figli migliori. Oggi, tra­scorsi il fasci­smo e un lungo dopo­guerra, sepolta la Prima Repub­blica e affie­vo­li­tosi l’abbaglio del ber­lu­sco­ni­smo, l’impressione è che quell’auspicio inat­tuato sia diven­tato un’urgenza.

Pur non men­zio­nando espres­sa­mente l’autore di La rivo­lu­zione meri­dio­nale, Ser­gio Rizzo e Gian Anto­nio Stella, in Se muore il Sud (“Fuo­chi” Fel­tri­nelli, pagg. 315, euro 19) per diversi aspetti si muo­vono sulla stessa fal­sa­riga. La for­tu­nata cop­pia anti-casta, cemen­tata sulle pagine del Cor­riere della Sera, mette sul banco degli impu­tati pro­prio quella classe diri­gente «che lascia affon­dare un pezzo dell’Italia». L’analisi dei due gior­na­li­sti, non priva di affetto verso il Sud ma pro­prio per que­sto impie­tosa, prende di mira le élite meri­dio­nali, quella classe poli­tica che non ha fatto nulla per argi­nare il declino e far sì che la sto­ria di un pezzo d’Italia non si tra­sfor­masse in un cahier de doléan­ces di occa­sioni per­dute. Piut­to­sto, essa è stata pro­ta­go­ni­sta in nega­tivo, com­plice e più spesso attiva pro­mo­trice dello scem­pio siste­ma­tico del ter­ri­to­rio e del sacco di risorse, sta­tali ed euro­pee. 

Chi è abi­tuato agli arti­coli e ai libri di Rizzo e Stella sa bene come essi siano una bril­lante com­bi­na­zione di dati che inqua­drano i feno­meni rac­con­tati e aned­doti che li con­cre­tiz­zano. Così, i 677 mila euro per il Festi­val del pepe­ron­cino cala­brese o il con­tri­buto alla sagra del tara­tatà a Castel­ter­mini, in Sici­lia, diven­tano l’emblema della grande illu­sione sva­nita di tra­sfor­mare final­mente il Mez­zo­giorno attra­verso i fondi comu­ni­tari, com’è invece riu­scito all’Estonia. E le cen­ti­naia di sper­peri, inef­fi­cienze e ritardi innaf­fiati di belle parole, scan­dali inter­na­zio­nali come quello di Pom­pei che cade a pezzi o il pae­sag­gio della Terra di lavoro cam­pana che oggi risul­te­rebbe irri­co­no­sci­bile agli occhi di scrit­tori come Goe­the e Dic­kens che ne magni­fi­ca­rono le bel­lezze, com­pon­gono un puzzle deva­stante che getta di certo più di un’ombra su chi ha gover­nato que­ste terre, ma dovrebbe spin­gere a inter­ro­garsi anche sulla disgre­ga­zione morale e sociale che è stata causa ed effetto, allo stesso tempo, di cotanto scem­pio. Andrebbe trac­ciato un bilan­cio anche del fal­li­mento dell’idea che la moder­niz­za­zione indu­striale avrebbe eman­ci­pato le popo­la­zioni meri­dio­nali da ogni resi­duo feu­dale: a Bagnoli, ammet­tono Rizzo e Stella, dopo l’Ilva c’è stato il nulla. Biso­gne­rebbe chie­dersi infine per­ché l’arricchimento dif­fuso non ha gio­vato alla cre­scita col­let­tiva ma piut­to­sto ha for­nito linfa all’individualismo piccolo-proprietario, lo stesso che com­porrà il «blocco edi­li­zio» foto­gra­fato nel 1970 da Valen­tino Par­lato sulla Rivi­sta del mani­fe­sto: una for­ma­zione sociale com­po­sta da pic­coli pro­prie­tari, grandi spe­cu­la­tori e ric­chi pos­si­denti, votata poli­ti­ca­mente alla con­ser­va­zione, alla ren­dita e all’immobilismo sociale che ha cam­biato irri­me­dia­bil­mente i con­no­tati al ter­ri­to­rio e ancora oggi fa sen­tire tutto il suo peso quando si tratta, ad esm­pio, di tas­sare la pro­prietà pri­vata e le abi­ta­zioni.

L’opinione di Rizzo e Stella è che oggi lo spread tra Nord e Sud d’Italia è «per molti aspetti più ango­sciante di quello con la Ger­ma­nia». Vale la pena rie­pi­lo­garlo: i diplo­mati meri­dio­nali sono il 31,7 per cento, quelli cen­tro­set­ten­trio­nali il 56. I lau­reati meri­dio­nali che hanno un lavoro il 48,7 per cento, quelli cen­tro­set­ten­trio­nali il 71. La disoc­cu­pa­zione gio­va­nile è a livelli da allarme rosso: i cosid­detti “neet” – not in edu­ca­tion, employe­ment or trai­ning – per­sone che non cer­cano nem­meno più un lavoro, sono un milione e 850 mila, il 9% della popo­la­zione. Un eser­cito a dispo­si­zione delle mafie o della depres­sione. Secondo la Con­far­ti­gia­nato, la Cam­pa­nia è la regione d’Europa con il minor tasso d’occupazione: lavora appena il 39,9% degli abi­tanti. Infine, l’Istat ci dice che il 48% dei meri­dio­nali è a rischio povertà.

Si tratta di un’emergenza che dovrebbe pre­oc­cu­pare, e non poco, qual­siasi governo, non fosse altro per­ché una simile gigan­te­sca zavorra sta tra­sci­nando a fondo tutta l’Italia. Invece, l’annosa “que­stione meri­dio­nale” è con­se­gnata al peg­giore meri­dio­na­li­smo di ritorno, intriso di vit­ti­mi­smo e nostal­gie neo­bor­bo­ni­che, ran­cori anti-unitari fuori tempo mas­simo e miti infon­dati: ritorni di fiamma che Rizzo e Stella hanno il merito di demo­lire senza mezzi termini.

Come aveva già soste­nuto di recente lo sto­rico Fran­ce­sco Bar­ba­gallo in La que­stione ita­liana (Laterza edi­tore), i due autori riten­gono che quello meri­dio­nale sia un pro­blema nazio­nale, non fosse altro per­ché il gap tra le due parti del Paese ha ripreso a cre­scere a un ritmo inso­ste­ni­bile e che il male anche il Nord si meri­dio­na­lizza sem­pre più. Basta leg­gere il capi­tolo dedi­cato alla mafia a Milano: sono 26 i “locali” della ‘ndran­gheta cen­siti dalla Com­mis­sione anti­ma­fia, a livelli quasi cala­bresi. Eppure, il pro­blema non può essere solo eco­no­mico. Se è vero, come ci dice sem­pre Bar­ba­gallo, che dall’Unità d’Italia a oggi l’unico periodo in cui il diva­rio tra le due Ita­lie si è ridotto è stato quello del boom eco­no­mico a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, è altret­tanto vero, come ci spiega Vezio de Lucia nel suo Nella città dolente (Castel­vec­chi edi­tore), che è stato pro­prio in que­sto periodo che è comin­ciato il più grande sac­cheg­gio del ter­ri­to­rio che la sto­ria d’Italia abbia mai cono­sciuto, immor­ta­lato nel suo nascere da Fran­ce­sco Rosi in Le mani sulla città.

Il Sud è irri­me­dia­bil­mente per­duto, dun­que? Le pagine di Stella e Rizzo con­se­gnano al let­tore la sen­sa­zione che non ci sia molto in cui spe­rare: una classe poli­tica inetta e cor­rotta, un defi­cit di cul­tura demo­cra­tica che non si rie­sce a sanare, gro­vi­gli di clien­tele e affa­ri­smi dif­fi­cili da sbro­gliare. Nono­stante tutto, i due gior­na­li­sti non si iscri­vono al par­tito dei tagli: «Un paese serio avrebbe fatto di più per il Mez­zo­giorno», scri­vono. «Ci avrebbe inve­stito con impe­gno. In scuole, infra­strut­ture, strade, poli­ti­che gio­va­nili che des­sero sfogo alle intel­li­genze scin­til­lanti di tanti ragazzi del Sud. Ma nulla è stato peg­gio che lasciare ai poli­tici più spre­giu­di­cati, ai feu­da­tari della buro­cra­zia e ai capi­ba­stone mafiosi la gestione ricat­ta­to­ria, clien­te­lare ed elet­to­rale delle inden­nità per i tanti brac­cianti». È acca­duto invece che le menti migliori siano state costrette ad andar via e a lasciar campo libero a un sistema feu­dale, mafioso, con­trad­dit­to­rio nel suo pre­sen­tarsi come iper­mo­derno senza essere entrato a pieno nella moder­nità.

Ma si può ricon­durre tutto alle respon­sa­bi­lità delle sole classi diri­genti? Alla ceri­mo­nia di con­se­gna del pre­mio Vol­poni, lo scorso 30 novem­bre a Porto Sant’Elpidio nelle Mar­che, lo scrit­tore par­te­no­peo Ermanno Rea ha adom­brato la pos­si­bi­lità di una tara antro­po­lo­gica, già fatta risa­lire in La fab­brica dell’obbedienza, con l’aiuto di un grande filo­sofo napo­le­tano dell’800, Ber­trando Spa­venta, agli effetti dere­spon­sa­bi­liz­zanti della Con­tro­ri­forma cat­to­lica. «Il giorno in cui vedrò un napo­le­tano fer­marsi a un sema­foro alle 3 di mat­tina, con la strada sgom­bra, vorrà dire che gli ita­liani sono gua­riti», ha detto in quella occa­sione. Un altro grande scrit­tore par­te­no­peo, Raf­faele La Capria, in L’armonia per­duta se la prende con la «pic­cola bor­ghe­sia», dispo­sta a ogni com­pro­messo per paura di finire vit­tima della «rea­zione», come nella rivo­lu­zione man­cata del 1799.

Il fan­ta­sma di Fran­ce­sca Spada, la pro­ta­go­ni­sta di Mistero napo­le­tano di Ermanno Rea, ne La comu­ni­sta torna a Napoli per con­se­gnare allo scrit­tore il suo mes­sag­gio: il Mez­zo­giorno riu­scirà a sal­varsi solo se avrà «l’entusiasmo dell’impossibile», vale a dire la capa­cità di ripren­dere a imma­gi­nare un futuro, di costruire un’utopia. Rizzo e Stella, più con­cre­ta­mente, sosten­gono che il Sud si trova davanti a un bivio: pro­se­guire con il solito andazzo e morire. O rico­min­ciare. Tor­nando a sognare, dan­dosi degli obiet­tivi ambi­ziosi e pun­tando sui pro­pri figli migliori. Rom­pendo «le catene clien­te­lari con la più vec­chia, sca­dente e cor­rotta classe poli­tica del mondo occi­den­tale» e spez­zando quel patto scel­le­rato che ha con­sen­tito al peg­gior ceto diri­gente del Nord di accor­darsi, come scrisse Gae­tano Sal­ve­mini un secolo fa, con il peg­gior ceto diri­gente del Sud. Se così non acca­drà, a essere per­duta sarà tutta l’Italia. Oggi, come un secolo fa, si auspica una rivo­lu­zione che sia opera degli stessi meri­dio­nali. «Sarà que­sta», con­clu­deva Guido Dorso, «la vera rivoluzione».

l'immagine è di Franco Arminio
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