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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 17 dicembre 2013

L'eclissi del Parlamento

«Si assi­ste allo svuo­ta­mento pro­gres­sivo delle forme rap­pre­sen­ta­tive della nostra demo­cra­zia costi­tu­zio­nale. Ma quanto può soprav­vi­vere una demo­cra­zia senza un Par­la­mento?». Il manifesto, 16 dicembre 2013

Cos’altro deve suc­ce­dere prima che ci si ponga seria­mente il pro­blema del ruolo del Par­la­mento? In que­sta legi­sla­tura è esplosa — nel disin­te­resse dei più — la sua crisi. Un organo par­la­men­tare impo­tente, inca­pace di assol­vere alle sue essen­ziali fun­zioni costi­tu­zio­nali.Prima il pastic­ciac­cio brutto dell’elezione del capo dello Stato, che si è con­cluso con un fatto mai acca­duto in pre­ce­denza: la rie­le­zione per un nuovo set­ten­nato del vec­chio Pre­si­dente. Non può stu­pire più di tanto allora il raf­for­za­mento del potere del capo dello Stato di fronte al vuoto deci­sio­nale del Parlamento.

In seguito la vicenda della for­ma­zione del governo delle lar­ghe intese. Sul piano isti­tu­zio­nale l’effetto prin­ci­pale è stato quello di ren­dere l’esecutivo l’unico tito­lare della fun­zione di indi­rizzo poli­tico e di ren­dere super­fluo — anzi inop­por­tuno — il con­fronto par­la­men­tare. Una volta defi­nito l’accordo in sede gover­na­tiva, esso non può certo essere rine­go­ziato in Par­la­mento.

Rimane un’unica pos­si­bi­lità alle Camere: quella di non fare. Le ragioni dell’immobilismo par­la­men­tare sono diverse e com­plesse, ma è evi­dente che un organo che può, nei fatti, eser­ci­tare solo un potere di veto, prima o poi sarà sopraf­fatto. E così è avve­nuto. Nel caso della legge elet­to­rale, impan­ta­nata nella discus­sione par­la­men­tare e para­liz­zata dagli inte­ressi con­trap­po­sti dei vari par­titi e movi­menti poli­tici pre­senti in Par­la­mento, inca­paci di giun­gere a una sin­tesi; alla fine s’è tro­vata una solu­zione con la pro­nun­cia della Corte costi­tu­zio­nale. Un inter­vento assai oppor­tuno, reso neces­sa­rio dall’inerzia del legi­sla­tore e dalla palese lesione della lega­lità costi­tu­zio­nale. Ora, in molti appa­iono risen­titi della deci­sione del giu­dice delle leggi, ma fareb­bero meglio a inter­ro­garsi sul com’è potuto avve­nire che un Par­la­mento non fosse in grado nep­pure di defi­nire le pro­prie regole costi­tu­tive.

Da ultimo, la legge sul finan­zia­mento ai par­titi poli­tici. Una legge che — a fatica — era in discus­sione al Senato e aveva già pas­sato il vaglio della Camera. La que­stione del finan­zia­mento delle for­ma­zioni poli­ti­che è, in verità, assai con­tro­versa, e dun­que sarebbe stato utile, per giun­gere a un com­pro­messo tra le diverse con­ce­zioni, un con­fronto, anche acceso, in seno all’organo della rap­pre­sen­tanza. E invece la debo­lezza del Par­la­mento, tanto più su un tema così sen­si­bile, ha reso pos­si­bile al Governo, di inter­ve­nire in sua vece.

Non sem­bra che il Par­la­mento abbia gran­ché pro­te­stato per que­sto inter­vento sosti­tu­tivo del governo. Eppure ne avrebbe avuto motivo. Avrebbe infatti dovuto riven­di­care il pro­prio potere e ricor­dare che il governo, in assenza di una delega del Par­la­mento, può ema­nare decreti aventi valore di legge, solo «in casi straor­di­nari di neces­sità e d’urgenza». Avrebbe almeno dovuto chie­dere quale fosse l’urgenza di inter­ve­nire anti­ci­pando la discus­sione già pre­vi­sta al Senato. Non lo ha fatto, e forse se ne intui­sce la ragione: per timore di vedersi rispon­dere che l’«urgenza» era det­tata dall’«impotenza» del Par­la­mento.
Un Par­la­mento preso a schiaffi. Che lascia il passo agli altri poteri (dal Pre­si­dente della Repub­blica al governo, pas­sando per la Corte costi­tu­zio­nale), ma inca­pace di rea­gire. A volte addi­rit­tura sol­le­vato dalla sup­plenza di altri organi, che ese­guono il lavoro “sporco” al quale esso è isti­tu­zio­nal­mente pre­po­sto, ma che non rie­sce più a svol­gere.

Ed è così, mesta­mente, che si assi­ste allo svuo­ta­mento pro­gres­sivo delle forme rap­pre­sen­ta­tive della nostra demo­cra­zia costi­tu­zio­nale. Ma quanto può soprav­vi­vere una demo­cra­zia senza un Par­la­mento?
Distratti dal chiac­chie­ric­cio e dalla lotta per con­qui­stare un posto al sole da parte del nuovo esta­blish­ment, si rischia di non vedere il peri­colo più grande: la dege­ne­ra­zione del parlamentarismo.
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