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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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lunedì 30 dicembre 2013

Gli ascari del ministro Mauro

Ipocrisia  nelle parole,   smemoratezza nella testa,  e infine  - nei fatti -  persistenza nel reiterare lgli errori: ecco ciò che caratterizza la politica italiana dell'affrontare il dramma dei migranti. Il manifesto, 29 dicembre 2013

Siamo un paese sme­mo­rato, dove tutto si ripete cicli­ca­mente come se acca­desse la prima volta. Dove la memo­ria e l’esperienza non pro­ce­dono per addi­zione ma per sot­tra­zione. Dove lo sde­gno per ingiu­sti­zie e misfatti pub­blici resi­ste fin­ché i media e qual­che per­so­nag­gio poli­tico vogliono farlo durare. Forti di tale con­sa­pe­vo­lezza, que­sta volta non dovremmo mol­lare. Ora che l’ondata di pro­te­ste, neppur’essa ine­dita, dei reclusi nei lager di Stato – che si chia­mino Cie, Cara o Cpsa — ha rice­vuto una spe­ciale riso­nanza pub­blica, dovremmo insi­stere fino a otte­nere una riforma radi­cale delle nor­ma­tive che rego­lano l’immigrazione e l’asilo.

Altri­menti tutto tor­nerà come prima. I lager ridi­ven­te­ranno “cen­tri di acco­glienza”: così il 21 dicem­bre l’Ansa e molti quo­ti­diani online (com­preso Il Fatto Quo­ti­diano) defi­ni­vano il Cie di Ponte Gale­ria, dando la noti­zia della «pro­te­sta choc», come dicono loro, delle lab­bra cucite. Altri­menti, anche la «pro­te­sta choc» e l’atto corag­gioso del depu­tato Kha­lid Chaouki, auto-reclusosi nel Cpsa di Lam­pe­dusa, saranno pre­sto dimen­ti­cati.

Così come oggi si dimen­tica che altre volte gli “ospiti” dei lager ita­liani — come di altri paesi, euro­pei e non — hanno fatto ricorso a que­sto gesto auto­le­sio­ni­sta alta­mente sim­bo­lico: per esem­pio, a novem­bre del 2010, nel Cie di Torino, lo fecero in una decina; alcuni mesi prima a cucirsi la bocca era stata, nel Cie di Bolo­gna, una tren­tenne tuni­sina cui era stato rifiu­tato l’asilo. Nulla seguì a que­ste «pro­te­ste choc» se non alcune depor­ta­zioni.

Siamo un paese sme­mo­rato, dove per­fino gli autori della legge 40 del 6 marzo 1998 sem­brano imme­mori del fatto che fu la loro crea­tura a inau­gu­rare la deten­zione ammi­ni­stra­tiva. Aprendo così la strada a un cre­scendo di gravi vio­la­zioni della Costi­tu­zione, dello stato di diritto, dei diritti umani, della stessa Carta dei diritti fon­da­men­tali dell’Unione Euro­pea: vio­la­zioni quasi sem­pre appro­vate dal capo dello stato di turno, com­preso l’ultimo. Siamo il paese dove anche rispet­ta­bili poli­tici e rap­pre­sen­tanti di isti­tu­zioni, per non dire di buona parte dei gior­na­li­sti, igno­rano la legi­sla­zione sull’immigrazione e quella sull’asilo; e sup­pon­gono sia suf­fi­ciente qual­che ritocco alla Bossi-Fini per “uma­niz­zare” il trat­ta­mento discri­mi­na­to­rio, ingiu­sto e/o cru­dele inflitto a migranti, pro­fu­ghi e richie­denti asilo. Ignari del fatto che si tratta invece di sman­tel­lare non solo i lager di Stato ma anche l’intero impianto che regge norme quasi tutte all’insegna del sor­ve­gliare e punire: per­lo­più ispi­rate dal prin­ci­pio di un diritto dif­fe­ren­ziato riser­vato agli “altri”, ava­ris­sime nel con­fe­rire i diritti di cit­ta­di­nanza, a comin­ciare dalla nazio­na­lità ita­liana e dal diritto di voto.

Anche su quest’ultimo ver­sante c’è il rischio che la mon­ta­gna dell’attuale pro­ta­go­ni­smo poli­tico di migranti e rifu­giati pro­duca solo qual­che topo­lino nato male. Ieri il mini­stro della Difesa, Mario Mauro, ha avuto l’ardire di pro­porre «una pic­cola modi­fica della Costi­tu­zione per dare agli immi­grati la pos­si­bi­lità di entrare nelle forze armate» e gua­da­gnare così qual­che punto per otte­nere la nazio­na­lità ita­liana. Insomma, se abbiamo capito bene, il mini­stro riba­di­sce l’idea di un diritto spe­ciale riser­vato a una spe­ciale cate­go­ria di per­sone. Abo­lita, di fatto, la leva obbli­ga­to­ria da quasi un decen­nio, si trat­te­rebbe, in sostanza, di rein­tro­durla solo per gli immi­grati: una sorta di reclu­ta­mento degli ascari, che andreb­bero così a costi­tuire i «bat­ta­glioni indi­geni», di fune­sta memo­ria colo­niale, per «mis­sioni di pace» par­ti­co­lar­mente dif­fi­cili. Non con­tento di que­sta bella tro­vata, nella stessa inter­vi­sta a Libero Mauro oppone allo ius soli, come si dice sbri­ga­ti­va­mente, l’oscura nozione dello ius cul­tu­rae: un con­cetto (si fa per dire) rubato a Gio­vanni Sar­tori, sin­go­lare impa­sto vivente di spoc­chia acca­de­mica, incom­pe­tenza nel campo spe­ci­fico, smo­data xeno­fo­bia.

Abbiamo citato que­sti spro­po­siti solo per riba­dire che occorre sven­tare il rischio che le pro­te­ste di migranti e rifu­giati e una certa atten­zione pub­blica verso la que­stione dei loro diritti siano pre­sto svuo­tate e can­ni­ba­liz­zate dalla poli­tica poli­ti­ci­sta e dai gio­chi del governo delle intese semi-larghe. Si tratta dun­que di alzare il livello della mobi­li­ta­zione. Della quale una tappa impor­tante sarà di certo l’appuntamento per scri­vere col­let­ti­va­mente la Carta di Lam­pe­dusa: dal 31 gen­naio al 2 feb­braio 2014, infatti, movi­menti, asso­cia­zioni, reti delle due sponde del Medi­ter­ra­neo si ritro­ve­ranno nell’isola per ela­bo­rare un patto costi­tuente «che metta al primo posto le per­sone, la loro dignità, i loro desi­deri, le loro spe­ranze». Ma una tappa ancor più rile­vante sarebbe quella di una mani­fe­sta­zione nazio­nale, per affer­mare con vigore che que­sta volta non per­met­te­remo che tutto rico­minci come se niente fosse accaduto.
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