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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 26 novembre 2013

Sacro GRA: lontananze metropolitane

«Il documentario vincitore del Leone d'Oro è un'esplorazione raffinata del paesaggio extraurbano contemporaneo, una testimonianza sottile e non giudicante degli esiti prodotti dall'occupazione crescente di territorio da parte del sistema della circolazione automobilistica»

Ammetto di essere fra quelli che vanno al cinema conoscendo volutamente solo il titolo del film. Così è stato anche per Sacro GRA, sebbene il conferimento del “Leone d'Oro 2013” abbia fatto in modo che si parlasse di questo documentario e, volente o nolente, se ne svelassero alcuni contenuti, ovvero storie di vita legate al grande anello stradale che abbraccia la città di Roma. Alla fine del film, in realtà, le storie e le vicende hanno raccontato anche molto altro.

Sacro GRA è un'esplorazione raffinata del paesaggio extraurbano contemporaneo, una testimonianza sottile e non giudicante degli esiti prodotti da quel processo di sviluppo che ha caratterizzato molte città europee dalla fine del secondo dopoguerra e che molto ha a che vedere con l'occupazione crescente di territorio da parte del sistema della circolazione automobilistica. Si tratta di esiti che dal punto di vista sociale sono coincisi diffusamente con un allontanamento progressivo delle popolazioni più vulnerabili dai contesti urbani più tradizionali e il radicalizzarsi di meccanismi di segregazione e autosegregazione spaziale come risultato ultimo di una mancata capacità di governo delle trasformazioni in atto.

Sotto questo profilo, la scelta di Gianfranco Rosi di fissare lo sguardo sulla quotidianità di esistenze assai eterogenee restituisce una varietà di narrazioni che si sono sedimentate nel tempo attorno al grande raccordo anulare e che, al contempo, appaiono piuttosto simili nel trasmettere un senso di solitudine ed emarginazione. Così, ad esempio, un occhio silenzioso spia il trascorrere di un'intera giornata fra le pareti dei mini alloggi di edilizia popolare, costruiti evidentemente nelle immediate vicinanze del principale aeroporto italiano, visto il continuo passaggio di aerei a bassa quota che con il loro frastuono spezzano sequenze di lunghi silenzi, interni ed esterni.

La città con i suoi rumori e il suo caos è , in uno sfondo a sé stante che poco interagisce con il qua, se non come mero punto di riferimento paesaggistico: Guarda che spettacolo, dice Paolo, laggiù c'è il Cupolone. Certo che il Cupolone si vede proprio dappertutto eh! Guarda, laggiù. Ma c'è anche la prospettiva rovesciata, di chi questi spazi li vive stando fuori e ne trae il proprio sostentamento, come nel caso di Cesare, pescatore di anguille da generazioni, che nella sua piccola casa sulle sponde del Tevere apprende la notizia di nuovi esperimenti per l'allevamento delle anguille: Stamo in mano proprio a gente che ce capisce poco e pochissimo. Però a noi che stamo una vita dentro l'acqua nun ce interpellano mai, nun je 'mporta mai a nessuno .. che dici te? Va bene così? Ma annamo avanti, ma che ci frega. Tu continui a taglià e a cucì [le reti], te chiameremo Penelope!”, ridendo. In realtà l'acqua di cui parla Cesare può essere assunta anche come metafora del nostro habitat quotidiano rispetto al quale l'essere esperti in quanto cittadini appare sempre meno un requisito per essere coinvolti e incidere nei processi urbani.

Rosi accompagna lo spettatore pian piano alla scoperta di un'articolazione urbana fatta di individualità o al massimo di interazioni a cortissimo raggio. Non si riesce a percepire una qualche dimensione pubblica della vita sociale in quegli spazi: non sarà casuale probabilmente la rapida panoramica che il regista effettua su una piazzetta in cui alcuni bambini giocano e si fa festa. Unico momento di fruizione collettiva degli spazi, di riconoscimento reciproco, seppur sempre all'interno di nicchie ben definite.


Nel guardare Sacro GRA si ha l'impressione di calarsi nei panni del Robert Maitland, protagonista della narrativa ballardiana, quando a causa dello scoppio di un pneumatico sfonda con la sua Jaguar un tratto del guardrail lungo la M4 londinese, schizzando fuori dai circuiti e dalle routine della città, di cui simbolicamente la strada e, in prospettiva metropolitana, l'autostrada, ne sono l'emblema, per immergersi in un mondo fatto di situazioni paradossali e personaggi eccentrici. Gianfranco Rosi compie un'operazione analoga: la Londra di Maitland è laggiù, esattamente come la Roma di Paolo e Cesare, non così distanti fisicamente, eppure costantemente avvolte in un'aura di immanenza, di sacralità mai messa in discussione. Sono presenze che appena si percepiscono nel fluire della narrazione, così come di scarso impatto appaiono le vite di alcuni dei protagonisti negli avvenimenti della metropoli contemporanea: esistenze pressoché invisibili, dunque, probabilmente complicate da comprendere agli occhi di chi sta dall'altra parte (anche dello schermo) e per questo di stimolo per meditare, al di là dei titoli di coda.



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