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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

giovedì 8 agosto 2013

Spazi di libertà

Inserto del giovedì sul manifesto, "L'Italia che va"  8 agosto 2013. Il problema della casa, irrisolto per i deboli numerosi dopo decenni di lotta per un diritto. Soluzioni che aprono speranze per una città più equa. Articoli di D. Chanaz, S, Medici, D. Bevilacqua, E. Scandurra, G. Salvetti


Spazi di libertà
di Dafne Chanaz

Dagli squat urbani agli ecovillaggi, l'abitare diventa un atto rivoluzionario, antiliberista ed ecologista. Le nuove parole d'ordine sono cohousing, autorecupero, autocostruzione. Mentre si riscopre il mutuo soccorso ottocentesco e le nuove Comuni ricordano il '68

«L'ecovillaggio è la cellula del futuro corpo sociale, trasformazione in atto - o se volete "rivoluzione" - dal basso, non violenta e silenziosa, che ha dimensione mondiale e prefigura una fuoriuscita radicale dal sistema. In Italia (...) il raddoppio in pochi anni del numero degli ecovillaggi costituiti e dei progetti in fase di realizzazione mette in luce un nuovo corso, esistenziale e politico, soprattutto tra le giovani generazioni». Una tale affermazione può sembrare forte a chi non abbia fatto esperienza diretta di queste forme di vita comunitaria che partono dal rapporto con gli ecosistemi per costruire modelli relazionali più equi, conviviali e soddisfacenti. Può sembrare ottimista a chi non abbia visto fiorire la Rete Italiana dei Villaggi Ecologici, anno dopo anno, fino all'ultimo incontro di fine luglio 2013, gremito di giovani e ricco di così tante nuove esperienze. Versione italiana del Global Ecovillage Network, la Rive si è formalizzata nel 2007 - grazie anche all'iniziativa del mensile Terranuova , che funge da organo ufficioso della rete - ed è già un punto di riferimento e d'ispirazione per moltissimi. Chi erano gli oltre 500 partecipanti al raduno di quest'anno e cos'è un ecovillaggio? Gran parte erano giovani romani, ma anche persone provenienti da tutte le regioni d'Italia e dall'estero (Spagna, Slovenia, Brasile) interessati alle conferenze ed ai workshop offerti (bioedilizia, cesteria...) e ad apprendere qualche cosa circa alternative di vita concrete ed accessibili, lontane dalla nevrosi urbana e dal precariato. Poi c'erano una trentina di volontari che avevano allestito il campo e coordinavano le operazioni. Ed infine un centinaio erano rappresentanti degli oltre 20 ecovillaggi toscani, milanesi, bresciani, padovani, vicentini, siciliani, calabresi...

NUOVI IMMAGINARI
Sperimentiamo l'autogoverno
di Sandro Medici


La devastante spinta edilizia favorita e coltivata dall'urbanistica deregolata di fine secolo, quel voluminoso flusso di cemento che ha rovinosamente impattato su città e territori, sta ormai consumando i suoi ultimi cantieri. È il tramonto di una parabola che ha tuttavia alterato e deformato interi paesaggi, lasciando nelle pianure piantagioni di prefabbricati industriali vuoti e abbandonati, quartierini di affettate palazzine dai tristi balconcini ai bordi delle città, malinconici villaggi finto-leziosi sulle coste e nelle valli e perfino sui monti. Ora non si costruisce più, nel nostro paese. Finalmente. Ma non grazie a quell'auspicato rinsavimento invocato per decenni dalla cultura del limite, dalla critica al produttivismo, dalle tante soggettività indignate per i danni alla natura e le ferite alla bellezza. Quanto, più crudamente, per l'esaurirsi di profitti e rendite nel mercato immobiliare. Uno dei più vistosi effetti, quest'ultimo, della crisi economica in corso. Gli stabilimenti chiudono, le case non si vendono, le attività commerciali languono. Le banche non finanziano più iniziative imprenditoriali e progettazioni espansive, né, ancor meno, assicurano mutui alle famiglie. E sono ormai migliaia e migliaia le concessioni edilizie, un tempo spasmodicamente agognate, che si accumulano nei cassetti degli uffici tecnici comunali. È l'esito di un processo che fin dal suo esordio conteneva un inganno, oltreché un errore strutturale. Ritenere cioè che, in forza delle sue esclusive dinamiche, il mercato avrebbe riequilibrato il settore edilizio componendo con efficacia sviluppo immobiliare e fabbisogno alloggiativo. Una scelta socialmente rovinosa, che nel corso dell'ultimo ventennio ha finito per sovrabbondare l'offerta ma non per questo soddisfare la domanda. Una domanda che è sensibilmente cresciuta, perché a quella cronicamente inevasa si è aggiunta nell'ultimo scorcio quella degli esodati, affittuari morosi e quindi sfrattati, piccoli proprietari inadempienti a cui le banche pignorano casa, oltre ai tantissimi giovani che restano in famiglia, respinti dai costi eccessivi delle nuove abitazioni. Il panorama immobiliare italiano in questo momento è dunque gravemente scompensato: un paradosso che né favorisce gli affari né soddisfa le necessità. È aumentata la disponibilità e nel contempo si è ampliato il bisogno. Affidarsi alle ritmiche del mercato, a quella logica d'impresa che avrebbe dovuto far felicemente incontrare offerta patrimoniale e domanda sociale, s'è rivelato tanto illusorio quanto tragicamente fallace. E così, oggi, c'è sempre più gente senza casa e sempre più edilizia invenduta. Non c'è che dire, un vero capolavoro di idiozia economica e ferocia sociale. Reso possibile da norme urbanistiche sempre più permissive e compiacenti, attraverso generose concessioni per valorizzare, ristrutturare, razionalizzare (leggi: sfruttare), facilitazioni nei cambiamenti di destinazione d'uso di suoli e fabbricati, affidamento commerciale di beni demaniali e perfino culturali. E poi con la cartolarizzazione e la privatizzazione del patrimonio abitativo pubblico, insieme alla definitiva rinuncia a realizzare nuova edilizia popolare.

L'intero pacchetto, insomma, delle scelte politiche che hanno accomunato negli ultimi decenni centrosinistra e centrodestra, entrambi penosamente travolti da quei furori liberisti che inevitabilmente hanno generato disagio, esclusione, collera, conflitto.Quei sentimenti che stanno oggi animando una reattività sociale sempre più estesa e combattiva. E che si deposita nelle centinaia di occupazioni che si susseguono nelle nostre città. Effetto inevitabile di una situazione completamente chiusa e bloccata. Con un mercato immobiliare inaccessibile perché totalmente gestito dai privati, società d'impresa o finanziarie che siano, in assenza di alternative di edilizia sociale o comunque calmierata, senza alcuna offerta alloggiativa pubblica perché ormai estinta, cosa volete che facciano tutte quelle persone che si ritrovano in mezzo a una strada, che vivono nelle auto, che s'affollano da amici e parenti, che s'accampano nei parchi o sugli argini dei fiumi, tutto quel popolo nomade per necessità, se non per destino? Dunque ci si sistema laddove ci sono spazi inutilizzati, nei fabbricati abbandonati o nelle palazzine invendute, nelle fabbriche dismesse o nelle scuole svuotate, in tutta quella volumetria residuale che giace malinconica agli angoli delle città. In natura, così come in politica, il vuoto non esiste: prima o poi viene riempito. E torna a vivere. Sono quasi commoventi le facce speranzose di chi di chi per la prima volta si ritrova con un tetto sulla testa, con un bagno dove lavarsi, con un letto solo suo, con una stanza dove appendere una vecchia fotografia. C'è gente, in questi edifici recuperati, in questi nuovi falansteri, che prima d'ora non aveva abitato da nessuna parte. Ma le occupazioni non solo soltanto abitative. Si occupa anche per avviare un'attività produttiva, per inventarsi un lavoro, per riconvertire un impianto e rimetterlo in moto, per sviluppare un progetto collettivo, per riattivare un vecchio teatro, un cinema abbandonato, accendere insomma una speranza culturale. E anche in questo caso, avviene per quell'impellente necessità di dare senso a un luogo, a uno spazio, oltreché a se stessi. Quanti ragazzi, quante ragazze nelle nostre città hanno bisogno di lavorare o anche soltanto di esprimersi, di mettere a disposizione la propria passione, la propria creatività? Chi raccoglie queste aspirazioni, quando, al contrario, si fa di tutto per comprimerle e marginalizzarle? Allora succede che ci si organizza e ci si riappropria di ciò di cui si ha diritto. E sapete come va a finire? Be', c'è da restarci davvero sorpresi. Perché in queste occupazioni di nuovo conio si sviluppano attività "utili", soprattutto alla città e ai cittadini: si avviano progetti, si realizzano servizi, si organizzano mercati, si allestiscono spettacoli, ci si diverte, si sta bene, arriva gente, si chiacchiera, si sta insieme. Si fanno tutte quelle cose che andrebbero fatte ma che nessuno più fa. Quelle cose insomma che rispondono ai bisogni di quartieri e territori: case-famiglia, palestre, centri anti-violenza, biblioteche, spazi espositivi, sportelli d'ascolto, laboratori culturali, saleprova, osterie sociali,attività per l'infanzia. Soddisfano esigenze diffuse e in più che creano quella preziosa qualità immateriale, fatta di socialità, relazioni umane, solidarietà, allegria e piacere. Non ci si crederà, ma producono anche economie e redditi: di sussistenza, certo, ma quel tanto o poco che comunque consente di gestire al meglio l'occupazione. Se è proprio necessario definirlo, questo modello si chiama autogoverno. E l'impressione è che si tratta di un processo destinato a estendersi. È una risposta sociale e culturale alla crisi dell'economia e all'opacità della politica.

ROMA
Gli invisibili della Capitale
di Dario Bevilacqua


Gli scrittori a Communia, il mercatino Terra Terra al Forte Prenestino, il jazz all'ex Snia, le palestre popolari e le ciclofficine. Ecco dove batte il cuore della Roma alternativa

All'inizio di giugno, presso il centro sociale Communia, nel quartiere romano di San Lorenzo, si è tenuto il festival Letteraria , con dibattiti, reading , rappresentazioni teatrali e conferenze che hanno coinvolto, tra gli altri, anche Carlo Lucarelli e il Collettivo Wu Ming. Ogni prima e terza domenica del mese, nel centro sociale Forte Prenestino, a Roma, si tiene il mercato Terra terra che mira a consentire, come fanno ogni settimana i tantissimi Gruppi di Acquisto Solidale (Gas) diffusi sul territorio, l'accesso a prodotti buoni, puliti e giusti, riducendo i passaggi della catena distributiva degli alimenti. All'Esc Atelier, spazio occupato nel cuore di San Lorenzo, sono attivi sportelli legali per i diritti di cittadinanza e di tutela del lavoro precario. Oltre a concerti, rassegne e iniziative serali, Esc ospita gli incontri della Lum - Libera Università Metropolitana - un esperimento di autoformazione e laboratorio che organizza, inter alia , seminari e ricerche. Al centro sociale Strike, a Portonaccio, dal martedì al venerdì è aperta la cucina sociale "Strkitchen Stirkespa", che presenta ogni giorno un menu diverso di ottima qualità, a prezzi modici. In via delle Isole Curzolane, nel quartiere Tufello, la Palestra popolare Valerio Verbano organizza corsi di Ginnastica Artistica, Boxe, Kick Boxing, Ginnastica posturale, Karate e Fung Fu, a prezzi accessibili. A Casal Bertone, il Centro sociale La Torre mette in piedi una serie di attività di vario tipo, dal bioristoro e forno della Riserva della Valle dell'Aniene La Trattoriola, alla Palestra Popolare Corpi Pazzi, passando per il laboratorio informatico Bugslab e il progetto MediaMemoria, che lavora alla costruzione di laboratori di ricerca storica nelle scuole medie e si attiva per restituire vive le memorie della Resistenza partigiana al nazifascismo. Infine, presso il Centro sociale Ex Snia, dal 14 giugno, per 5 venerdì consecutivi, si tengono i concerti di Jazz al Popolo, con concerti e iniziative musicali, che quest'anno confluiscono nell'alveo di Artindipendenti 2013, un'ecofesta che intende convogliare differenti arti per promuovere la cultura. Sono solo alcune delle numerosissime attività e iniziative messe in piedi dai vari spazi occupati e autogestititi che popolano la capitale.

Cosa vuol dire centro sociale? Quale modello di centralità propongono questi luoghi? E perché sono tenuti ai margini dell'ufficialità? Poiché molti di questi luoghi sono occupati illegalmente - anche se in tal modo sottratti all'abbandono e riqualificati dalle persone che li gestiscono - i centri sociali sono mal visti dalle amministrazioni e molti sono sotto sfratto o a rischio sgombero. C'è un'ufficialità che non digerisce certe realtà magmatiche e autorealizzate, ostacolando la loro vitalità, frutto della risposte alle esigenze reali della popolazione, soprattutto giovanile, o di chi è vissuto e cresciuto nel quartiere. Ciò nondimeno, mentre le istituzioni cittadine e nazionali confermano che l'Italia non è un Paese per giovani, questi luoghi altri, non ufficiali, resistono e crescono. Esattamente perché consentono ai giovani, che non riescono a esprimersi altrove, di trovare e definire nuovi spazi e perché forniscono un contributo fondamentale per chi risiede a Roma, elaborando e diffondendo cultura, organizzando e offrendo corsi, aiutando concretamente cittadini e migranti, riqualificando periferie, sollecitando continuamente alla riflessione chi li frequenta. Il nuovo nuovo sindaco Marino si trova di fronte non pochi problemi. Intanto quello gigantesco della mobilità: la città detiene il record di macchine per abitante (in un rapporto che è quasi di 1 a 1) e dispone di mezzi pubblici inadeguati. Segue l'esplosiva emergenza abitativa, che riguarda migliaia di famiglie. 

Ora, mentre le nuove e inutili costruzioni sono destinate a rimanere vuote, si diffondono nel territorio isole di resistenza, che offrono un contributo importante alla diffusione di modelli alternativi a quelli istituzionali, sia in tema di mobilità privata che dei bisogni abitativi. Si pensi alle ciclofficine, diffuse in quasi tutti i centri sociali della Capitale, e alle Ciemmone, che con cadenza regolare vedono gruppi sempre più nutriti di ciclisti invadere pacificamente la città. Significative a tal proposito le occupazioni che nell'ultimo anno hanno interessato edifici vuoti e abbandonati, reazione eterodossa a una gestione affaristica degli alloggi popolari e a una rimozione dell'edilizia pubblica popolare dall'orizzonte politico. Le attività che hanno luogo nei centri sociali occupati o autogestiti, nelle palestre popolari e in altri piccoli spazi di quartiere, nati grazie alla buona volontà di poche persone e contro pregiudizi e ostacoli ufficiali, contribuiscono a caratterizzare i quartieri e a forgiare la cittadinanza, rendendo i romani maggiormente consapevoli delle potenzialità del territorio, dei propri diritti e dei propri doveri. È grazie alla cultura, tra le altre cose, che una città prende vita ed emancipa i suoi abitanti, che acquistano sicurezza e desiderio di viverne i luoghi, uscendo dalle anguste mura domestiche e dalla passività. È con la diffusione delle idee, delle buone pratiche, dei saperi, che il cittadino può sentirsi al centro della polis , di un progetto volto al futuro e al miglioramento. Lo si è visto, con risultati alterni, anche con le Estati Romane, in questi ultimi anni, tuttavia, sempre più lontane dal modello iniziale nato dal genio di Renato Nicolini: sempre più dispendiose e dispersive, sempre più mondane e omologate a una cultura mainstream appiattita sugli sponsor privati e sulle idee dei promotori istituzionali. La forza della cultura e delle buone pratiche si vede ancor di più nelle iniziative dal basso di questa "Roma alternativa": concerti, teatro, corsi, trattorie, palestre, tutto è funzionale ad arricchire lo spirito di chi li frequenta, e tutto nasce dall'impegno di persone volenterose e da piccole associazioni, con un costo basso per chi organizza - se non in termini di tempo ed energia - e un prezzo accessibile per chi fruisce. Infine, questi spazi influiscono sull'identità e sulla crescita culturale di interi quartieri. La presenza di centri sociali in zone periferiche - dal Tufello a Cento Celle, passando per Casal Bertone, Portonaccio, San Lorenzo e il Pigneto - ha contribuito a trasformare aree una volta degradate, difficili, inospitali, in luoghi vivi, attraenti e sicuri. In tal modo non solo si è favorito l'accesso all'offerta culturale di chi vive o frequenta questi posti, ma si è anche fortemente limitata la diffusione di criminalità. È politica con la P maiuscola, è politica di sinistra e intervento sul territorio e dal basso. Che rappresenta un'Italia - perché Roma non è l'unico caso - che non si dà per vinta, che non si piange addosso, che cresce, con entusiasmo, grazie alla vivacità delle idee e alla bontà dei progetti. E che andrebbe incoraggiata, sostenuta, alimentata, seppur senza ingabbiarla nella burocrazia, nei vincoli e nei veleni dei canali ufficiali. Anche solo prendendo parte alle iniziative, godendo delle loro offerte fruitive e culturali. La maggioranza hanno tra i 10 e i 20 abitanti, ma con dei picchi a 200 (il Popolo degli Elfi) e 600 (Damanhur). Si tratta di comunità intenzionali ecosostenibili, gruppi umani che intendono dare ai luoghi in cui vivono più di quanto vi hanno trovato , e che hanno scelto come impegno prioritario di condividere la loro esistenza con altre persone in virtù di una visione comune (di ordine etico, spirituale, ecologico, sociale). A differenza del cohousing , chi va a vivere in un ecovillaggio, oltre a fare una scelta abitativa a basso impatto ambientale, decide di aprire la propria vita professionale, economica ed affettiva al gruppo di persone e al luogo scelti. Le realtà più grandi hanno strutture produttive, falegnamerie, scuole autogestite ispirate ai modelli libertari e percorsi didattici per i bambini delle scuole intorno. Questi luoghi, infatti, sono veri e propri laboratori di scambio di saperi intergenerazionale ed università del fare a cielo aperto. La Comune di Bagnaia Un esempio? Provate ad immaginare 19 adulti di età e professionalità diverse - insegnanti, pensionati, artisti di strada, impiegati, agricoltori, artigiani - che versano in una cassa comune i propri stipendi e che una volta prelevata una paga uguale per tutti, impiegano le restanti risorse per le spese comuni, ovvero per le cure mediche, educazione dei bambini, parco auto, energia, cibo, abitazione ecc. Un'utopia? Eppure è quanto avviene da quasi quarant'anni nella Comune di Bagnaia. La Comune infatti esiste dal lontano 1979 ed insiste su un podere di 80 ettari sui colli senesi, i suoi abitanti, dopo aver acquistato il podere ne hanno ceduto la proprietà all'associazione. Oggi metà di loro lavorano fuori e metà nel podere che produce vino, olio, miele, carne, ogni genere di ortaggi, conserve, pane, formaggi e insaccati. C'è un parco auto con ottimi sconti assicurativi, ne bastano 6 o 7 per tutti. Si produce un secchiello scarso di spazzatura al giorno in 18, poiché si compra all'ingrosso, il latte delle mucche e le verdure dell'orto non hanno imballaggi, le bucce e gli scarti organici vanno al compost. Così rimangono solo i tovagliolini di carta da buttare! Le decisioni vengono prese con la metodologia del consenso e le idee che accomunano i membri sono di stampo pacifista e libertario, laico. Gli ecovillaggi sono tutti molto diversi tra di loro, ma ci riconciliano con un aspetto che anche i progressisti hanno perso per strada, nella misura in cui le loro azioni muovono da concetti astratti in società statalizzate costituite di regole e relazioni anonime: la dimensione comunitaria , a volte tribale, che si reinserisce a pieno nella modernità attraverso un dialogo stimolante. Gli ecovillaggi risvegliano i fondamenti stessi delle democrazie: così come l'Agorà ateniese (piazza del mercato dove confluivano le messi delle campagne dell'Attikì), sono luoghi nei quali il rapporto tra le persone è indissolubilmente legato al rapporto tra la civiltà e la natura circostante. 

Un altro modo di vivere Francesca Guidotti, che oggi compie 27 anni ed è la neo-presidente della rete nonché l'autrice del libro Ecovillaggi e cohousing , ci racconta: «Chi cerca un posto per questo tipo di esperienza parte dal bisogno di trovare un punto fisso per la propria vita, spesso lontano dalla città, sia per ritessere un rapporto con la natura, sia perché le aree rurali permettono di soddisfare almeno parte del proprio fabbisogno alimentare. Le chiavi sono il vivere comunitario, il pensare ecologico e il volersi migliorare. Trasformare un territorio dismesso o abbandonato è un modo per oggettivare la scoperta di sé, come fece Carl Gustav Jung verso la fine della sua vita costruendo una casa-simbolo del suo lavoro psichico. Appartenere ad un luogo dà la misura fisica dei cambiamenti che siamo in grado di operare, su scala locale e globale. Stranamente però questo dono di sé al luogo non crea attaccamento ed i moderni ecovillaggisti si spostano molto: grazie anche al supporto della comunità sono più liberi e meno vincolati rispetto ai componenti delle piccole famiglie contadine». E conclude: «La vita di tutti i giorni tuttavia pone problemi molto concreti e per risolvere gli eventuali conflitti bisogna attrezzarsi. Risulta così indispensabile dotarsi di strumenti adeguati sul piano della facilitazione e della progettazione condivisa: comunicazione non violenta, comunicazione empatica, metodologia del consenso, dragon dreaming , permacultura, sono alcune delle tecniche usate nella maggior parte degli ecovillaggi. Infatti dal dopoguerra in poi, abbiamo sviluppato una cultura fortemente individualist a in cui paghiamo per avere ciò che vogliamo e non dobbiamo chiedere più nulla a nessuno. Abbiamo disimparato a chiedere, a contrattare. In questo caso invece del denaro si impara ad usare la mediazione e la relazione per arrivare a realizzare i propri desideri. Non ultima poi la dimensione spirituale, una caratteristica diffusa in molti eco villaggi. quelli a matrice spirituale o dotati di forti ideali sono i più saldi, poiché le pratiche di consapevolezza, i rituali e gli obiettivi condivisi tessono fili invisibili ed aiutano a trovare una guida nelle proprie scelte».

PISA
La «nuova polis» pisana dell'ex Colorificio
di Enzo Scandurra


Arrivato alla stazione di Pisa, viene a prendermi Fausto. Ci riconosciamo subito come succede spesso - e misteriosamente - tra compagni. Mentre ci rechiamo all'ex colorificio liberato, mi parla del convegno, dell'occupazione, delle attività che si svolgono nell'area dismessa. Lo fa senza ostentare fanatismo, con un tono quasi professionale da cui traspare però passione e speranza. Ero già stato a Pisa anni prima sempre invitato da Serena, quando ancora l'occupazione riguardava Rebeldìa. Dal 20 ottobre quel gruppo ha invece liberato, e occupato, una ex fabbrica, un ex colorificio di 14mila metri metri quadrati, non distante dalla Piazza dei Miracoli. Fausto mi parla del convegno: due giorni di discussione con architetti e urbanisti sul tema delle aree dismesse e di come utilizzarle per rivitalizzare la città di Pisa. Nel programma è ben messo in evidenza come si voglia superare il concetto di "valorizzazione" immobiliare e dell'irremovibilità del costruito nell'interesse della collettività: basta consumare suolo e risorse. Fausto ci tiene a farmi visitare l'ex colorificio, mostrarmi i lavori e le iniziative già allestite. Laboratori di aggiustaggio e falegnameria, di ceramiche, una ciclofficina di biciclette, sala del teatro. In una delle grandi sale c'è anche un trapezio per equilibristi; in un'altra sono state realizzate pareti artificiali per l'allenamento alle scalate. Fanno parte della comitiva esplorativa due altri compagni che non conosco e che poi si presentano come architetti che lavorano su altre aree di Pisa, come lo stadio di calcio ormai in disuso. Fausto ci fa vedere altre sale vuote in attesa di decidere che iniziative potrebbero accogliere. Dovunque ci sono persone affaccendate in qualche lavoro: la fabbrica funziona di nuovo, ma per altri scopi e per produrre altre merci, diverse da quelle fordiste: adesso si producono beni comuni, relazioni, convivialità; si coltivano speranze. A me viene in mente quel vecchio film di Truffaut, Fahrenheit 451 , ambientato in un futuro opprimente dove una società despotica e autoritaria ha messo al bando (anzi al rogo) i libri diventati merce clandestina e antisociale. Il corpo dei vigili urbani è continuamente al lavoro per bruciare i libri nascosti da abitanti sovversivi. Così si infoltisce la comunità - il popolo-libro - di coloro che, perseguitati e ricercati dalla polizia, trovano rifugio nelle foreste. Ognuno di loro, per salvaguardare il patrimonio di sapere dei libri, ne impara uno a memoria. Ogni uomo diventa un libro vivente, dal Pinocchio di Collodi al David Copperfield di Dickens. Quando inizia il dibattito, mi sento inadeguato. Mi sembra che tutto quello che avrei da dire sul tema stabilito dal convegno, "Cartografia del desiderio. Per la creazione di una nuova Polis", loro lo stanno già tentando di realizzare. Stanno progettando anticipazioni di un futuro di città. I crateri che emergono dalle macerie della città fordista, si riempiono di iniziative sociali. Serena fa il medico all'ospedale, è una delle principali protagoniste dell'occupazione. Qui, dentro l'ex fabbrica fordista, mi sento finalmente a casa, sento che si sta tentando di realizzare qualcosa di importante. Fuori il mondo impazzito che magari in quest'area vorrebbe realizzare case, centri commerciali, multisale e chissà quali e quante altre diavolerie con la scusa di ripianare i debiti comunali, valorizzare le aree, fare profitti. Mi chiedo se ce la faranno Serena, Fausto e tutti gli altri a tenere, a resistere e anzi a trovare una sponda nell'amministrazione. Non sono isolati, si sta tentando di attivare una rete che colleghi queste esperienze che proliferano sempre di più in tante città italiane. Il Teatro Valle Occupato, il cinema Palazzo a Roma sono ormai riferimenti nazionali che producono speranze e aspettative, contagiano. Faccio fatica, con la mia vecchia educazione al posto fisso, a convincermi che qui si sprigiona un'energia nuova, che si tenta di ripristinare vecchi mestieri e sapienze andate in malora con la mitologia dello sviluppo. Dico a Serena che ho un cagnolino che mi aspetta a casa, non posso restare oltre le otto di sera, c'è l'ultimo treno che ferma a Termini. Lo dico per darmi una ragione per non rimanere, perché questo invece desidererei fare. Fermarmi qui con loro non tanto per continuare a parlare, ma per trovare un mio posto dove materialmente partecipare alla costruzione di questo futuro ancora incerto e pieno di aspettative e speranze. La festa deve ancora iniziare ma Serena e Fausto mi fanno preparare un piatto di pasta e un dolce. Ecco, sto a casa, in una grande famiglia, accolto come un vecchio amico, magari uno zio. Peccato non aver portato il mio cagnolino. Insieme potevamo restare.

MILANO
Il centro sociale degli sfrattati
di Giorgio Salvetti
Uno Spazio di mutuo soccorso per senzacasa nella Milano dell'Expo. Dove il mercato immobiliare è crollato, 5 mila persone sono state sfrattate e altre 19 mila lo saranno

Ale ha 19 anni. Ha passato tutta la sua giovane vita tra occupazioni e sgomberi. È un "abusivo", se così si può chiamare chi è costretto a combattere in prima persona per avere un tetto che le istituzioni non sono in grado di garantire. Si chiama diritto alla casa. E a Milano, come in molte altre città italiane, è sempre più una chimera. Adesso Ale ha finalmente trovato un posto sicuro dove vivere con suo padre e sua madre che hanno 60 anni. Si chiama Sms, Spazio di Mutuo Soccorso. Sono tre palazzine di quattro piani occupate lo scorso 24 aprile dal centro sociale Cantiere e dal comitato degli abitanti del quartiere di San Siro. Dopo due mesi qui ci vivono 20 nuclei familiari, un totale di una sessantina di persone, bambini e anziani compresi. Ma non si tratta solo di un luogo abitativo. A Sms hanno trovato casa anche molte altre iniziative: una università popolare, spazi espositivi, prossimamente anche una palestra popolare. È un altro modo di abitare la città e di renderla viva e attiva. Case da matti Milano negli ultimi decenni ha vissuto sul business del mattone. Dopo i fasti dell'epoca industriale i soldi hanno girato intorno alle speculazioni nelle aree dismesse grazie a enormi crediti delle banche, alla connivenza dei politici e a non poche ingerenze della malavita. Una colata infinita di cemento e di malaffare. Lo skyline della città è cambiato e si è riempito di gru e grattacieli avveniristici destinati a ospitare uffici e abitazioni di lusso, le uniche che ancora si riescono a vendere. Poi è arrivata la crisi, il mercato immobiliare è crollato. Alcune dei suoi protagonisti sono falliti - come Zunino o Ligresti - ed è caduto anche Roberto Formigoni. L'ultimo scossone che ha messo fino all'impero del governatore Celeste è stato l'arresto del suo assessore alla casa, Domenico Zambetti, accusato fra le altre cose di comprare i voti dalla 'ndrangheta. Mentre non si faceva altro che costruire la città si impoveriva e sempre più persone non riuscivano ad avere un tetto sopra la testa. 

A Milano ci sono 23 mila famiglie in lista d'attesa per avere una casa popolare, ogni anno ne vengono assegnate solo mille: 500 in virtù delle graduatorie, l'altra metà per rispondere ai casi di emergenza che sono in vertiginoso aumento. Nel 2012 sono stati effettuati 4.924 sfratti quasi tutti per morosità e le richieste di sfratto sono 19 mila. Eppure ci sono ben 5 mila case popolari vuote, riscaldate, ma chiuse da inferriate di ferro: duemila del comune e 200 dell'Aler, l'ente che gestisce l'edilizia popolare e che dipende dalla Regione. Gli appartamenti privati sfitti sono ben 80 mila. Senza contare l'enorme numero di spazi inutilizzati per uffici, ex caserme e ex fabbriche. Il centro sociale Macao dieci giorni fa ha deciso di andarli a segnalare: hanno scritto le cifre dei metri quadrati inutilizzati a caratteri cubitali sulle pareti degli edifici fantasma. Ecco solo qualche esempio: ex macello in via Lombroso, Torre Galfa, ex provveditorato in via Ripamonti 9.000. In totale 916 mila metri quadrati vuoti, per una superficie pari a quasi 85 campi da calcio. Spazio di mutuo soccorso Il cancelletto di Sms si apre con un pulsante elettronico, come in qualsiasi palazzo che si rispetti. «Abbiamo anche il telecomando del cancello grande». Si fa sul serio. C'è anche la madonnina storica che veglia su un ampio cortile alberato. C'è il bar, il palco, la domenica si fanno grigliate e il martedì il cineforum. Al primo piano del primo palazzo c'è l'area di mutuo soccorso, si chiama Crise , ed è un mercatino di scambio solidale per affrontare attivamente la crisi. Una serie di ampi locali appena imbiancati ospita oggetti di ogni tipo, vestiti, libri, attrezzi per la casa, lo spazio per i bambini con i laboratori, info point con i computer e la rete. Al primo piano è già funzionante l'università popolare. Nelle aule con tanto di parquet e lavagne si tengono lezioni di italiano per stranieri, di inglese, spagnolo e arabo, oltre a corsi di aggiornamento per gli insegnanti. Negli altri due piani vivono le famiglie. Così come nel palazzo accanto. Dove al pian terreno si sta allestendo una grande palestra popolare. I muri dell'intonaco dei palazzi sono ancora scrostati ma sono in parte ricoperti da grandi graffiti. Il terzo edificio non è ancora abitato, per il momento ospita una mostra artistica e fotografica sugli sfratti in Italia (ci sono anche le lettere dei vari prefetti conservate in teche di vetro). La storia di questi palazzi è tipica. Sono di proprietà di una grossa immobiliare che da vent'anni sfratta gli abitanti e lascia andare tutto in malora in attesa di far fruttare gli stabili in ben altro modo. Gli abitanti di San Siro Sotto gli edifici ci sono le "cantine sociali". Il vino non c'entra. Sono destinate a ospitare i mobili e gli oggetti di chi è stato buttato fuori casa e non sa dove tenerli. Ale sa di cosa parla. Tra uno sgombero e l'altro, ha dovuto vivere con i suoi genitori dentro una baracca costruita in un orto di periferia abbandonato. È lì che doveva tenere le sue cose, mobili compresi, in attesa di ritrovare un tetto. Ha fatto tanti lavoretti, in famiglia adesso lavora solo sua madre, fa le pulizie in un ospedale, ma i soldi per un affitto non ci sono. L'ultima volta è stato sgomberato con la forza dalla polizia in assetto antisommossa che ha caricato gli abitanti del quartieri in presidio, compresi i bambini e le donne incinta. A San Siro dal 2009 si è costituto un comitato di abitanti, "abusivi" e non. All'inizio si trovavano in piazza Selinunte per organizzare manifestazioni e picchetti anti-sgombero, Poi sono cresciuti, adesso hanno uno sportello per la casa dove offrono assistenza ma chiedono in cambio partecipazione. A Sms non ci sono solo ex occupanti per necessità, ma anche persone che hanno perso la casa, classe media, colpita dai pignoramenti sempre più frequenti. Il comitato mette tutti insieme e impedisce che si sviluppi una guerra tra poveri dove tutti sono sconfitti. Adesso fanno parte di "Abitare la crisi", la rete nazionale che chiede lo stop degli sfratti e degli sgomberi e che manifesterà il 19 ottobre a Roma con molte altre realtà. Spazio comune A Milano, in piena era Pisapia, gli sgomberi continuano. Sia degli occupanti di case che degli occupanti di spazi sociali. La pasdaran della legalità a tutti i costi in tema di case, l'ex segretaria Sunia Carmela Rozza, prima è stata capogruppo del Pd a Palazzo Marino e poi è stata promossa assessore ai lavori pubblici. Il vice sindaco Lucia De Cesaris pochi giorni fa ha bacchettato i ragazzi del Cantiere che avevano organizzato una sessione di writing per colorire una squallido cavalcavia proprio di fronte ai mega grattacieli appena costruiti in zona Garibaldi-Repubblica. Pisapia qualche mese fa si è fatto fotografare con tutina bianca e pennello mentre copriva i graffiti. Immagini simbolo che stanno compromettendo il rapporto tra la giunta e quel vasto movimento che l'ha portata alla vittoria. Nel giro di poche settimana è stato sgomberato il centro sociale Zam - con tanto di manganellate ai cittadini venuti a protestare davanti a palazzo Marino - e Remake, ovvero l'occupazione del cinema Maestoso, uno spazio immenso inutilizzato in zona corso Lodi. In quell'occasione i manifestanti sono riusciti a entrare a Palazzo Marino e hanno scambiato qualche battuta con la vice-sindaco che per lo meno ha accettato un breve confronto. Nulla di più. Il comune ha appena annunciato di voler destinare uno grande spazio da 1.550 metri quadri vicino alla strada dei vip, corso Como. Sarà destinato a creativi, spazi espositivi, show room, coworking e il bando per l'assegnazione è aperto fino al 30 settembre. Ma per risolvere la fame di spazi della città ci vuole ben altro. Intanto Palazzo Marino sta cercando di capitalizzare - ovvero liquidare - una quarantina di palazzi di sua proprietà per far fronte a un bilancio sempre più magro e spolpato dalle enormi somme destinate a Expo 2015. E Pisapia dovrà trovare il modo di convincere il nuovo governatore lombardo, Roberto Maroni a rifinanziare l'Aler che, dopo vent'anni di Formigoni, ha un buco di 80 milioni di euro. A Ferragosto i ragazzi del Cantiere e gli abitanti di Sms offrono un festa a base di tango proprio sotto le finestre di palazzo Marino sperando che il Comune li ascolti. Si tratta di una delle tante iniziative della kermesse itinerante "Occupy Estate" che coinvolge tutti gli spazi sociali e i movimenti milanesi e che si concluderà con un grande concerto ai primi di settembre.
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