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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 15 novembre 2013

Walter Tocci, "Sulle orme del gambero"

Due belle recensioni di un libro da leggere, per chi è interessato a un futuro della sinistra che non tradisca il suo passato,  comprendendone le rgioni e le passionidal Corriere della Sera (Paolo Franchi)  e Huffington Post (Francesco Marchianò).12 novembre 2013


Corriere della sera
12 novembre 2013
Pci, 1966: l’errore di non scegliere nel duello tra Ingrao e Amendola
di Paolo Franchi

Un viaggio a ritroso nel tempo, per cercare di individuare le ragioni recenti e antiche di una sconfitta che, a sinistra, è prima di tutto la sconfitta della «generazione fortunata», che ha fatto in tempo a formarsi ai tempi della «grande politica» e poi, caduto il Muro, ha buttato al vento la sua occasione. La generazione, per intenderci, che per quarant’anni ha tenuto il campo, nel Pci, nel Pds, nel Pd: e che adesso non può, o almeno non dovrebbe, esimersi dal dovere di un rendiconto. A uso, se non altro, di chi oggi è ragazzo, o giù di lì.

Ce lo propone, questo viaggio, Walter Tocci, nel libro Sulle orme del gambero (Donzelli), un libro che interessa da vicino anche chi (è il mio caso) ne condivide solo in parte le tesi. Non è mai stato un leader, Tocci, ma la sua parte l’ha fatta, eccome, e continua a farla, da senatore e da segretario del Centro per la riforma dello Stato. I primi passi li ha mossi tra i metalmeccanici della Cisl, a Roma è stato prima un dirigente del Partito comunista nelle periferie, poi amministratore comunale e vicesindaco. Ma senza mai sottrarsi, anzi, a quello che un tempo si chiamava il lavoro culturale (in primo luogo sulle politiche urbane, i temi istituzionali, la scienza). E soprattutto senza mai smettere di interrogarsi, come si conviene a un ingraiano che alla scuola del «venerato maestro» ha appreso a coltivare il dubbio come metodo. Conclusa (malamente) la vicenda del Pci (lui era per il «no»), ha scelto, per usare la famosa espressione di Ingrao, di «restare nel gorgo», giungendo sino ad affidare le sue speranze, negli anni Novanta, all’Ulivo. Poi è andato avanti di delusione in delusione, di amarezza in amarezza, fino al 19 aprile del 2013: uno spartiacque (in questo è impossibile dargli torto), perché quei 101 franchi tiratori del Pd che impallinano Romano Prodi segnalano come la sinistra politica sia giunta «al minimo storico nella capacità di influenza sulla vita nazionale, come mai era accaduto, neppure nei momenti più difficili».

Il viaggio a ritroso dell’autore comincia da qui, e non c’è modo, in queste righe, di ripercorrerne criticamente le tappe. Ma il frangente storico in cui Tocci situa, non senza ardimento intellettuale, l’inizio di una lunga crisi, questo sì, è bene segnalarlo. Bisognerebbe risalire, addirittura, al 1966, a quell’XI congresso del Pci in cui, sostiene Tocci, vennero alla luce due diversi e opposti revisionismi post togliattiani, certo quello di sinistra, sconfitto, di Pietro Ingrao, ma pure, eccome, quello di destra, solo in parte vittorioso, di Giorgio Amendola, la cui eco si avverte ancora, nitidamente, in Giorgio Napolitano. La forma partito del Pci (ma forse, prima ancora, la forma mentis dei duellanti) impedì che prendessero corpo come due ipotesi strategiche alternative, destinate a combattersi o a trovare la via di un’inedita intesa: il partito restò sempre nelle mani di un centro che, per governarlo, si appoggiò ora sulla destra, come negli anni della solidarietà nazionale, ora sulla sinistra, come nell’ultima stagione di Enrico Berlinguer. Una formula che sembrava vincente, e invece condannò il Pci all’entropia, e impedì ai due revisionismi di crescere, dannando la sinistra all’astrattezza e la destra a un realismo destinato sovente a sconfinare nel moderatismo tout court .

La tesi, vale la pena di ripeterlo, è ardita, ma anche affascinante, e meritevole di riflessioni più approfondite. Così come varrebbe la pena di soffermarsi più attentamente su un’evidenza sempre sottaciuta, a lungo impensabile, e da Tocci enunciata con parole impietose: quel divorzio tra sinistra e popolo per cui «le persone più disagiate seguono la destra e guardano con diffidenza se non con disprezzo verso la sinistra, sempre più accasata nella neoborghesia urbana». Tocci prova a ragionarci su con passione fredda, sottraendosi ai luoghi comuni sul populismo e soprattutto restando a modo suo un militante in cerca di un filo che possa legare il passato, il presente e, perché no, il futuro. Si può dissentire da molte delle sue affermazioni. Ma, specie in tempi di politica usa e getta, già questo è un merito non da poco.

Huffington post
12 novembre 2'14

Un viaggio all'indietro alla ricerca degli errori della Sinistra
di Francesco Marchianò
Molti politici, oltre a parlare, amano scrivere. Molto spesso, però, i loro libri sono superficiali e propagandistici. Capita di rado, invece, di trovare testi che esprimono pensieri lunghi, persino sofferti, che invitano al ragionamento e alimentano il dubbio e la ricerca.
Rientra in questa categoria un recente volume pubblicato da Donzelli, Sulle orme del gambero. Ragioni e passioni della sinistra (pp. 265, Euro 18.50). L'autore è Walter Tocci, senatore del Partito Democratico, già vicesindaco di Roma durante le giunte di Francesco Rutelli e direttore del Centro Studi e Iniziative per la Riforma della Stato.
Si tratta di un volume che meriterebbe molta attenzione a partire del bilancio amaro che Tocci fa della sua generazione politica, una generazione che si è formata a contatto con le grandi personalità della sinistra del passato e che però non è riuscita né a trasmettere alle nuove generazioni l'esempio di quella testimonianza, né con le ultime elezioni a governare veramente il nostro Paese mancando l'occasione della propria vita.
Il volume, andando a ritroso come il gambero, prova a comprendere le cause e gli errori che hanno portato la sinistra alla situazione attuale. Al centro di questa riflessione vi è una lettura molto originale della storia del Partito Comunista e della sua crisi. Generalmente essa viene datata nella seconda metà degli anni Settanta, dopo l'assassinio di Aldo Moro e la fine della strategia del compromesso storico. Secondo Tocci, invece, occorre andare più indietro e collocare la crisi del Pci molto prima, cioè subito dopo la morte di Togliatti quando nessuno dei "riformismi" messi sul campo, quello più a destra di Amendola e quello più a sinistra di Ingrao, riescono a prevalere e il partito manca di compiere quel cambiamento netto che, probabilmente, gli avrebbe consentito di affrontare da una posizione e con una prospettiva molto diversa i problemi che sarebbero sorti negli anni immediatamente successivi.
La riflessione si sposta poi sugli anni della seconda repubblica, anni di grandi speranze e ancora più grandi delusioni. Secondo Tocci la prima repubblica ha continuato a sopravvivere nei suoi aspetti deteriori nella seconda, aumentando il senso di delusione e frustrazione nei tanti cittadini che si erano illusi della possibilità di un grande cambiamento. I partiti, perdendo forza ideale e organizzativa, si sono trasformati in strumenti personali, non solo di leader nazionali, ma anche di boss locali, e hanno sempre più riempito lo Stato e l'amministrazione di eletti senza migliorare la qualità della democrazia. Si è diffuso così il neonatobilato, favorito dai cosiddetti partiti in franchising.
La politica, d'altro canto, sia a livello periferico che centrale, ha scelto la via della verticalizzazione, attratta dal mito decisionista, ma si è ben presto accorta della propria incapacità di decidere. Così il vuoto di decisione e progettualità è stato riempito da un eccesso normativistico. Troppe legge e poca politica, questa è una delle deludenti sintesi di questa fase. Negli anni della seconda repubblica hanno tutti proclamato le famose riforme, si sono detti tutti riformisti, eppure proprio le vere e grandi riforme sono quelle che sono mancate, sia da parte della destra che della sinistra.
Questa constatazione, sulla quale si può ampiamente concordare, spinge Tocci di conseguenza a dichiararsi coraggiosamente, e giustamente, contrario alla modifica costituzionale. Il problema non è la Carta, il problema sono state le classi dirigenti. Se non si è stati all'altezza della costituzione, come generazione politica, non si ha l'autorevolezza necessaria per modificarla. Che ci provino le nuove generazioni. Questo l'auspicio dell'autore che per altro aggiunge altre efficaci considerazioni sostegno della sua scelta: lo scarso consenso delle forze che dovrebbero modificare la costituzione (insieme non raggiungono neanche il 50% dei votanti); il barocco e pericoloso aggiramento dell'articolo 138. Insomma, occorre recuperare quella che Tocci ha definito "l'umiltà costituzionale".
Allargando lo sguardo sia temporalmente che spazialmente, l'analisi si estende agli ultimi trent'anni, quelli del neoliberismo, che vengono racchiusi nella categoria dell' "Inganno". Dovevano portare maggiore ricchezza, diminuire le diseguaglianze, offrire più possibilità al futuro delle persone. Si sono conclusi, invece, nella grande crisi che stiamo vivendo e che non vede leadership politiche adeguate per il suo superamento. Soprattutto queste leadership mancano in Italia dove sia gli ultimi governi politici che quelli tecnici hanno dimostrato un deficit evidente nel trovare soluzioni ottimali per orientare in una direzione risolutiva e positivi i processi e i problemi in corso.
Per questo la politica italiana dovrebbe ritornare ai pensieri lunghi, abbandonando la visione provinciale che spesso è prevalente, per provare davvero a governare e decidere. Una delle caratteristiche del trentennio liberista è stata, infatti, la progressiva diminuzione del ruolo della politica e dello Stato a favore dell'economia e di organismi sovranazionali il più delle volte non elettivi. Oggi sarebbe auspicabile un'inversione di tendenza che ponga fine agli effetti dannosi del liberismo, ridia dignità e potere alla politica e provi a mettere insieme crescita economica e ridistribuzione al fine di ridurre le gravi diseguaglianze e dare più diritti e speranze alle persone.
Se l'Inganno è la categoria del trentennio liberista, quella del caso italiano è certamente la decadenza. Essa si può misurare in vari ambiti. Tocci ne sceglie due in particolare ai quali ha dedicato gran parte della sua esperienza politica: quello dell'università e della ricerca e quello del paesaggio italiano. Il primo è emblema del grande ritardo del nostro paese che investe molto meno della media europea nella ricerca (e quindi nel futuro) e che dietro la presunta competitività tra atenei, introdotta dalla Gelmini, produce solo squilibri nella conoscenza e nel diritto allo studio. L'altro, invece, dietro il degrado di vaste aree urbane cementificate in maniera indifferenziata, senza regole, senza servizi, senza una cultura del vivere insieme, riflette le miserie del capitalismo italiano attratto prevalentemente dalla rendita. Banche e costruttori hanno gonfiato un mercato fino a farlo esplodere che ha solo impoverito le tasche dei cittadini e la bellezza del nostro ambiente.
"Sulle orme del gambero" è un volume che dona al lettore il senso netto di uno sforzo generoso di analisi, onestà intellettuale e soprattutto tanta umiltà. Virtù e qualità poco diffuse che appartengono a quei politici dei quali c'è sempre bisogno, anche quando la palla sta per essere passata alle nuove generazioni.



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