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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 28 dicembre 2013

Democrazia impotente

«Dovremmo tutti pre­oc­cu­parci dello stato in cui versa il nostro Par­la­mento, da esso dipen­dono le sorti della nostra demo­cra­zia. Dinanzi a tanta con­fu­sione l’accusa delle disfun­zioni non basta. Sarebbe auspi­ca­bile che qual­cuno si ergesse a difen­sore dell’istituzione par­la­men­tare e richia­masse anche gli altri poteri al rispetto della cen­tra­lità dell’organo della rap­pre­sen­tanza politica». Il manifesto, 28 dicembre 2013


Oggi il Par­la­mento in Ita­lia non conta più nulla e non rie­sce a far nulla, con­ti­nua a pren­dere schiaffi senza che nes­suno se ne lamenti, nep­pure i diretti inte­res­sati. Schiac­ciate dal peso del soste­gno a un governo privo di un coe­rente indi­rizzo poli­tico, tenute in vita arti­fi­cial­mente, in attesa di una pre­si­denza di turno euro­pea, di impro­ba­bili riforme isti­tu­zio­nali e dello sta­bi­liz­zarsi del qua­dro poli­tico ter­re­mo­tato dopo le ultime ele­zioni, la per­dita di auto­no­mia delle camere è totale. Lo ave­vamo già segna­lato su que­ste pagine, ma vale la pena ricor­darlo: da che è ini­ziata que­sta legi­sla­tura le camere non sono riu­scite a eser­ci­tare nes­suno dei loro prin­ci­piali com­piti isti­tu­zio­nali.

Quello costi­tu­zio­nal­mente più deli­cato di ele­zione del capo dello stato s’è con­cluso con un incre­di­bile e diso­no­re­vole nulla di fatto. La scelta di con­fer­mare il vec­chio pre­si­dente, a seguito dell’accertata inca­pa­cità di eleg­gerne uno nuovo (Marini, Rodotà o Prodi che fosse), ha costi­tuito un’esplicita dichia­ra­zione di impo­tenza. Con­di­zione di ina­de­gua­tezza resa ancora più evi­dente dal discorso di re-insediamento di Napo­li­tano dinanzi alle Camere riu­nite, il quale non ha man­cato di richia­mare le debo­lezze dell’attuale sistema politico-parlamentare, men­tre i par­la­men­tari applau­di­vano.

Per non par­lare dell’incapacità mani­fe­sta di for­mare un governo dalle chiare con­no­ta­zioni poli­ti­che e di indi­vi­duare una mag­gio­ranza defi­nita. Fosse stata anche la neces­sità– o più pro­ba­bil­mente le sol­le­ci­ta­zioni pre­si­den­ziali da un lato e la paura di una fine trau­ma­tica della legi­sla­tura dall’altro — a indurre il Par­la­mento a con­fe­rire la fidu­cia prima al governo Letta-Berlusconi, poi a quello Letta-Alfano, ora a quello Letta-Renzi, certo non può negarsi che gli equi­li­bri all’interno del Par­la­mento e con il governo sono stati stra­volti. La stessa atti­vità all’interno delle camere non poteva che risentirne.

La fisio­lo­gica dia­let­tica tra mag­gio­ranza e oppo­si­zioni è stata scon­volta, sosti­tuita dalla con­cen­tra­zione nelle mani dei par­titi delle «lar­ghe intese» dei diversi ruoli politico-parlamentari: tutti (o quasi) a soste­nere il Governo, ma fino ad un certo punto, dovendo tutti riven­di­care la pro­pria diver­sità. Dun­que, svol­gendo tanto il ruolo di mag­gio­ranza quanto quello di oppo­si­zione.

In que­sto clima con­fuso le Camere non pos­sono che ope­rare senza diret­tive sicure, in modo ondi­vago. Non tanto l’inadeguatezza dei rego­la­menti par­la­men­tari, quanto l’impossibilità di una loro appli­ca­zione coe­rente allo spi­rito che deve ani­mare un’efficace atti­vità dell’organo legi­sla­tivo rende sem­pre più evi­dente la para­lisi del Par­la­mento. Non si può cer­ta­mente impu­tare alle regole par­la­men­tari, ad esem­pio, l’inettitudine dimo­strata nei con­fronti della riforma della legge elet­to­rale. È lo stato con­fu­sio­nale in cui versa la poli­tica oggi in Ita­lia che deve essere messa sotto accusa.

È anche vero che non è solo il Par­la­mento a ver­sare in uno stato coma­toso. Anzi esso è un riflesso della con­di­zione in cui versa la poli­tica. Con­cen­trata sui destini per­so­nali e sul ricam­bio gene­ra­zio­nale, attra­ver­sata da lotte fra­tri­cide per il pre­do­mi­nio nei feudi e nei ter­ri­tori tra­di­zio­nali della poli­tica poli­ti­cante, dispo­sta a sca­ri­care sugli altri (sog­getti o isti­tu­zioni che siano) le colpe del vuoto di una poli­tica nazio­nale.

Troppo facile diventa pren­der­sela con l’organo più debole in que­sto momento in Ita­lia. Il Par­la­mento, appunto. Così, il Governo sca­rica le Camere, sot­traendo a esse la deci­sione sul finan­zia­mento dei par­titi: l’emanazione di un decreto legge in mate­ria è dei giorni scorsi. Ora, il Pre­si­dente della Repub­blica bac­chetta il Par­la­mento per avere inse­rito norme ete­ro­ge­nee in sede di con­ver­sione di un decreto legge. Una prassi assai risa­lente e spesso uti­liz­zata, cio­non­di­meno cer­ta­mente da con­dan­nare. Ma siamo sicuri che il Par­la­mento sia l’unico col­pe­vole? Anche l’indicazione di una modi­fica dei rego­la­menti par­la­men­tari appare fran­ca­mente ridut­tiva rispetto alla gra­vità della crisi in atto, che coin­volge il sistema poli­tico nel suo com­plesso e i rap­porti tra i diversi poteri.

Come può, ad esem­pio, non con­si­de­rarsi il ruolo deci­sivo che ha eser­ci­tato il Governo in Par­la­mento, il quale ha con­tri­buito in modo deter­mi­nante a far appro­vare emen­da­menti ete­ro­ge­nei nel corso dell’iter di con­ver­sione del decreto, appo­nendo per­sino la fidu­cia all’ultima vota­zione; per poi fare una rapida mar­cia indie­tro, lasciando solo il Par­la­mento, unico desti­na­ta­rio delle repri­mende del capo dello stato.

Dovremmo tutti pre­oc­cu­parci dello stato in cui versa il nostro Par­la­mento, da esso dipen­dono le sorti della nostra demo­cra­zia. Dinanzi a tanta con­fu­sione l’accusa delle disfun­zioni non basta. Sarebbe auspi­ca­bile che qual­cuno si ergesse a difen­sore dell’istituzione par­la­men­tare e richia­masse anche gli altri poteri al rispetto della cen­tra­lità dell’organo della rap­pre­sen­tanza politica
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