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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

mercoledì 18 dicembre 2013

Serve una nuova emancipazione

A proposito di "città resiliente". La soluzione  non è nell'imparare a resistere al danno, ma nell'impedirlo. Partiamo dal "diritto alla salute" per risanare il territorio. Così evitiamo anche che il "fare" si traduca  nell'"affare". Il manifesto, 18 dicembre 2013


Nel lin­guag­gio comune i disa­stri ambien­tali sono espressi come se fos­sero delle malat­tie da curare o da pre­ve­nire. Quando si dice «cura del ter­ri­to­rio» si intende rife­rirsi ad un luogo fisico idro­geo­lo­gi­ca­mente amma­lato. L’Anci sco­pre la «resi­lienza» (la capa­cità dei metalli di resi­stere agli urti) e scrive un deca­logo per invi­tare le città a orga­niz­zarsi con­tro gli eventi avversi. 6663 comuni sono a rischio idro­geo­lo­gico. I retori della poli­tica nei talk show tra­di­scono la loro cat­tiva coscienza: «Dob­biamo par­tire dai pro­blemi del paese», e subito dopo imman­ca­bil­mente il pas­sag­gio sul «fare»: «Basta con le chiac­chiere abbiamo biso­gni di fatti».

Tra­volti dall’ineluttabile, il «fare» si tra­sforma in «affare» come con il ter­re­moto dell’Aquila, l’Ilva di Taranto, la «terra dei fuo­chi». L’affare è tanto la cura del ter­ri­to­rio malato quanto tutto quanto lo fa amma­lare. Dipende. Il ter­ri­to­rio amma­lato, scri­vono i gior­nali, è un affare che distrugge altri affari. La «terra dei fuo­chi» causa il calo del con­sumo della moz­za­rella Dop. Si tratta di «met­tere in sicu­rezza il ter­ri­to­rio» dice il con­sor­zio allar­mato. Curare il ter­ri­to­rio o curare le per­sone pone sem­pre la stessa eterna que­stione dei finan­zia­menti… altri affari.

Ma si può curare il ter­ri­to­rio senza curare le per­sone? Si pos­sono curare le per­sone senza eman­ci­parle? E si pos­sono eman­ci­pare le per­sone senza libe­rarle dalle oppres­sioni? E si pos­sono libe­rare le per­sone dalle oppres­sioni senza che val­gano qual­cosa? Ma siamo pro­prio sicuri che dob­biamo par­tire dai «pro­blemi»? Siamo pro­prio sicuri che dob­biamo «fare» senza eman­ci­pare? Siamo sicuri che la strada degli affari prima ancora che quella dei diritti sia la stra­te­gia giusta?

Il mio dub­bio, lo con­fesso, non è tanto meto­do­lo­gico, ma este­tico, per­ché il discorso dell’emancipazione della per­sona oggi nello stato in cui si trova la sini­stra, sem­bra un rot­tame di altri tempi. Eppure nel nostro paese l’unica vera impor­tante espe­rienza di salute è coin­cisa con l’ideale di eman­ci­pa­zione dell’uomo, cioè di libe­ra­zione del sog­getto dagli asser­vi­menti, dallo sfrut­ta­mento, dalle discri­mi­na­zioni. Un tempo la salute nei luo­ghi di lavoro coin­ci­deva con la rior­ga­niz­za­zione della fab­brica, quella della donna con l’emancipazione dalle discri­mi­na­zioni, quella men­tale con la lotta con­tro le isti­tu­zioni totali, quella dei diver­sa­mente abili con il rifiuto dell’esclusione sociale, e quella dell’anziano con il diritto a non essere sra­di­cati, e infine quella del bam­bino non più visto come «pro­dotto con­ce­pito», ma come sog­getto evolutivo.

Que­sta lezione la con­si­dero, a certe con­di­zioni, molto attuale. Il suo nucleo è pro­fon­da­mente uma­ni­stico ed era quello che Kant non Marx avrebbe defi­nito un «impe­ra­tivo morale cate­go­rico»: la salute non è nego­zia­bile e men che mai mone­tiz­za­bile per­ché l’idea di diritto e di per­sona non è nego­zia­bile né mone­tiz­za­bile. Oggi se pen­siamo all’Ilva in ragione di una discu­ti­bile «real­po­li­tik» l’imperativo cate­go­rico è cam­biato: l’art 32 è nego­zia­bile e mone­tiz­za­bile per­ché le per­sone e il ter­ri­to­rio, nei con­te­sti ostili al lavoro, sono nego­zia­bili e mone­tiz­za­bili fino alle estreme conseguenze.

Anche la sini­stra crede di poter «risol­vere pro­blemi senza eman­ci­pare» vale a dire di poter «curare» il «pro­blema» dello schiavo senza eman­ci­parlo dalla «con­di­zione» di schia­vitù. Tra le tante schia­vitù, oltre quella della disoc­cu­pa­zione gio­va­nile, della dein­du­stria­liz­za­zione, della man­canza di inve­sti­menti, quella più odiosa di tutte è la cata­strofe pri­vata del can­cro, che potrebbe essere evi­tata a milioni di per­sone ma che non lo è in ragione dei nuovi impe­ra­tivi eco­no­mici della real­po­li­tik. Ma i pro­blemi che la real­po­li­tik vor­rebbe risol­vere, fuori da un qual­siasi ideale di eman­ci­pa­zione sem­brano ribel­larsi fino a diven­tare quasi irri­sol­vi­bili. Biso­gnebbe «fare» que­sto, quello, quell’altro ecc. E’ a que­sto punto che avviene l’abbraccio tra real­po­li­tik e fata­lità. In Cam­pa­nia, nella terra del «bio­ci­dio», per «fata­lità» l’incidenza dei tumori cre­sce come a Taranto, in misura mag­giore rispetto alle medie già altis­sime del paese, e sem­pre per «fata­lità» i tempi di attesa per la che­mio­te­ra­pia media­mente sono di due mesi e mezzo. La Cam­pa­nia, terra sca­ra­man­tica è il para­digma della falsa fata­lità, essa dimo­stra che fuori da un pro­getto di eman­ci­pa­zione si sfal­dano le garan­zie sociali, si taglia sulla sanità, si cor­rom­pono i diritti, si abban­do­nano le per­sone al loro destino. Ma se «inciam­pare nei pro­blemi», come dicono i pop­pe­riani retard della poli­tica, è un falso fata­li­smo, allora vuol dire che senza eman­ci­pa­zione si muore e basta e che la real­po­li­tik si dovrebbe assu­mere le pro­prie responsabilità.



Nel nostro Paese, dice l’Ocse la spesa è calata negli ultimi anni del 2.4%, ma se i malati aumen­tano chi ha pagato que­sta ridu­zione? E in che modo? Curare il ter­ri­to­rio costa quanto curare le per­sone, ma allora, chiedo soprat­tutto alla sini­stra, se la ric­chezza di un paese non è solo Pil ma anche salute, cioè eman­ci­pa­zione, per­ché non si pro­duce eman­ci­pa­zione per pro­durre ric­chezza sapendo che pro­du­cendo eman­ci­pa­zione riduco l’incidenza della spesa sani­ta­ria sul Pil? Quindi la domanda secca è: l’art 32 (il diritto alla salute) è o no un ideale di eman­ci­pa­zione? Non ritengo che l’ideale di eman­ci­pa­zione sia fal­lito e nean­che che sia incom­piuto, penso solo che l’art 32 debba essere ricon­te­stua­liz­zato in un nuovo pro­getto di eman­ci­pa­zione e in luogo della real­po­li­tik dare voce ad un nuovo riformismo.
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