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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

lunedì 30 dicembre 2013

Gli ascari del ministro Mauro

Ipocrisia  nelle parole,   smemoratezza nella testa,  e infine  - nei fatti -  persistenza nel reiterare lgli errori: ecco ciò che caratterizza la politica italiana dell'affrontare il dramma dei migranti. Il manifesto, 29 dicembre 2013

Siamo un paese sme­mo­rato, dove tutto si ripete cicli­ca­mente come se acca­desse la prima volta. Dove la memo­ria e l’esperienza non pro­ce­dono per addi­zione ma per sot­tra­zione. Dove lo sde­gno per ingiu­sti­zie e misfatti pub­blici resi­ste fin­ché i media e qual­che per­so­nag­gio poli­tico vogliono farlo durare. Forti di tale con­sa­pe­vo­lezza, que­sta volta non dovremmo mol­lare. Ora che l’ondata di pro­te­ste, neppur’essa ine­dita, dei reclusi nei lager di Stato – che si chia­mino Cie, Cara o Cpsa — ha rice­vuto una spe­ciale riso­nanza pub­blica, dovremmo insi­stere fino a otte­nere una riforma radi­cale delle nor­ma­tive che rego­lano l’immigrazione e l’asilo.

Altri­menti tutto tor­nerà come prima. I lager ridi­ven­te­ranno “cen­tri di acco­glienza”: così il 21 dicem­bre l’Ansa e molti quo­ti­diani online (com­preso Il Fatto Quo­ti­diano) defi­ni­vano il Cie di Ponte Gale­ria, dando la noti­zia della «pro­te­sta choc», come dicono loro, delle lab­bra cucite. Altri­menti, anche la «pro­te­sta choc» e l’atto corag­gioso del depu­tato Kha­lid Chaouki, auto-reclusosi nel Cpsa di Lam­pe­dusa, saranno pre­sto dimen­ti­cati.

Così come oggi si dimen­tica che altre volte gli “ospiti” dei lager ita­liani — come di altri paesi, euro­pei e non — hanno fatto ricorso a que­sto gesto auto­le­sio­ni­sta alta­mente sim­bo­lico: per esem­pio, a novem­bre del 2010, nel Cie di Torino, lo fecero in una decina; alcuni mesi prima a cucirsi la bocca era stata, nel Cie di Bolo­gna, una tren­tenne tuni­sina cui era stato rifiu­tato l’asilo. Nulla seguì a que­ste «pro­te­ste choc» se non alcune depor­ta­zioni.

Siamo un paese sme­mo­rato, dove per­fino gli autori della legge 40 del 6 marzo 1998 sem­brano imme­mori del fatto che fu la loro crea­tura a inau­gu­rare la deten­zione ammi­ni­stra­tiva. Aprendo così la strada a un cre­scendo di gravi vio­la­zioni della Costi­tu­zione, dello stato di diritto, dei diritti umani, della stessa Carta dei diritti fon­da­men­tali dell’Unione Euro­pea: vio­la­zioni quasi sem­pre appro­vate dal capo dello stato di turno, com­preso l’ultimo. Siamo il paese dove anche rispet­ta­bili poli­tici e rap­pre­sen­tanti di isti­tu­zioni, per non dire di buona parte dei gior­na­li­sti, igno­rano la legi­sla­zione sull’immigrazione e quella sull’asilo; e sup­pon­gono sia suf­fi­ciente qual­che ritocco alla Bossi-Fini per “uma­niz­zare” il trat­ta­mento discri­mi­na­to­rio, ingiu­sto e/o cru­dele inflitto a migranti, pro­fu­ghi e richie­denti asilo. Ignari del fatto che si tratta invece di sman­tel­lare non solo i lager di Stato ma anche l’intero impianto che regge norme quasi tutte all’insegna del sor­ve­gliare e punire: per­lo­più ispi­rate dal prin­ci­pio di un diritto dif­fe­ren­ziato riser­vato agli “altri”, ava­ris­sime nel con­fe­rire i diritti di cit­ta­di­nanza, a comin­ciare dalla nazio­na­lità ita­liana e dal diritto di voto.

Anche su quest’ultimo ver­sante c’è il rischio che la mon­ta­gna dell’attuale pro­ta­go­ni­smo poli­tico di migranti e rifu­giati pro­duca solo qual­che topo­lino nato male. Ieri il mini­stro della Difesa, Mario Mauro, ha avuto l’ardire di pro­porre «una pic­cola modi­fica della Costi­tu­zione per dare agli immi­grati la pos­si­bi­lità di entrare nelle forze armate» e gua­da­gnare così qual­che punto per otte­nere la nazio­na­lità ita­liana. Insomma, se abbiamo capito bene, il mini­stro riba­di­sce l’idea di un diritto spe­ciale riser­vato a una spe­ciale cate­go­ria di per­sone. Abo­lita, di fatto, la leva obbli­ga­to­ria da quasi un decen­nio, si trat­te­rebbe, in sostanza, di rein­tro­durla solo per gli immi­grati: una sorta di reclu­ta­mento degli ascari, che andreb­bero così a costi­tuire i «bat­ta­glioni indi­geni», di fune­sta memo­ria colo­niale, per «mis­sioni di pace» par­ti­co­lar­mente dif­fi­cili. Non con­tento di que­sta bella tro­vata, nella stessa inter­vi­sta a Libero Mauro oppone allo ius soli, come si dice sbri­ga­ti­va­mente, l’oscura nozione dello ius cul­tu­rae: un con­cetto (si fa per dire) rubato a Gio­vanni Sar­tori, sin­go­lare impa­sto vivente di spoc­chia acca­de­mica, incom­pe­tenza nel campo spe­ci­fico, smo­data xeno­fo­bia.

Abbiamo citato que­sti spro­po­siti solo per riba­dire che occorre sven­tare il rischio che le pro­te­ste di migranti e rifu­giati e una certa atten­zione pub­blica verso la que­stione dei loro diritti siano pre­sto svuo­tate e can­ni­ba­liz­zate dalla poli­tica poli­ti­ci­sta e dai gio­chi del governo delle intese semi-larghe. Si tratta dun­que di alzare il livello della mobi­li­ta­zione. Della quale una tappa impor­tante sarà di certo l’appuntamento per scri­vere col­let­ti­va­mente la Carta di Lam­pe­dusa: dal 31 gen­naio al 2 feb­braio 2014, infatti, movi­menti, asso­cia­zioni, reti delle due sponde del Medi­ter­ra­neo si ritro­ve­ranno nell’isola per ela­bo­rare un patto costi­tuente «che metta al primo posto le per­sone, la loro dignità, i loro desi­deri, le loro spe­ranze». Ma una tappa ancor più rile­vante sarebbe quella di una mani­fe­sta­zione nazio­nale, per affer­mare con vigore che que­sta volta non per­met­te­remo che tutto rico­minci come se niente fosse accaduto.
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