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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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mercoledì 13 novembre 2013

Il corto respiro dell'urbanizzazione

La strategia di sviluppo economico nazionale cinese basata sulla migrazione dei contadini verso le grandi città non tiene conto di fattori essenziali, allineandosi a una vulgata manualistica globalizzata evidentemente fallimentare. Il manifesto, 13 novembre 2013, postilla (f.b.)

L'urbanizzazione sembra essere diventata la strategia principale del governo per promuovere lo sviluppo economico. Stando alle dichiarazioni ufficiali, si ha quasi l'impressione che sia possibile raggiungere qualsiasi obiettivo economico - migliorare lo stipendio dei cittadini, stimolare il consumo interno, ridurre gli investimenti, assorbire gli eccessi di produzione - grazie all'urbanizzazione. Ritengo invece che non si debbano avere così tante aspettative nei confronti dell'urbanizzazione. Non rappresenta affatto una soluzione per uscire dalla trappola del reddito medio, ma, al contrario, c'è il rischio che possa innescare l'ennesima corsa folle agli investimenti da parte dei governi locali.
Per prima cosa bisognerebbe interrogarsi su cosa sia effettivamente l'urbanizzazione: rappresenta un fine o un mezzo? Da quanto mi risulta, nella maggior parte dei paesi sviluppati, l'urbanizzazione è un risultato dell'industrializzazione e della libertà di movimento della popolazione. Dato che il governo cinese non ha ancora fornito una definizione precisa della sua visione di urbanizzazione, attualmente non si può discutere di questo concetto in maniera ben definita.

Ciononostante, sta prendendo forma un'idea abbastanza condivisa secondo cui quando si parla di urbanizzazione della Cina non ci si riferisce allo sviluppo di megalopoli, ma ad un sforzo per promuovere lo sviluppo generale di città di grandi, medie e piccole dimensioni. Il motivo per cui molte persone temono la costruzione di megalopoli è legato a tutta una serie di problemi che caratterizzano le città cinesi - come il traffico, l'inquinamento ambientale, le lunghe liste d'attesa per prenotare una visita dal medico o per iscriversi a scuola, così come l'alto tasso di criminalità. Oltre a questi problemi, alcune riserve verso le megalopoli sono dovute al timore che anche in Cina possano crearsi gli enormi slum che caratterizzano alcune grandi città dell'America Latina e del Sudest Asiatico, che rovinano il paesaggio delle città e sono associati agli alti tassi di delinquenza.

È necessario però chiarire un punto: i problemi che le città devono affrontare sono causati dalla loro eccessiva dimensione o dipendono da altri fattori, come ad esempio il modello di crescita e il tipo di gestione? A mio parere questi problemi hanno più a che fare con queste seconde cause. Ad esempio, città altrettanto grandi - come Tokyo, Seul, New York, Londra - non hanno gli stessi gravi problemi di traffico e d'inquinamento che è possibile riscontrare a Pechino e Shanghai. Il traffico di molte città cinesi è dovuto per gran parte a trasporti pubblici poco sviluppati, al costo relativamente basso delle macchine private, a una progettazione delle strade ancora carente. L'inquinamento è invece connesso a problemi che riguardano i bassi standard ambientali, la loro parziale attuazione e una non completa mercatizzazione dei costi ambientali e delle risorse. Si dice che il tipo di urbanizzazione che la Cina vuole promuovere sia finalizzato a mettere al centro le persone, uno dei suoi punti cardine è rendere equi i servizi pubblici. Il problema è che in qualunque paese le risorse pubbliche di alta qualità - ad esempio le cure mediche e l'istruzione - sono un bene raro. Perciò tendono inevitabilmente a concentrarsi e questo è uno dei motivi per cui, se si lascia poi libero corso alle forze di mercato, anche la popolazione tende a concentrarsi dove quelle risorse sono migliori, formando così grandi megalopoli. (…)

La questione che maggiormente preoccupa le persone più lungimiranti è che in futuro l'urbanizzazione possa nuovamente trasformarsi in una corsa agli investimenti su larga scala da parte dei governi locali, generando uno spreco di risorse ed una diffusa rent seeking quel fenomeno che si verifica quando un individuo, un'organizzazione o un'impresa cerca di ottenere un guadagno mediante l'acquisizione di una rendita economica attraverso la manipolazione o lo sfruttamento dell'ambiente economico. Se non cambia il sistema di valutazione dei risultati ottenuti dai funzionari dei governi locali e non si modifica il meccanismo attuale che regola la spesa pubblica a livello locale, i funzionari saranno incentivati a considerare l'urbanizzazione come un'opportunità e saranno stimolati a finanziare la spesa pubblica con le entrate derivanti dalla concessione del diritto d'uso della terra, promuovendo uno sviluppo delle città su larga scala. Un'urbanizzazione (chengshihua) generalizzata unita ad una popolazione che continua a concentrarsi in pochi centri urbani, a causa dei meccanismi dovuti alla mercatizzazione, possono dar vita a molte più città fantasma.

postilla
Ciò che l'economista nella sua critica lascia (molto implicitamente, forse a sua insaputa) trasparire, è la totale assenza, nelle strategie che hanno portato alla situazione attuale, di una adeguata considerazione storica sui processi che localmente contribuiscono a determinare gli equilibri relativi che mancano agli immensi agglomerati cinesi. Le stesse grandi città citate come esempi, Tokyo, Seul, New York, Londra, pur nell'estrema diversificazione che le caratterizza, hanno in comune rispetto alle cugine cinesi uno sviluppo che comprende l'urbanistica, ovvero il processo anche conflittuale di regole in qualche modo condivise, che ne ha determinato gli assetti sociali, spaziali, ambientali, e dulcis in fundo di efficienza generale. Mentre la considerazione puramente “mercatista” criticata, ponendo l'accento su uno solo dei componenti del fertile mix urbano, non produce altro che scricchiolanti giganteschi complessi produttivi di ricchezza, dalla vita sospesa, sostanzialmente privi di qualunque resilienza. Curioso, che proprio nel mondo che per tanti secoli ha seguito una strada così diversa, producendo le città indicate dall'economista come modelli positivi, oggi si voglia voltare pagina, guidati dalla fede mercatista. Una sorta di manualistica di intervento globalizzata, avulsa dai contesti locali e dalle loro radici, in teoria coerente alla globalizzazione economica, ma evidentemente fallimentare. Un esempio ai limiti del ridicolo è il predicozzo liberale che il solito Edward Glaeser rivolgeva qualche settimana fa all'ormai quasi sicuro sindaco di New York, Bill de Blasio: se vuoi costruire case popolari, elimina le regole urbanistiche. Speriamo che non gli diano retta (f.b.)
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