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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 8 dicembre 2013

Valore del paesaggio

Stralcio dalla relazione introduttiva alla presentazione del libro: Lezione di piano. L'esperienza pioniera del PPR della Sardegna raccontata per voci (Corte del fontego editore), Sassari, 9 dicembre 2013. La Nuova Sardegna, 8 dicembre 2013


1. Dalla tragedia del 18 novembre c’è stato un susseguirsi di inchieste, accompagnate da accuse reciproche di responsabilità. Ma se a questa fase di allarme non segue quella della riflessione e degli impegni concreti in termini di cambio di linea nel governo del territorio, tutti dovremmo essere consapevoli che ci saranno altre tragedie e altri morti, come immediatamente dopo è accaduto nelle regioni del centro-sud.

Partiamo dalle responsabilità. Gli attori pubblici e privati che hanno concorso agli scempi territoriali sono molti e riguardano le politiche urbanistiche e di governo del territorio italiano degli ultimi 50 anni. Intendendo per politiche tanto i piani adottati seguendo la logica che riempire il territorio di cemento equivalga a sviluppo economico, quanto tutte quelle forme di “disattenzione” delle istituzioni verso i numerosi cittadini che hanno aggirato le regole perché considerate inutili. Sono queste politiche (e connivenze di vario tipo) ad aver prodotto le numerose e continue emergenze ambientali.

Qualche esempio: 2008 Capoterra, alluvione luttuosa ma del tutto prevedibile per l’edificazione diffusa sul letto di un fiume; 2010 San Fratello, un paese nella provincia di Messina che è franato coinvolgendo circa 1500 persone costrette a rifugiarsi altrove. Lo stesso si può dire per paesi della Calabria come Maierato, Pizzo Calabro; 2011 le inondazioni in Veneto e Campania; 2012, lo stesso è avvenuto a Massa in Toscana e poi in Liguria. E ora il disastro colposo di queste ultime settimane. Naturalmente l’elenco è ben più lungo e riguarda l’Italia intera. In questo dissesto la Sardegna è ai primi posti perché, pur essendo tra le regioni meno popolate del Paese in relazione all’estensione del territorio, è anche tra le regioni più compromesse, nonostante qualche illustre opinionista abbia recitato il contrario.

Oggi la popolazione italiana si è mossa generosamente per aiutare i sardi; ieri lo ha fatto per aiutare altre regioni, domani lo farà sicuramente per altre calamità non naturali. Passata l’ondata emotiva, chi si ricorderà di ciò che è accaduto, se già sta diminuendo l’attenzione verso quel che è successo appena tre settimane fa? Tanta retorica della politica, grandi enfasi mediatica, scarsa memoria e, soprattutto, sguardo cieco sul futuro.

2. Non ci sono numeri certi in merito alle edificazioni e al consumo del suolo, vi sono per lo più stime che si sovrappongono. Eppure, basterebbe che ogni Comune fosse obbligato a tenere un registro del consumo del suolo e lo rendesse pubblico, magari mettendo un tabellone luminoso sulle pareti del Municipio con la scritta: Oggi abbiamo sottratto alla terra tot metri. Servirebbe a tenere alta l’attenzione sociale e a renderci più consapevoli del danno che provochiamo con i nostri modelli di vita.

Nonostante l’inadeguatezza dei numeri parto da alcuni dati dell’Istat, Agenzia delle Entrate, Regione Sardegna.

a) Dall’analisi dei dati Istat nell'arco temporale 2001/2011 in Italia vi è stato un incremento delle località urbanizzate pari a 20mila Km2, il 6.7% della superficie totale nazionale. Il paragone utilizzato dall’allora presidente Giovannini (attuale ministro del lavoro) è che, in appena dieci anni, si è consumata una superficie superiore all’intera Puglia e ciò è dovuto specificamente ai modelli urbanistici che si sono consolidati in anni recenti. E ancora, dal 1995 al 2009, i comuni hanno rilasciato permessi di costruire per 3,8 miliardi di metri cubi (oltre 255 all’anno) di cui l’80% di nuovi fabbricati. Che equivale a dire che (astrattamente) ogni italiano è stato autorizzato a realizzare circa 20 metri cubi. Queste autorizzazioni sono state incrementate dai cosiddetti Piani Casa di cui ogni amministrazione regionale si è rapidamente e convulsamente attrezzata: basti pensare che, proprio in relazione al Piano Casa, negli ultimi anni c’è stato un aumento fino al 29% del totale della quota di permessi rilasciati per incremento volumetrie.

Naturalmente la spinta al consumo del suolo non è stata omogenea. Nelle regioni del Nord vi è stato un rallentamento dovuto soprattutto alla crisi economica perché il calo delle cubature ha riguardato le strutture destinate alle attività produttive. Mentre nel Mezzogiorno sono state individuate 1.024 nuove località abitate (sempre fonte Istat), valore di molto superiore alle altre aree del Paese. Ma il dato veramente rilevante è che le percentuali più alte di questi nuovi agglomerati riguardano tre regioni. Nell’ordine decrescente, rispetto al totale delle località, troviamo la Sardegna (20,5%), seguita da Puglia (18,7%) e Sicilia (11,1%).

La Sardegna si trova al primo posto, seppure sia la regione che si caratterizza per gli ampi spazi, un tempo agricoli e pastorali, ora per lo più abbandonati; per il tessuto urbanizzato abbastanza debole, tranne che in alcune e delimitate aree (Cagliari e Sassari); per il calo demografico non compensato neppure dal movimento migratorio in entrata, anche perché va crescendo quello in uscita. Nella nuova pressione dell’urbanizzazione ha avuto, invece, un ruolo centrale un modello di turismo basato sul consumo di territorio.

b) Dai dati dell’Agenzia delle Entrate, riferiti alle cosiddette case fantasma in Sardegna vi sarebbero 19.229 immobili sconosciuti al Catasto e con rendite presunte complessivamente per oltre 16.559 milioni di euro.

c) Dal Report Piano Casa dell’Assessorato regionale degli enti locali, finanze e urbanistica, aggiornato al giugno del 2013, ricaviamo che sono 21.853 le istanze di incremento volumetrico (limitatamente a quelle valutate positivamente) in 71 comuni distribuiti su tutto il territorio regionale. Di queste una percentuale del tutto residuale riguarda strutture per le attività produttive. E la Regione stima che le istanze nei comuni non censiti, rapportate alla popolazione, potrebbero essere 35.180. Queste nuove cubature hanno un’incidenza minima nei miglioramenti delle prestazioni energetiche, come riconosciuto dallo stesso Report regionale, mentre prevalgono le percentuali di incremento volumetrico del 20 e del 30%. Vale la pena di evidenziare che il 57% degli interventi a Sassari riguarda le residenze dell’agro dove anche il Piano urbanistico in itinere prevede altre cubature.

Il cosiddetto Piano Paesaggistico dei Sardi, esplicitamente contrapposto al PPR della Giunta Soru, si inserisce in questo quadro, incorporando le disposizioni del Piano Casa e della legge sui campi da golf che possono incidere anche sulla fascia costiera e sui 300 metri; riportando in vita tutte le lottizzazioni che il PPR aveva bloccato (secondo Legambiente sarebbe un volume complessivo di 15 milioni di metri cubi) inserendo un insieme di deroghe e ammettendo l'attuazione di zone turistiche con un semplice atto di concerto RAS - Provincia - Comune; consentendo costruzioni in agro anche non in funzione dell'agricoltura.

Usando le parole di Cappellacci al meeting sul turismo tenutosi a Olbia il 30 novembre “la Sardegna è la stessa del 17 novembre: The show must go on". E che i familiari delle vittime si rassegnino.
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