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domenica 8 dicembre 2013

L'ultima Bolognina

«Quella che arri­verà sta­notte nel Pd sarà un’altra "ultima svolta". Con Renzi nei panni del "nuo­vi­sta", Cuperlo in quelli del rinnovatore-conservatore, Civati che tenta la via di una sini­stra di con­fine con i movi­menti: no Tav, via Mae­stra, acqua pub­blica». Il manifesto, 8 dicembre 2013

È esa­ge­rato farsi tor­nare in mente la Bolo­gnina, l’ultimo con­gresso del Pci, le lacrime di Occhetto, il «resto nel gorgo» di Ingrao e la scis­sione di Cos­sutta. Ma quella che arri­verà sta­notte nel Pd sarà un’altra «ultima svolta». Con Renzi nei panni del «nuo­vi­sta», Cuperlo in quelli del rinnovatore-conservatore, Civati che tenta la via di una sini­stra di con­fine con i movi­menti: no Tav, via Mae­stra, acqua pub­blica. Sta­volta non ci saranno scis­sioni, ma non si può esclu­dere il rischio di quella che D’Alema defi­ni­sce una «scis­sione silen­ziosa di militanti».

Qual­che set­ti­mana fa del resto Mario Tronti — pre­sti­gioso padre dell’operaismo, pre­si­dente del Crs e oggi sena­tore del Pd — ha par­lato di que­sto pas­sag­gio come l’eventualità per il Pd «dell’uscita defi­ni­tiva dalla sto­ria della sini­stra ita­liana» e del rischio della sini­stra di diven­tare «una mino­ranza nean­che poli­tica, ma intel­let­tuale». Già un anno fa, alle pri­ma­rie di coa­li­zione, Euge­nio Scal­fari aveva par­lato della «muta­zione antro­po­lo­gica» del Pd nel caso avesse vinto Renzi. Quest’anno, di fronte alla quasi-certezza che Renzi sia segre­ta­rio parla di un’« avven­tura» e «in poli­tica le avven­ture pos­sono gio­vare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresentano».

È inu­tile girarci intorno, lo scon­tro di oggi - da una parte Renzi, dall’altra Cuperlo e Civati - non è sulle prime pagine dell’agenda che il nuovo segre­ta­rio si tro­verà davanti - lar­ghe intese, legge elet­to­rale, ricon­trat­ta­zione dei vin­coli euro­pei - sulle quali i tre si equi­val­gono nella sostanza, tranne Civati che rom­pe­rebbe le lar­ghe intese subito. Il nodo di oggi il cam­bio di natura di un Pd che fin qui ha guar­dato al cen­tro ma si è tro­vato «a svol­gere, quasi di mala­vo­glia, una fun­zione di sini­stra», per dirla con un for­mi­da­bile sag­gio di Wal­ter Tocci, schie­rato con Civati (Sulle orme del gam­bero, Don­zelli), un vade­me­cum per la let­tura del fal­li­mento della gene­ra­zione che oggi passa la mano. E del par­tito che lascia in ere­dità, «da un lato lea­der media­tici e dall’altro nota­bili ter­ri­to­riali sono tenuti insieme da una sorta di patto di fran­chi­sing, in cui i primi si occu­pano della cura del brand e i secondi dell’organizzazione del con­senso». Il «par­tito in fran­chi­sing» lo abbiamo visto ai con­gressi, segnati male dal voto aperto fino all’ultimo (voluto da Renzi), dalle lotte fra clan fino alle incur­sioni dei pm, com’è suc­cesso a Salerno.

Cuperlo nella sua sto­ria ha avuto qual­che incer­tezza sulla bontà delle pri­ma­rie. Renzi ha costruito un muro di ghiac­cio con la Cgil, che pre­sta l’attuale segre­ta­rio e cen­ti­naia di qua­dri al Pd, per non par­lare dei voti (la segre­ta­ria dello Spi Carla Can­tone è can­di­data nelle liste di Cuperlo). Cose che hanno a che vedere appunto con la natura del Pd. Non a caso ieri Cuperlo ha ripe­tuto che «è in gioco l’autonomia della sini­stra». Un con­cetto che ieri a Empoli si è incar­nato in una scena all’ultimo comi­zio di Renzi. È com­parsa una vec­chia ban­diera del Pci, por­tata in piazza da un mili­tante set­tan­tot­tenne che l’aveva rice­vuta dal padre par­ti­giano. L’ha voluta por­gere - senza rega­larla - a Renzi, gio­vane ram­pollo della genea­lo­gia cen­tri­sta ita­liana. Il gesto aveva tutta la forza di un pas­sag­gio sim­bo­lico. Senza un affi­da­mento defi­ni­tivo, però.

Fuori dai sim­boli, le dif­fe­renze fra i tre sono chiare: tutti chie­dono la ricon­trat­ta­zione dei vin­coli euro­pei. Cuperlo ha un clas­sico pro­filo labu­ri­sta (piano straor­di­na­rio per l’occupazione), Renzi ha rispol­ve­rato i libri del giu­sla­vo­ri­sta Pie­tro Ichino, già suo sug­ge­ri­tore (poi pas­sato con Monti), con­tratto unico a tutele pro­gres­sive e can­cel­la­zione defi­ni­tiva dell’art.18. Cuperlo e Civati sono con­tro le pri­va­tiz­za­zioni, Renzi è più ’laico’ (il suo eco­no­mi­sta di rife­ri­mento Gut­geld pro­pone la pri­va­tiz­za­zione di Rai e Poste). Civati e Renzi sono con­tro il Tav, Cuperlo ha fra i suoi i soste­ni­tori delle tri­velle in Val di Susa. Sui diritti, Civati è a favore dei matri­moni gay e per le ado­zioni, Cuperlo è fermo ai matri­moni civili e Renzi alla «civil partnership».


Quanto all’idea di par­tito, Renzi pre­para il suo Pd di «cir­coli, ammi­ni­stra­tori, par­la­men­tari». Civati chiede refe­ren­dum con gli iscritti, Cuperlo con­te­sta l’idea di un par­tito degli ammi­ni­stra­tori e che non distin­gua fra se e il governo. Dif­fe­renze pro­fonde, ben al di là delle liti di con­do­mi­nio emerse in que­sti giorni. Che potreb­bero tro­vare una mag­gio­ranza, ma non una sin­tesi, visto che una fetta di mili­tanti per­ce­pi­sce il pro­ba­bile segre­ta­rio Renzi come uno dei tanti lea­der di pas­sag­gio che ha avuto il Pd, in attesa della corsa per Palazzo Chigi. Il che ricon­se­gne­rebbe il Pd all’insostenibile pro­filo irre­so­luto di oggi, e di sempre.
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