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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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domenica 8 dicembre 2013

L'ultima Bolognina

«Quella che arri­verà sta­notte nel Pd sarà un’altra "ultima svolta". Con Renzi nei panni del "nuo­vi­sta", Cuperlo in quelli del rinnovatore-conservatore, Civati che tenta la via di una sini­stra di con­fine con i movi­menti: no Tav, via Mae­stra, acqua pub­blica». Il manifesto, 8 dicembre 2013

È esa­ge­rato farsi tor­nare in mente la Bolo­gnina, l’ultimo con­gresso del Pci, le lacrime di Occhetto, il «resto nel gorgo» di Ingrao e la scis­sione di Cos­sutta. Ma quella che arri­verà sta­notte nel Pd sarà un’altra «ultima svolta». Con Renzi nei panni del «nuo­vi­sta», Cuperlo in quelli del rinnovatore-conservatore, Civati che tenta la via di una sini­stra di con­fine con i movi­menti: no Tav, via Mae­stra, acqua pub­blica. Sta­volta non ci saranno scis­sioni, ma non si può esclu­dere il rischio di quella che D’Alema defi­ni­sce una «scis­sione silen­ziosa di militanti».

Qual­che set­ti­mana fa del resto Mario Tronti — pre­sti­gioso padre dell’operaismo, pre­si­dente del Crs e oggi sena­tore del Pd — ha par­lato di que­sto pas­sag­gio come l’eventualità per il Pd «dell’uscita defi­ni­tiva dalla sto­ria della sini­stra ita­liana» e del rischio della sini­stra di diven­tare «una mino­ranza nean­che poli­tica, ma intel­let­tuale». Già un anno fa, alle pri­ma­rie di coa­li­zione, Euge­nio Scal­fari aveva par­lato della «muta­zione antro­po­lo­gica» del Pd nel caso avesse vinto Renzi. Quest’anno, di fronte alla quasi-certezza che Renzi sia segre­ta­rio parla di un’« avven­tura» e «in poli­tica le avven­ture pos­sono gio­vare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresentano».

È inu­tile girarci intorno, lo scon­tro di oggi - da una parte Renzi, dall’altra Cuperlo e Civati - non è sulle prime pagine dell’agenda che il nuovo segre­ta­rio si tro­verà davanti - lar­ghe intese, legge elet­to­rale, ricon­trat­ta­zione dei vin­coli euro­pei - sulle quali i tre si equi­val­gono nella sostanza, tranne Civati che rom­pe­rebbe le lar­ghe intese subito. Il nodo di oggi il cam­bio di natura di un Pd che fin qui ha guar­dato al cen­tro ma si è tro­vato «a svol­gere, quasi di mala­vo­glia, una fun­zione di sini­stra», per dirla con un for­mi­da­bile sag­gio di Wal­ter Tocci, schie­rato con Civati (Sulle orme del gam­bero, Don­zelli), un vade­me­cum per la let­tura del fal­li­mento della gene­ra­zione che oggi passa la mano. E del par­tito che lascia in ere­dità, «da un lato lea­der media­tici e dall’altro nota­bili ter­ri­to­riali sono tenuti insieme da una sorta di patto di fran­chi­sing, in cui i primi si occu­pano della cura del brand e i secondi dell’organizzazione del con­senso». Il «par­tito in fran­chi­sing» lo abbiamo visto ai con­gressi, segnati male dal voto aperto fino all’ultimo (voluto da Renzi), dalle lotte fra clan fino alle incur­sioni dei pm, com’è suc­cesso a Salerno.

Cuperlo nella sua sto­ria ha avuto qual­che incer­tezza sulla bontà delle pri­ma­rie. Renzi ha costruito un muro di ghiac­cio con la Cgil, che pre­sta l’attuale segre­ta­rio e cen­ti­naia di qua­dri al Pd, per non par­lare dei voti (la segre­ta­ria dello Spi Carla Can­tone è can­di­data nelle liste di Cuperlo). Cose che hanno a che vedere appunto con la natura del Pd. Non a caso ieri Cuperlo ha ripe­tuto che «è in gioco l’autonomia della sini­stra». Un con­cetto che ieri a Empoli si è incar­nato in una scena all’ultimo comi­zio di Renzi. È com­parsa una vec­chia ban­diera del Pci, por­tata in piazza da un mili­tante set­tan­tot­tenne che l’aveva rice­vuta dal padre par­ti­giano. L’ha voluta por­gere - senza rega­larla - a Renzi, gio­vane ram­pollo della genea­lo­gia cen­tri­sta ita­liana. Il gesto aveva tutta la forza di un pas­sag­gio sim­bo­lico. Senza un affi­da­mento defi­ni­tivo, però.

Fuori dai sim­boli, le dif­fe­renze fra i tre sono chiare: tutti chie­dono la ricon­trat­ta­zione dei vin­coli euro­pei. Cuperlo ha un clas­sico pro­filo labu­ri­sta (piano straor­di­na­rio per l’occupazione), Renzi ha rispol­ve­rato i libri del giu­sla­vo­ri­sta Pie­tro Ichino, già suo sug­ge­ri­tore (poi pas­sato con Monti), con­tratto unico a tutele pro­gres­sive e can­cel­la­zione defi­ni­tiva dell’art.18. Cuperlo e Civati sono con­tro le pri­va­tiz­za­zioni, Renzi è più ’laico’ (il suo eco­no­mi­sta di rife­ri­mento Gut­geld pro­pone la pri­va­tiz­za­zione di Rai e Poste). Civati e Renzi sono con­tro il Tav, Cuperlo ha fra i suoi i soste­ni­tori delle tri­velle in Val di Susa. Sui diritti, Civati è a favore dei matri­moni gay e per le ado­zioni, Cuperlo è fermo ai matri­moni civili e Renzi alla «civil partnership».


Quanto all’idea di par­tito, Renzi pre­para il suo Pd di «cir­coli, ammi­ni­stra­tori, par­la­men­tari». Civati chiede refe­ren­dum con gli iscritti, Cuperlo con­te­sta l’idea di un par­tito degli ammi­ni­stra­tori e che non distin­gua fra se e il governo. Dif­fe­renze pro­fonde, ben al di là delle liti di con­do­mi­nio emerse in que­sti giorni. Che potreb­bero tro­vare una mag­gio­ranza, ma non una sin­tesi, visto che una fetta di mili­tanti per­ce­pi­sce il pro­ba­bile segre­ta­rio Renzi come uno dei tanti lea­der di pas­sag­gio che ha avuto il Pd, in attesa della corsa per Palazzo Chigi. Il che ricon­se­gne­rebbe il Pd all’insostenibile pro­filo irre­so­luto di oggi, e di sempre.
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