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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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VENEZIA

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venerdì 6 dicembre 2013

Metropoli mutevoli


Tentativi, immagini e idee per  una possibile città del futuro, a partire dall'uso dello spazio pubblico, in una mostra al Gug­ge­n­heim Museum di New York.. Il manifesto, 6 dicembre 2013

Par­te­ci­pa­zione, riap­pro­pria­zione e rige­ne­ra­zione sono i ter­mini uti­liz­zati, anzi ormai infla­zio­nati e spesso frain­tesi, per rilan­ciare l’uso dello spa­zio pub­blico e per defi­nirne nuove fun­zioni. Ma per inte­ra­gire atti­va­mente e con­cre­ta­mente con il pae­sag­gio urbano si pos­sono appli­care molti altri con­cetti, metodi e stra­te­gie. Lo scopo è sem­pre quello di rico­no­scersi e tro­vare senso in un pae­sag­gio urbano com­pren­si­bile, frui­bile e leg­gi­bile, con carat­te­ri­sti­che este­ti­che ed eco­lo­gi­che di qua­lità, ma anche come luogo sociale, da uti­liz­zare con moda­lità sem­pre diverse.

Tutto que­sto viene rac­con­tato da una nuova grande espo­si­zione dal titolo Par­ti­ci­pa­tory City: 100 Urban Trends, aperta fino al 5 gen­naio 2014 al Gug­ge­n­heim Museum di New York. E cento, infatti, sono le ten­denze espo­ste, ordi­nate dalla a alla zeta, sele­zio­nate tra tre­cento idee e pro­getti diversi, che esplo­rano le pos­si­bili inte­ra­zioni tra urba­ni­smo, archi­tet­tura, arte, design, scienza, tec­no­lo­gia, edu­ca­zione e soste­ni­bi­lità. Un glos­sa­rio di idee vec­chie e nuove, già con­so­li­date o da spe­ri­men­tare, a pic­cola o grande scala, tem­po­ra­nee o per­ma­nenti, che tutte insieme rac­con­tano il fer­mento, la vita­lità e la forte volontà di spe­ri­men­tare e di cam­biare di migliaia di per­sone. Pro­po­ste da rea­liz­zare in un iso­lato, in un quar­tiere o da esten­dere a tutta la città, magari in col­la­bo­ra­zione con ammi­ni­stra­zioni e muni­ci­pa­lità, per­ché un design inno­va­tivo, un mag­giore coin­vol­gi­mento e respon­sa­bi­lità delle per­sone sono oggi neces­sari più che mai.

Tutto il mate­riale espo­sto è il frutto di tre intensi anni di lavoro svolto dal Bmw Gug­ge­n­heim Lab, un labo­ra­to­rio mobile che si è spo­stato in tre diversi con­ti­nenti. Par­tito da New York nel 2011 ha fatto tappa prima a Ber­lino nel 2012 e, infine, a Mum­bai nel 2013. Durante il suo per­corso ha coin­volto migliaia di per­sone che hanno potuto par­te­ci­pare gra­tui­ta­mente a incon­tri, work­shop, ricer­che, pas­seg­giate, inda­gini, pro­ie­zioni in un vero e pro­prio think tank urbano che pre­ve­deva anche la pos­si­bi­lità di inte­ra­zione on line.

Al Gug­ge­n­heim, le cento parole chiave sono pro­iet­tate sulle pareti, come instal­la­zioni lumi­nose digi­tali, e di fianco a cia­scuna sono espo­sti dise­gni, foto­gra­fie e video che le spie­gano e rac­con­tano. In un’area sepa­rata, altri video e imma­gini fanno rivi­vere l’atmosfera delle tre sedi del labo­ra­to­rio e delle città ospi­tanti, per rac­con­tare in modo più vivo il coin­vol­gi­mento delle per­sone e le atti­vità che si sono svolte. Durante il periodo dell’esposizione, un fitto pro­gramma di pro­ie­zioni di film e pre­sen­ta­zioni di libri e di pro­getti con­ti­nuerà a esplo­rare i temi trat­tati e a rac­con­tare altri pos­si­bili aspetti e inte­ra­zioni tra le per­sone e le città.

In mostra, sono espo­sti anche alcuni pro­to­tipi della Water Bench. Più che a una pan­china per esterni asso­mi­glia a un comodo divano tra­pun­tato. Pro­get­tata in un labo­ra­to­rio a Mum­bai, la strut­tura è costruita con pla­stica rici­clata e al suo interno nasconde una riserva d’acqua pio­vana da uti­liz­zare per l’irrigazione nei momenti di sic­cità. Una di que­ste sarà espo­sta a New York nel First Park, men­tre altre quat­tro sono già situate in un parco a Mumbai.

Ognuna delle cento ten­denze si rife­ri­sce a un par­ti­co­lare labo­ra­to­rio, evento o espe­rienza rea­liz­zato dal Lab in una delle città ospiti. È impos­si­bile elen­carle tutte, ma tra le più inte­res­santi c’è per esem­pio City as Orga­nism che si rife­ri­sce alla simi­li­tu­dine tra il sistema urbano e la vita com­plessa di un orga­ni­smo for­mato da mul­ti­ple e inter­re­late parti. Oppure Digi­tal Demo­cracy, che indica come la cor­retta imple­men­ta­zione delle infor­ma­zioni e delle comu­ni­ca­zioni tec­no­lo­gi­che potreb­bero con­tri­buire ad aumen­tare la par­te­ci­pa­zione dei cit­ta­dini ai pro­cessi urbani e a miglio­rare la tra­spa­renza dell’amministrazione pubblica.

Alcune ten­denze ten­gono conto di un aspetto più emo­tivo e quindi ver­tono sulle sen­sa­zioni, posi­tive o nega­tive, che pos­sono evo­care le città come Con­fort che, insieme a Happy City, tratta della per­ce­zione dello spa­zio intorno a noi e quindi del benes­sere fisico e psi­co­lo­gico. Al con­tra­rio, Urban fati­gue mette in evi­denza una con­di­zione comune a chiun­que abiti in città, sot­to­po­sto allo stress, all’ansia, all’affaticamento e a una con­ti­nua sovra­sti­mo­la­zione, diven­tando una delle silen­ziose epi­de­mie dell’era moderna, con con­se­guenze sulla salute fisica e men­tale delle persone.

Poi Emo­tio­nal Con­nec­tions e Emo­tio­nal Intel­li­gence, la prima sul con­ti­nuo aumento di ami­ci­zie vir­tuali e sul con­se­guente declino in numero, valore e durata delle reali inte­ra­zioni tra le per­sone, men­tre la seconda sulla capa­cità di iden­ti­fi­care, misu­rare e rico­no­scere le emo­zioni quando sono espresse dagli altri.

Con Micro Archi­tec­ture e Non_Iconic Archi­tec­ture si pro­pon­gono, invece, solu­zioni di archi­tet­tura o di design adatte a spazi urbani di dimen­sioni ridotte, ma che ciò­ no­no­stante sono in grado di cam­biare radi­cal­mente il com­por­ta­mento e la respon­sa­bi­lità dei cit­ta­dini, oltre a sfrut­tare e adat­tarsi ad aree non uti­liz­zate. Pro­prio come le solu­zioni adot­tate dal Bmw Gug­ge­n­heim Lab nel 2011 a New York, dove è stata mon­tata per dieci set­ti­mane una leg­gera strut­tura pop up pro­get­tata dall’Atelier Bow-Wow in uno spa­zio abban­do­nato tra due edi­fici del Lower East Side, poi tra­spor­tata fino a Ber­lino e modi­fi­cata per adat­tarsi a un altro contesto.

A Mum­bai invece l’Atelier ha col­la­bo­rato con l’architetto Samir D’Monte per creare una nuova grande costru­zione di bambù. Una rea­zione all’architettura ico­nica e alle archi­star del XX secolo, legate al con­su­mi­smo, alla glo­ba­liz­za­zione, allo sta­tus spe­ciale di que­gli arte­fici di strut­ture spet­ta­co­lari. All’opposto que­ste due ten­denze vogliono difen­dere l’importanza della sem­pli­cità e della fun­zio­na­lità dell’architettura e dare la prio­rità alla scala umana piut­to­sto che a quella scul­to­rea delle grandi opere.

Local Food, Food Distri­bu­tion e Com­mu­nity Gar­dens sono tutte legate alla pro­du­zione di cibo locale, alla domanda di frutta e ortaggi fre­schi e alla sicu­rezza ali­men­tare. Adot­tata negli Stati Uniti nel 2008, la Food, Con­ser­va­tion, and Energy Act sta­bi­li­sce che il cibo non deve viag­giare oltre le 400 miglia dalla fonte o deve essere ven­duto nello stesso stato in cui è stato pro­dotto. I mer­cati locali stanno rapi­da­mente cre­scendo e svi­lup­pando gra­zie alla sem­pre più nume­rosa domanda di cibo bio­lo­gico, inol­tre si evi­den­zia come con­su­ma­tori desi­de­rano sup­por­tare l’economia locale e limi­tare l’impatto ambien­tale. Così oltre ai com­mu­nity gar­dens, sono nate nume­rose fat­to­rie urbane che ridu­cono ancora di più la distanza tra con­su­ma­tori e pro­dut­tori. Urban Fora­ging , invece, riguarda la ricerca, la map­pa­tura, l’identificazione di tutto ciò che cre­sce in città, senza o con minimi inter­venti da parte dell’uomo. E quindi la pra­tica, ormai dif­fusa, di rac­co­gliere la frutta ma anche le erba­cee e i fun­ghi che cre­scono in città e che sono a dispo­si­zione di tutti. Con una visione più ampia, que­sta voce si rife­ri­sce al riuso e alla rac­colta di tutto ciò che si trova a dispo­si­zione per le strade.

Disney­fi­ca­tion, parola coniata nel 1996 da Sha­ron Zukin, indica invece la tra­sfor­ma­zione di un luogo secondo la logica dei par­chi a tema. Men­tre con Gen­tri­fi­ca­tion ci si sof­ferma sulle ori­gini e le cause di que­sto feno­meno glo­bale, asso­ciato quasi sem­pre all’aumento degli affitti e a un dra­stico cam­bia­mento sociale ed eco­no­mico di interi quar­tieri. E così Urban Beauty e Urban Ugli­ness si inter­ro­gano sul valore este­tico di una città e sulla mol­te­pli­cità di pro­spet­tive e punti di vista.

Altri trend ancora, elo­quenti già dalla parola che li desi­gna, sono: Affor­da­ble Hou­sing, Bike Poli­tics, Bottom-Up Urban Enga­ge­ment, Col­lec­tive Memory, Evic­tion, Infra­struc­ture of Waste, Public-Private Ten­sion, Trust, Urban Spon­ta­neity… Tutte insieme, le cento ten­denze rac­con­tano di una capa­cità di adat­ta­mento e di una fles­si­bi­lità comune alle migliaia di par­te­ci­panti di tutto il mondo al Lab e que­sto è il vero grande trend sul quale è neces­sa­rio cer­care di model­lare le nostre città.

Non fisse, sta­ti­che, bloc­cate dalle nor­ma­tive e dalla pia­ni­fi­ca­zione a tavo­lino, ma dina­mi­che e spe­ri­men­tali, in un work-in-progress con­ti­nuo, a mag­gior ragione in un momento come que­sto attuale, in cui sono visi­bili ovun­que i segni di degrado e inef­fi­cienza, dove ormai è assente la manu­ten­zione ordi­na­ria e straor­di­na­ria di strade, par­chi, piazze, in gene­rale di tutti gli spazi pubblici.

Quelle rac­con­tate dall’esposizione del Gug­ge­n­heim sono ten­denze e tema­ti­che che pro­vano come le città non siano sola­mente un con­cen­trato di palazzi, di strade e infra­strut­ture, ma soprat­tutto un insieme di per­sone che sono (o dovrebbe essere) al cen­tro dello spa­zio e che, inte­ra­gendo tra loro, pos­sono con­tri­buire a ren­derlo più vivibile.

Sarebbe bello che un pro­getto di così ampio respiro potesse pas­sare anche per il nostro paese che ha sicu­ra­mente biso­gno di sti­moli per avviare un nuovo modo di rap­por­tarsi al pae­sag­gio urbano. Un modo carat­te­riz­zato da un forte impe­gno comu­ni­ta­rio, che non sem­bra essere ancora parte del nostro patri­mo­nio culturale.
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