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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 31 dicembre 2013

Cemento. Così la Sardegna ha abbandonato il suo territorio

La seconda parte dell'inchiesta sull'attuazione del Codice del paesaggio. Una questione sulla quale sarà utile approfondire la conoscenza e diradare gli equivoci. L'Unità, 30 dicembre 2013, con postilla

Lo hanno chiamato nubifragio, ma la definizione è discutibile: secondo la Protezione civile in Sardegna alla fine di novembre nell’arco di 24 ore sono caduti dai 250 ai 400 millimetri d’acqua, con punte massime di 450, a secondo delle zone. Nel peggiore dei casi 18,5 mm l’ora, un nubifragio prevederebbe invece 30 mm l’ora. Ma il risultato non è stato meno devastante, una ventina di morti, quasi 3000 sfollati, città allagate e distrutte, montagne di acqua e fango che viaggiavano lungo le strade ridotte a letto di quei fiumi che la cementificazione aveva espropriato per interessi privati.

Il cosiddetto nubifragio in Sardegna ci riporta al cuore del problema della gestione del territorio e dei Piani paesaggistici che dovevano essere uno strumento per governarlo, ma che nessuna regione italiana è riuscita ancora ad approvare in via definitiva, malgrado siano passati dieci anni dalla loro promulgazione. In realtà a piegare la Sardegna non è stata tanto l’intensità, certo forte, delle piogge, ma la loro durata, che si è protratta lungo 48 ore, mandando in tilt un territorio devastato dalle speculazioni. Piangiamo le vittime del dissesto cementizio, non di un nubifragio.

Eppure la Sardegna fin dal 2006 si era dotata di un Piano paesaggistico all’avanguardia, proprio perché prevedeva un sistema complesso, di cui avrebbero dovuto far parte anche l’ambiente e il territorio. Insomma, il paesaggio non come pura bellezza. Renato Soru, allora presidente della giunta regionale sarda sul Piano aveva puntato parecchio, partendo dalla legge Salva coste del 2004, aveva dato vita a un bel progetto che imponeva nuovi vincoli, regole certe e comprendeva anche una digitalizzazione del territorio e delle sue proprietà, su computer facili da usare e aperti anche al cittadino –una innovazione fondamentale considerando che un vincolo paesaggistico decade se solo il proprietario di una infima particella del territorio in oggetto non riceve ufficiali comunicazioni sull’inizio della procedura di vincolo, sul procedere dell’iter e sulla sua definitiva conclusione.

Parte subito la guerriglia dei comuni che si sentono defraudati della possibilità di usare a loro piacimento il territorio, e con particolare veemenza del sindaco di Olbia, secondo cui il Piano avrebbe tarpato le ali all’economia della sua città –oggi invece lamenta essere Olbia ridotta a una montagna di fango e per ricostruirla piange soldi allo Stato pantalone.

A causa del suo Piano, Soru perde anche la compattezza dello schieramento politico che lo sostiene. Alle elezioni regionali del 2009 vince il centrodestra con Ugo Cappellacci che, appigliandosi a una mera questione di forma –il Piano era stato redatto prima della terza versione del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio–, blocca tutto benché il Mibac ne avesse comunque riconosciuto la validità. E, naturalmente, vai col mambo della betoniera, del piano casa e dell’autorizzazione facile. Il tutto, ovviamente per rilanciare l’economia.

Il caso della Sardegna, che secondo i dati a nostra disposizione dal 35% di territorio tutelato prima del 2009 crolla al 17% nel 2011, è emblematico non solo perché, insieme a Marche e Lazio, è tra le prime a dotarsi di un Piano paesaggistico che non riesce poi ad adottare in via definitiva, ma soprattutto perché quel Piano a suo modo comprendeva e recepiva le novità contenute nella Convenzione europea del paesaggio, che proprio l’Italia aveva voluto lanciare nel 2000 a Firenze, ma che non è riuscita a recepire a pieno nel suo Codice per i Beni Culturali e il Paesaggio.

La Convenzione infatti dice che paesaggio è sia il territorio «che può essere considerato eccezionale (per la bellezza NdR), sia i paesaggi della vita quotidiana, sia i paesaggi degradati» (art.2), che ovviamente vanno riqualificati. Una visione così allargata discende da un principio forte che ribalta la tradizionale impostazione, intesa soprattutto in Italia come bellezza naturale. Il paesaggio diventa invece fondante la qualità della vita dei cittadini, qualità della vita che è uno dei cardini della democrazia, e il caso del cosiddetto nubifragio in Sardegna è lì a dimostrare la validità del principio.

Sembrerebbero banalità, eppure perfino nella traduzione della Convenzione in italiano su questi punti ci sono state incertezze, palesi errori e polemiche: dove in Inglese si legge «Landscape means an area, as perceived…» (il paesaggio è un’area così come percepita…), in italiano troviamo «Paesaggio designa una “determinata” parte di territorio», il corsivo è nostro per segnalare la evidente limitazione rispetto al testo originale dove tutto il territorio, comprese le aree urbane, è paesaggio.

Ma siccome l’Italia è il paese del cavillo, il testo valido è quello della traduzione, ratificato con la legge n. 9 del 2006, e ora siamo obbligati a delimitare e determinare cosa sia paesaggio e cosa no. Oltre al traduttore e al legislatore, a complicare le cose ci si è messo anche il Governo: con i decreti Bassanini della fine degli anni ’90 in Italia, unici al mondo, ciò che è comunemente definito territorio è stato diviso in tre: il paesaggio ora è di competenza del Mibac, il territorio è di competenza delle regioni ed enti locali, l’ambiente è di competenza dell’omonimo Ministero.

Colpevole barocchismo istituzionale che crea una gran confusione che il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio con la sua terza redazione del 2008 non semplifica, anzi sembra vittima ancora una volta di una eredità di stampo estetizzante e crociano, dove paesaggio alla fin fine sono le bellezze naturali. Altro che Convenzione europea sul paesaggio, qui si torna alla Legge Bottai del 1939 o, ben che vada, alla Galasso del 1985.

Tuttavia il Codice, pur con i suoi difetti, prescriveva già dal 2006 che il Mibac desse delle linee guida valide per tutto il paese. Linee guida mai apparse. È apparso invece un Osservatorio nazionale sul paesaggio, creato secondo la tecnica di fare una cosa talmente inutile da poterla rapidamente abolire. Come è regolarmente avvenuto mentre la Direzione centrale per il paesaggio veniva accorpata con altre Direzioni e resa inoffensiva, proprio in quella che doveva essere la fase cruciale della realizzazione dei Piani paesaggistici.

Di questa latitanza di Governo e Stato hanno approfittato le regioni che non hanno dimostrato alcuna fretta a fare i Piani paesaggistici, e pure quando li redigono non riescono ad approvarli in via definitiva, come è il caso della Puglia, dopo il Lazio, le Marche e la Sardegna. In questo modo, cioè finché i piani non saranno approvati, l’arbitrio sul territorio, sulla concessione edilizia, sul cemento facile e sui bassi commerci che ne derivano resta a loro: alle regioni o agli enti locali.

È lecito infine chiedersi come vengano preparati questi Piani paesaggistici, cui dovrebbero collaborare le regioni e lo Stato, attraverso il Mibac. Secondo la Corte costituzionale il Mibac dovrebbe essere garante dell’unitarietà dei Piani a livello nazionale, così nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2006 la copianificazione con le regioni era su tutto il territorio. Nel 2008 però la nuova redazione del Codice prevede che il Mibac intervenga solo rispetto alle aree già sottoposte a vincolo, e tanti saluti alla Corte Costituzionale e all’unitarietà del territorio nazionale.

Oggi comunque né lo Stato, con il Mibac, né le regioni sembrano essere dotate di strumenti intellettuali e professionali atti a fare i Piani paesaggistici: lo Stato non li ha mai avuti avendo decentrato la gestione del territorio alle regioni nel 1972, salvo poi cercare di tornare sui suoi passi visto il disastroso esito della scelta. Le regioni a loro volta in alcuni casi si erano dotate di uffici urbanistici efficienti, è il caso dell’Emilia Romagna negli anni ’70 e ’80, ma poi li hanno più o meno dismessi. Salvo un paio di eccezioni come la Sardegna di Soru, oggi l’iter per lo più si limita al fatto che la regione, dopo aver stipulato pomposi principi introduttivi, affida la reale redazione del Piano a una ditta esterna –non sempre competentissima–, che di solito non fa altro che collazionare i vari piani regolatori dell’area in questione, senza neanche consultare il Mibac, che giustamente boccia i piani per mancata copianificazione.

Siamo in procinto di una profonda riforma del Mibac, imposta dalla “spending review”, che punta al dimagrimento di un ministero già sfibrato da un decennio di tagli: il testo è stato consegnato al Consiglio dei ministri prima di Natale con la richiesta di una proroga per questioni procedurali, segno che ancora qualche dubbio permane.
Sarebbe una svolta epocale se dopo decenni di una «convergenza viziosa all’elusione amministrativa» sul nostro paesaggio, definizione di Guermandi e De Lucia, grazie a questa riforma il ministro Massimo Bray dotasse il Mibac di strumenti efficaci per la tutela del territorio, che tutti definiscono il nostro più grande patrimonio. Ma finora solo a chiacchiere.

Postilla
E’ indubbiamente positiva l’attenzione che l’Unità, con l’inchiesta di Dal Fra, richiama sull’amaro destino dell’attuazione del Codice del paesaggio e sulle gravi responsabilità del Mibac, e della stragrande maggioranza delle Regioni,  nella sua attuazione, così com’è pienamente condivisibile l’appello rivolto al ministro Bray perché intervenga al più presto per invertire la tendenza. E’ però necessaria qualche osservazione a partire  dall’attendibilità dei numeri forniti dal Mibac in relazione alle aree sottoposte a tutela nel 2008 e nel 2012. Per quanto riguarda la Sardegna (mi riferisco all’unico caso che conosco bene) le aree tutelate dopo l’approvazione del piano paesistico di Soru erano molte di più di quelle comprese nella legge Galasso e negli altri vincoli ope legis. Quel piano, infatti, ha aggiunto oltre 8.400 kmq alle parti di territorio precedentemente vincolate: il 35% dell’intero territorio dell’Isola. ben più del 17% di cui scrive Dal Fra citando gli strabilianti dati del Mibac. .La sola “fascia costiera” tutelata da un’apposita norma, comprende un territorio pari al 14% della superficie complessiva dell’intera Sardegna, e ha una profondità variabile dai 300 metri ai tremila. Un’altra inesattezza dell’articolo sta nell’inserire la Sardegna tra le Regioni che non hanno un piano paesaggistico, conforme alle prescrizioni del Codice del paesaggio: il PPR di Soru è stato definitivamente approvato fin dal settembre 2006, ed è ancora pienamente vigente come tutti i tribunali amministrativi, e la medesima Corte costituzionale, hanno reiteratamente confermato. Ma su questo punto torneremo più ampiamente anche perché da parte di Cappellacci sta tentando di smantellare proprio quelle tutele che hanno la loro radice nella validità, a tutt'oggi, del Piano Soru. (e.s.)


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