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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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domenica 27 ottobre 2013

Disastro nelle Cinque Terre. Commemorare non basta

C'è molto da ricordare in Italia, a proposito di "calamità naturali" provocate dall'imbecillità criminale degli uomini che"contano". Facile fare l'elenco dei disastri, più difficile quello delle buone opere. La Stampa, 25 ottobre 2013Sono passati ventiquattro mesi dall’alluvione che colpì le Cinque Terre e la Val di Vara il 25 ottobre del 2011. Ma non basta una semplice commemorazione: occorre denunciare e contrastare le cause che hanno portato a quella tragedia e che, tuttora costellano le pagine dei giornali

Servirebbe un calendario che segnasse non solo le catastrofi ma i risultati di un programma di manutenzione. È un dovere, per rispetto a coloro che persero la vita, durante l’alluvione che colpì le Cinque Terre e la Val di Vara il 25 ottobre del 2011. Un dovere che non può fermarsi alla semplice commemorazione perché occorre denunciare e contrastare le cause che hanno portato a quella tragedia e che, tuttora costellano le pagine dei giornali.

Alluvioni, inondazioni, frane, non sono un incidente di percorso ma il risultato di disattenzione e mancanza di capacità di governo: si preferisce sottovalutare, rifugiandosi nell’inevitabilità delle catastrofi. Le calamità siamo abituati a chiamarle “naturali” ma avvengono per le responsabilità degli uomini, di coloro che dovrebbero vigilare sul territorio, attuando piani, svolgendo un’azione di programmazione, realizzando interventi di manutenzione e di prevenzione: sono molto più frequenti, purtroppo, i condoni e le sanatorie, mentre i piani restano chiusi nei cassetti, contribuendo a incrementare il rischio che un temporale si trasformi in tragedia.

Servirebbe comprendere l’ esigenza di realizzare piani di mitigazione e di adattamento, investendo in prevenzione piuttosto che nell’emergenza: riportare la barra di governo del territorio verso una direzione orientata alla manutenzione, con la ricostruzione degli equilibri naturali, escludendo le aree a maggior rischio e intervenendo con una logica di lungo periodo. Si dovrebbe saper realizzare una strategia incentrata sulla resilienza, investendo nella trasformazione delle aree urbane dove maggiori sono i rischi.
Si preferisce, tuttavia, proseguire lungo la strada delle celebrazioni, accompagnata dall’assenza cronica di una strategia di intervento, capace di coniugare sviluppo con programmazione, dove i lavori pubblici non siano soltanto tradotti in “grandi opere” quanto piuttosto in un’azione di messa in sicurezza e di cura del territorio che necessita di cantieri continui, di gestione del rischio in termini concreti, senza alimentare esclusivamente la filiera dell’emergenza e della ricostruzione.

Il fango non può essere il destino inevitabile per vedere colpite zone del nostro paese da un succedersi di tragedie e di disastri: occorre saper trarre gli insegnamenti necessari da queste calamità costate migliaia di vittime, di dolore e di danno per l’economia. I parchi, le aree naturali protette, le riserve e gli altri vincoli dovrebbero servire a preservare le aree di maggior pregio, conservando equilibri e ambiti vulnerabili ma, troppo spesso, passa l’idea che questi vincoli siano eccessivi e i parchi un lusso superfluo. Si perde di vista la funzione economica e sociale di una politica di governo del territorio capace di essere lungimirante, capace di futuro, preferendo una logica di corto respiro, più facilmente riconducibile a una monetizzazione immediata. Una logica perversa, malata di una falsa volontà di liberalizzare e rendere efficiente lo Stato che produce, come unico risultato, l’ulteriore devastazione del territorio.
Le Cinque Terre sono un caso emblematico perché sono un luogo unico, di valore inestimabile, capace di attrarre turismo da ogni parte del Mondo, innescando processi di valorizzazione delle produzioni locali che alimentano un’economia che ha resistito, meglio di altre aree, alla crisi. Eppure, nonostante questo potenziale, le Cinque Terre sono ancora sotto la minaccia che l’evento disastroso che colpì Vernazza e Monterosso possa ripetersi: investire nella manutenzione dei muretti a secco, dei ruscelli e dei terrazzamenti è tuttora un progetto che stenta a essere realizzato con il dovuto impegno e, soprattutto, con la capacità di destinare risorse adeguate.

Pochi giorni fa abbiamo ricordato i 50 anni dal Vajont: oggi dobbiamo ricordare l’anniversario delle Cinque Terre e della Val di Vara. Sono trascorsi solo due anni ma sembrano molti di più perché, nel frattempo, altre inondazioni, di acqua e fango, hanno seppellito case e capannoni, causando vittime e perdite economiche. Bisognerebbe inventare un nuovo calendario che, accanto alle date da ricordare per conservare la memoria delle catastrofi, servisse anche a registrare i passi avanti fatti per rendere più sicuro ed efficiente il nostro territorio, lavorando per prevenire e ridurre i rischi. Un calendario capace di segnare il cambiamento.


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