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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 28 novembre 2013

Un buon uso dell'urbanistica

Recensione di due libri su una parola «abusata e tradita»: partecipazione.  uno recente, Competenza e rappresentanza,  a cura di  Cristina Bianchetti e Alessandro Balducci (Donzelli), e uno  antico, Architettura come partecipazione,   di  Giancarlo De Carlo del 1971, ( Quodlibet). Il manifesto, 27 novembre 2013

Non c'è parola più abusata e tradita riferita all'urbanistica e all'architettura che «partecipazione». Accade, infatti, che quanto più urgenti siano le risposte che i cittadini chiedono alle istituzioni perché vengano soddisfatti i loro bisogni, altrettanto deludente si dimostri il loro coinvolgimento nei programmi delle amministrazioni pubbliche. Gli esempi sarebbero infiniti e ormai è una costante il ripetersi del conflitto tra abitanti di una città o di un territorio e i loro rappresentanti istituzionali.

Dal nord al sud dell'Italia sono innumerevoli i casi nei quali l'assenza di politiche ambientali, industriali e sociali esasperano la soluzione dei problemi anche i più semplici: i processi inclusivi sembrano estranei alla cultura di qualsiasi soggetto decisionale, inoltre l'eccesso di burocrazia non ne agevola le soluzioni. In modo confuso si fa riferimento alle politiche di coesione europee, alle «buone pratiche» messe in atto in molte nazioni per agevolare la partecipazione dei cittadini al governo della città, ma è frustante vedere come da noi accade il contrario.

Temi quali quelli di sostenibilità o di recupero urbano che ovunque contemplano processi partecipativi, nella maggioranza dei nostri comuni si disperdono in lunghissimi iter procedurali tra il cattivo uso delle risorse finanziarie e l'obsolescenza dei progetti. Così non si fa che riprodurre altra «ingiustizia spaziale» oltre a quella già esistente. Riflettere sull'importanza della partecipazione implica però, come ben sappiamo, esaminare il rapporto della gente con la classe politica e verificarne la loro capacità di attuare programmi efficaci rispetto la questione urbana.

Soggetti autoreferenziali
Il saggio Competenza e rappresentanza (Donzelli, pp.VI-108, euro 24) a cura di Cristina Bianchetti e Alessandro Balducci, affronta l'argomento della partecipazione all'interno delle più vaste problematiche che hanno riguardato negli ultimi vent'anni le trasformazioni delle competenze tecniche, quindi il ruolo degli intellettuali o degli «esperti», nel loro difficile confronto con le istituzioni della politica e i cittadini. Il saggio prende spunto dalla lectio magistralis che Alessandro Pizzorno fece a Torino nel 2011 in occasione della XIV Conferenza della Società italiana degli urbanisti. Scrive Pizzorno che tre sono le vie che conducono i cittadini al potere politico: «una è fondata sul principio di proprietà, una sul principio di competenza, una sul principio di maggioranza».

La democrazia rappresentativa che si fonda sul principio di maggioranza numerica deve fare innanzitutto i conti con l'insoluta questione dell'uguaglianza economica tra gli individui. Questo è il primo «fraintendimento» di qualsiasi sistema politico perché non può mai rappresentare gli interessi «diversissimi da elettore a elettore». Poiché sono i membri del parlamento - gli «eletti del popolo» - a rappresentarli succede, come scrive Pizzorno, che le differenti domande dei cittadini «non possono presentarsi altro che come indeterminate e non sintetizzabili».

La nascita dei partiti politici se è vero che ha permesso di «socializzare alla vita politica una popolazione» d'altra parte ha fatto sì che la fedeltà ideologica invece della competenza li trasformasse in soggetti autoreferenziali diffidenti verso i tecnici. Oggi i politici di professione compongono per Pizzorno un «sistema rappresentativo per campioni» e l'istituzione elettorale è diventata una gara sportiva. «Il richiamo alla sovranità popolare - scrive il sociologo triestino - si presenta semplicemente come sotterfugio concettuale per giustificare la classe politica stessa».

È difficile stabilire quali spazi possano ancora esserci per «raddrizzare» il sistema della nostra democrazia rappresentativa che, in ogni caso si disegni, «esce storta» alla prova dell'incapacità dei governi di decidere sul futuro dei cittadini. Un'astratta concezione riformista della politica pensò che il principio di maggioranza potesse garantire sulla qualità delle competenze, quindi dei programmi e delle scelte, ma così purtroppo non è successo. A partire dalle vicende di Tangentopoli, con la crisi dei partiti e la «disarticolazione» della politica, si sono prodotte le più devastanti modificazioni della città che hanno visto gli urbanisti assecondare le richieste dei politici che dal dopoguerra sono spesso stati scelti in base al criterio di «premiare coloro che avevano portato maggiore aiuto al partito» (Pizzorno). Purtroppo come scrive Alessandro Balducci nella sua incisiva postfazione: «una parte non irrilevante della produzione mediocre dell'urbanistica italiana dagli anni sessanta fino a tutti gli anni ottanta si spiega anche così».

In quella stagione della storia recente del nostro paese poche sono state le esperienze di coinvolgimento dei cittadini nella progettazione urbanistica. In assoluto, tra le più rilevanti, dobbiamo ricordare quelle di Giancarlo de Carlo a Rimini e a Terni. Gli scritti dell'architetto genovese su quelle esperienze sono ora riproposti nel saggio L'architettura della partecipazione (Quodlibet, pp.144, euro 14). Il titolo riprende quello della conferenza che De Carlo tenne nel 1971 al Royal Australian Institute of Architects di Melbourne, chiamato per ultimo dopo Jim M. Richards e Peter Blake a rispondere alla domanda su come si sarebbe contrassegnata l'architettura degli anni '70. Per scoprirne la straordinaria attualità, sebbene siano trascorsi molti anni, sarebbe utile partire proprio da questo intervento per riprendere un discorso interrotto e spesso travisato sul tema della partecipazione. Scrive Sara Marini nell'introduzione che De Carlo «disegna una visione sfaccettata della partecipazione, caratterizzata da un marcato astio verso ambigue utilizzazioni e facili strumentalizzazioni della stessa».

È assodato, infatti, che i «conformismi» e le «retoriche salvifiche» (Bianchetti) furono anche una sua preoccupazione. Il dato certo è che De Carlo è stato il solo a verificare sul campo la complessità dell'architettura della partecipazione che in molti casi lo ha visto perdente com'è successo a Rimini quando, incaricato di intervenire nel centro storico della città romagnola i suoi contributi - «concreti, realistici, strutturalmente eversivi» (Zevi) - finirono in un nulla di fatto. Sarà così ad Ameglia, come ricorda Pizzorno nel saggio precedente, dove De Carlo sarà «messo in minoranza da una maggioranza». Negli anni settanta, però, le competenze di un urbanista si collegavano alle politiche riformiste di partiti interessati a trasmetterle nelle istituzioni oltre che a impossessarsene essi stessi.

Tutto il contrario di quanto accade oggi: il «gioco della deliberazione» esclude qualsiasi dialettica tra tecnici e politici. «La differenza tra deliberazione e rappresentanza - ci ricorda Pizzorno - è che nella prima la discussione mira a far tacere gli interessi dei partecipanti; nella seconda è il contrario». In merito a queste differenze, De Carlo è stato ancor più esplicito. Egli comprese che nell'epoca postindustriale è il processo della cooptazione dei saperi da parte dell'architetto-urbanista a causare il «disastro sociale e politico» perché «divide gli esperti, quelli che 'sanno' e 'sanno fare' da quelli che non sanno neppure 'perché' si fa».

A Terni, con il Villaggio Matteotti progettato per gli operai delle Acciaierie, l'architetto genovese trasforma un agglomerato di case malsane in un esemplare progetto di riqualificazione urbana. Sottopone al giudizio della direzione aziendale e del consiglio di fabbrica cinque ipotesi di intervento. Tra queste esclude sia quella di incremento speculativo delle cubature sia quella di un inutile maquillage dell'esistente, per scegliere quella che consisteva nell'edificare tre piastre sovrapposte entro le quali inserire le abitazioni, i servizi con i loro collegamenti pedonali. La cronaca narrata da De Carlo conserva ancora la sua carica di suggestione nella spiegazione di come la tipologia delle abitazioni, così come la nuova configurazione del quartiere, si definiscono solo chiarendo prima i bisogni reali «complessivi» e poi quelli «specifici» dei 1800 operai che avevano bisogno di una casa.

Se è stata la «tensione rinnovatrice» a produrre quell'esperienza, è la «chiarezza» della lezione decarliana l'elemento più importante che l'ha sottesa. Senza la chiarezza non c'è comunicazione tra gli individui, quindi è impossibile finalizzare il risultato di una buona «organizzazione urbana».
Imporla non è compito delle istituzioni che non sono di loro «sagge, giuste, sane». Inoltre, anche le tecniche, le regole e le poetiche messe a punto nel secolo scorso dalla modernità architettonica hanno mostrato tutti i loro limiti pretendendo di modificare in modo assoluto comportamenti e abitudini. In questa fase esasperata dell'«idolatria della tecnologia alta» (smart grid city), l'urbanistica che nella città delle reti svilupperà forme e spazialità sempre più innovative e complesse, dovrà essere valutata nelle sue capacità di socializzazione, altrimenti per il prossimo futuro non si vedranno che crescere disagio e disuguaglianze.
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