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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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lunedì 25 novembre 2013

“Piani casa” delle regioni. Lotta dura, per una maggiore cubatura.

Il contrasto al consumo di suolo, il risparmio energetico, la qualità ambientale e l’edilizia sostenibile diventano alibi per derogare agli standard urbanistici e alle tutele della natura e provocare città invivibili. Il grimaldello del decreto Fare.


Avevamo quasi dimenticato il passato nefasto del “piano casa” di Berlusconi. Più precisamente, del progetto di Berlusconi attuato dalle regioni di destra e di sinistra senza che governo e Parlamento deliberassero in materia. Un “piano” che voleva consentire ai piccoli, poveri proprietari di piccole, povere case e villette di ampliarle.

Adesso, grazie al famigerato decreto del Fare - frutto velenoso dell’inquinante albero delle Grandi intese - numerose regioni si stanno muovendo per trasformare le possibilità di deroga consentite dal governo Letta-Alfano, anche al di là delle plateali forzature operate con la legge Polverini nel Lazio e Cappellacci in Sardegna. L’art. 30 della legge 98/2013, “norme sulle semplificazioni in materia edilizia"  stabilisce che : «le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano possono prevedere, con proprie leggi e regolamenti, disposizioni derogatorie al decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444 e possono dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi, nell’ambito della revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali».

Si autorizzano insomma le regioni a cancellare gli standard urbanistici ed edilizi, cioè tutte le prescrizioni riguardanti i rapporti tra spazi pubblici e spazi privati, tra volumi edilizi e spazi aperti. Si dimentica il principio elementare dell’urbanistica secondo il quale ogni metro cubo destinato ad alloggi o a uffici, a fabbriche o a commercio, deve essere accompagnato da un determinato numero di metri quadrati di terreno aperto e destinato all’uso pubblico, e collocato dentro la città, immediatamente e agevolmente accessibile da chi in quella parte di città abita o lavora.

 Alla distruzione delle buone regole (quelle che si seguono da decenni negli paesi europei) se ne impone una nuova, riassumibile in uno slogan: “lotta dura per una maggiore cubatura”. Ogni occasione è buona per aumentare la massa di volume edilizio commerciabile. Così,  col pretesto della riduzione del consumo di suolo si promuovono i grattacieli,  con quello del risparmio energetico si promuove la moltiplicazione dei volumi già costruiti. In tutti i casi in deroga (ecco una parola chiave della malurbanistica italiana) a qualsiasi interesse generale: da quello della tutela del paesaggio a quello della difesa della salute dei cittadini.

Il primato della devastazione del territorio urbano e del suo ordinato funzionamento, una volta vanto del partito di Berlusconi, vuole raggiungerlo ora la Lega Nord. Che giustamente comincia dal Veneto: la regione nella quale decenni di governi DC, PdL e leghisti hanno prodotto il maggiore consumo di suolo. Si leggano le nuove norme, approvate il 18 novembre scorso dalla commissione consiliare della Regione Veneto, (col voto contrario del Pd e SEL).

«Gli interventi di cui al comma 1 finalizzati al perseguimento degli attuali standard qualitativi architettonici, energetici, tecnologici e di sicurezza sono consentiti in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, ivi compresi i piani ambientali dei parchi regionali».

«La demolizione e ricostruzione, purché gli edifici siano situati in zona territoriale omogenea propria, può avvenire anche parzialmente e può prevedere incrementi del volume o della superficie:
a) fino al 70 per cento, qualora per la ricostruzione vengano utilizzate tecniche costruttive che portino la prestazione energetica dell'edificio. come definita dal decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192 "Attuazione della direttiva 2002/9 IICE relativa al rendimento energetico nell'edilizia" e dal decreto del Presidente della Repubblica 2 aprile 2009. n. 59 "Regolamento di attuazione dell 'articolo 4 comma l. lettere a) e h). del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192, concernente attuazione della direttiva 2002/91 ICE sul rendimento energetico in edilizia, e successive modificazioni. alla corrispondente classe A:
b) fìno all’80 per cento. qualora l'intervento comporti l 'utilizzo delle tecniche costruttive di cui alla legge regionale 9 marzo 2007. n. 4 "Iniziative ed interventi regionali a favore dell'edilizia sostenibile»

Naturalmente, norme analoghe valgono per i territori agricoli. Ma si vada a vedere la legge che il Consiglio regionale approverà fra breve e che, c'è da credere, diventerà un modello per molte altre, che stanno affilando le loro armi.

Più che una legge,  quella che la maggioranza dei consiglieri della Regione Veneto  sta approvando  è un manganello contro la “città dei cittadini”, contro il presente e il futuro di chi abita e lavora nel territorio veneto, in nome del risparmio energetico e della qualità ambientale.
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