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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 5 dicembre 2013

Carlin Petrini: “Bisogna mettere in campo la qualità”

La lotta al consumo di suolo provocata dall'urbanizzazione sregolata (meglio: regolata dalle regole della privatizzazione della rendita) si combatte insieme alla lotta per un'agricoltura sana e legata al territorio. Il manifesto, 5 dicembre 2013

Nes­suno meglio del fon­da­tore di Slow Food Car­lìn Petrini sa col­lo­care la mani­fe­sta­zione di Col­di­retti nel con­te­sto glo­bale dell’agricoltura e della distri­bu­zione di cibo. Nes­suno più di lui sa che cosa vuole dire e quanto è impor­tante la tutela dei con­ta­dini, dei ter­ri­tori e dei pro­dotti locali.

Cosa pensi di quello che è avve­nuto ieri al Bren­nero?
I pro­dotti agri­coli ita­liani vanno senz’altro tute­lati, ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Biso­gna deci­dere se il sistema Ita­lia vuole pun­tare sulla quan­tità e vuole rin­cor­rere una domanda soprat­tutto estera in con­ti­nua cre­scita, oppure vuole pun­tare sulla qua­lità. Se vogliamo essere i più grandi pro­dut­tori e distri­bu­tori di pro­sciutto nel mondo è ovvio che c’è il rischio che si fini­sca per ricor­rere anche a mate­ria prima a basso costo e di dub­bia qua­lità che pro­viene dall’estero per poi riven­derla inde­bi­ta­mente come made in Italy. A rimet­terci sono i con­ta­dini e le pro­du­zioni locali che in que­sta gara a chi vende di più e fa prezzi più bassi non pos­sono essere com­pe­ti­tivi. In tutto il mondo, e a mag­gior ragione da noi, la dignità dei con­ta­dini, il rispetto dei ter­ri­tori e la qua­lità del cibo ine­vi­ta­bil­mente impone di met­tere in campo ampie dero­ghe alle leggi di mer­cato. Fac­cio solo l’esempio dei con­ta­dini mes­si­cani che custo­di­scono un ter­ri­to­rio dove è nata la cul­tura del mais e del suo con­sumo e che invece devono impor­tare il 3% del mais dagli Usa dove costa meno per­ché è tran­sge­nico e pro­dotto inten­si­va­mente. E’ una que­stione di tutela della pro­du­zione locale e di sovra­nità ali­men­tare. Chi rimane fre­gato non è l’intermediario ma il col­ti­va­tore vit­tima di dum­ping a cui ven­gono impo­sti i prezzi di ven­dita.

Se que­sto è il qua­dro glo­bale non c’è il rischio che il blocco dimo­stra­tivo di Col­di­retti e la richie­sta di norme strin­genti per l’etichettatura si ridu­cano ad una lotta con­tro i mulini a vento?
Si tratta di un grido di allarme giu­sto e neces­sa­rio. L’etichettatura è sacro­santa. Per lo meno si deve sapere da dove viene la merce e come viene pro­dotta. La cor­retta infor­ma­zione è l’unico modo che hanno per difen­dersi sia le popo­la­zioni con­ta­dine che i con­su­ma­tori cit­ta­dini, i quali sono i primi e più forti alleati dei pro­dut­tori locali. Ma le eti­chetta non bastano. Man­cano anche i con­trolli. E’ vera­mente signi­fi­ca­tivo e para­dos­sale che i con­ta­dini ieri abbiano dovuto fare quello che rego­lar­mente e costan­te­mente dovrebbe essere fatto dalle auto­rità.

Per­ché que­sto non avviene? Eppure a parole tutte le forze poli­ti­che si schie­rano accanto ai con­ta­dini ita­liani e ieri con loro c’era anche il mini­stro De Giro­lamo.E’ troppo facile adesso dire che hanno ragione. Il mini­stro deve fare azioni con­crete. Invece sia i governi ita­liani che si sono suc­ce­duti, sia l’Ue, hanno molte dif­fi­coltà ad attuare quello che dicono a parole o in dise­gni di legge qua­dro mai tra­dotti in decreti attua­tivi.

Per­ché non agi­scono?
E’ sem­plice. Le lobby della pro­du­zione e della distri­bu­zione agroa­li­men­tare non hanno inte­resse a pro­muo­vere la trac­cia­bi­lità e a infor­mare sull’origine delle mate­rie prime.

Anche le imprese ita­liane del set­tore?
Le imprese ita­liane lo fanno a mac­chia di leo­pardo, alcuni vir­tuosi ne fanno una stra­te­gia di mar­ke­ting, altri pre­fe­ri­scono nuo­tare in que­sto limbo di inte­res­sata ambi­guità.

Nono­stante tutto l’alimentazione di qua­lità è uno dei pochi mer­cati che in Ita­lia non risente della crisi e c’è un ritorno dei gio­vani nelle cam­pa­gne dove si regi­strano dati in con­tro­ten­denza anche rispetto alla disoc­cu­pa­zione. E’ pos­si­bile aggan­ciare la riprese a par­tire dai campi?
Tutti sono con­sa­pe­voli che que­sto è un set­tore stra­te­gico per il nostro paese, ma dob­biamo deci­derci. Il cibo ha perso valore da quando è diven­tato der­rata da pro­durre in serie a prezzi bassi. Biso­gna invece pri­vi­le­giare il valore sui volumi, la qua­lità sulla quan­tità. Che mi importa se i fran­cesi pro­du­cono meno vino ma hanno più resa eco­no­mica? La rin­corsa alla pro­du­zione a tutti i costi pro­duce spre­chi, distrugge l’ambiente e non risolve il pro­blema della mal­nu­tri­zione. Genera una crisi antro­pica inso­ste­ni­bile per l’ambiente, i ter­ri­tori, le per­sone, le cul­ture e anche per la finanza.

Il cibo è il tema dell’Expo 2015 di Milano, ai tempi del sin­daco Moratti hai avuto qual­che delu­sione a que­sto pro­po­sito, adesso Slow food come si pone rispetto a que­sto evento?

Pro­prio domani a Milano con il sin­daco Pisa­pia e con il com­mis­sa­rio Sala pre­sen­te­remo la nostra col­la­bo­ra­zione all’evento, ma lo fac­ciamo per por­tare den­tro Expo le nostre tema­ti­che. Non si può vedere Expò solo come oppor­tu­nità di svi­luppo eco­no­mico per Milano e per l’Italia. Che importa se ven­gono tanti visi­ta­tori se poi c’è la fame nel mondo.
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