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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

DAI MEDIA

mercoledì 14 agosto 2013

A pensar male si fa peccato, ma ...

Preoccupazioni per l’ambiguità della nota del Quirinale.  Articoli di Norma Rengeri, Massimo Villone e Andrea Fabozzi sugli aspetti immediatamente politici e su quelli giuridici che tralucono dalle posizione espresse dal Presidente della Repubblica.  Il manifesto, 14 agosto 2013, con una nostra postilla andreottiana, ancor più preoccupata


Un presidente clemente
di Norma Rangeri

Il governo non si tocca e la grazia chiedetemela, poi si vedrà. Lunga (per ribadire l'intoccabilità del governo, dell'alleanza e delle riforme inderogabili), dettagliata (per non sbandare lungo i tornanti della divisione dei poteri), e clemente (per esprimere la comprensione del dramma vissuto da Berlusconi). E, soprattutto, aperta alla possibilità di concedere la grazia.

La lunga nota con cui il Presidente della Repubblica ieri ha risposto alle richieste del centrodestra di offrire al suo capo un salvacondotto contro la sentenza della Cassazione, lascia chiaramente intravedere la possibilità di concedere una qualche forma di «agibilità politica», come recita il mantra arcoriano, all'evasore fiscale, trovando il consenso di Fabrizio Cicchitto che ne coglie gli «spazi significativi» lasciati aperti.

Naturalmente una domanda di grazia deve essere formulata (e gli avvocati per porgerla nel modo migliore al condannato non mancano). Ovviamente verrà presa in esame «senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato», perché «di qualsiasi sentenza definitiva» non può che «prendersi atto». E tuttavia bisognerà tener presente, aggiunge il Quirinale, qualora ne sussistano le condizioni, che esse «possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull'esecuzione della pena principale». Per esempio, ipotesi del terzo tipo, si potrebbe commutare la condanna in una pena pecuniaria. Per un evasore fiscale sarebbe una grazia al cubo, e per il nostro povero paese una beffa mondiale. Ma si tratterebbe del passaggio dalla fantapolitica alla fantascienza.

Il Capo dello Stato mostra attenzione per quello che chiama il «turbamento» del Pdl, tanto che il caso Berlusconi gli ricorda la cattiva sorte di altri capi di governo (come Bettino Craxi) condannati al carcere, con la conseguenza di decretare la fine ingloriosa di una fase politica archiviata nella contrarietà di quella parte del Pds che aveva in Napolitano la figura preminente. Per questo il Presidente spende parole di conforto «per il leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza». E cerca comunque di confortarne gli adepti ricordando come la normativa vigente escluda «che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere». Ma soprattutto risalta il notevolissimo distacco tra i toni compresivi verso la grande famiglia del Pdl colpita dalla legge, e le righe in cui dispensa sonore bacchettate agli stessi soggetti contro «ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere». Così placando anche le ansie del segretario del Pd: la conferma delle larghe intese rende meno difficile la navigazione congressuale e seppure il paese dovrà pagare lo scotto di una grazia per mettere sotto il tappeto la spazzatura, ok il prezzo è giusto. Seppure il Cavaliere non potrà candidarsi, c'è Marina. Che smentisce, confermandosi degna erede.

Il condannato è incandidabile Ma può ancora restare in campo
di Massimo Villone

La dichiarazione del presidente Napolitano ha forse inteso portare elementi di chiarezza nel confuso chiacchiericcio agostano sul destino politico di Silvio Berlusconi. Il presidente in specie apre - sembra questa una giusta lettura - alla possibilità di una grazia ai sensi dell'articolo 681 del codice di procedura penaleDue domande: può il presidente valutare la concessione della grazia a Berlusconi? È utile, per l'agibilità politica, che la conceda? A una sommaria valutazione, rispondiamo sì alla prima domanda, no alla seconda.

La grazia incide sulla pena irrogata al condannato. Può riguardare la pena principale e/o quella accessoria, con commutazioni e riduzioni. L'articolo 87 della Costituzione ne attribuisce il potere al capo dello Stato. La Corte costituzionale, con sentenza 200/2006, ha precisato la spettanza al presidente, chiarendo che al ministro della giustizia residua solo il potere di rendere note al capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento. L'articolo 681 del codice di procedura penale definisce il procedimento.

Ma serve tutto ciò per l'agibilità politica di Berlusconi? Si può argomentare di no. Secondo il decreto legislativo 235/2012, targato Monti-Severino e noto come «liste pulite», il condannato in via definitiva nei termini di cui all'articolo 1 (Berlusconi rientra nella fattispecie) è incandidabile, e non può comunque ricoprire la carica di deputato o senatore. Per l'articolo 6 chi è nella condizione di incandidabilità ex articolo 1 non può ricoprire cariche di governo (premier, ministro, sottosegretario, commissario).

Per tali norme, conta il fatto storico della intervenuta condanna, che non viene ovviamente cancellato dalla grazia. Questa è possibile proprio sul presupposto che condanna ci sia stata. E dalla condanna non viene una pena accessoria, ma una incompatibilità con cariche elettive («non può comunque ricoprire...»), e di governo. Incompatibilità che non sembra possa essere oggetto del provvedimento di grazia. Questo ha ad oggetto una pena irrogata.

Probabilmente, non è questa la via per recuperare l'«agibilità politica» di Berlusconi. Ma quale porta si è davvero chiusa per lui? Oggi, deve lasciare - per il decreto legislativo 235/2012 - la carica di senatore. Domani, non potrà essere candidato. Ma per Berlusconi la presenza in Parlamento è un profilo abbastanza marginale. Berlusconi ha comunque carte da giocare. Può, in base al Porcellum, essere - ancorché non candidato - capo di una forza politica nella competizione elettorale. È successo già con Monti e Scelta Civica nelle ultime elezioni. Può vedere il proprio nome nel simbolo elettorale o sui manifesti. Né gli possono essere preclusi comizi, manifestazioni, televisione, internet. Nel suo caso, gli arresti domiciliari sarebbero un fastidio, ma non un impedimento assoluto. Magari, un'ennesima occasione di presentarsi come vittima di persecuzioni ingiuste. Tutto questo vale anche per l'interdizione dai pubblici uffici, e non richiede alcuna grazia.

Forse, più della decadenza e della incandidabilità di per sé, sul futuro di Berlusconi può incidere la preclusione dell'accesso a cariche di governo, a partire da quella di premier. Dopo la condanna, per Berlusconi la preclusione è già vigente, e non aspetta alcun voto parlamentare. Oggi, non potrebbe essere nominato presidente del consiglio o ministro. Lo stesso dopo il prossimo turno elettorale, anche se indicato come capo della forza politica vincente. A mio avviso, la grazia non porterebbe alcun cambiamento.

Allora, ci stiamo giocando un paese per l'obiettivo impossibile che Berlusconi rimanga nell'orbita delle cariche di governo? A chi lo vogliamo raccontare? Perché tutto questo chiasso su una agibilità che in larga misura, e per la parte che più sembra contare, comunque rimane?

Forse serve alla conta interna al Pdl, oltre che a tenere sotto pressione il governo e gli alleati-avversari, per dettare l'agenda e massimizzare l'utile politico. E soprattutto serve ad affermare un principio: che il leader del centrodestra è un cittadino più eguale degli altri, per il solo fatto di essere leader. Per questo si ricatta il governo, e si spinge il capo dello Stato a soluzioni improprie, tali in specie perché traspare la lesione di un fondamentale profilo di eguaglianza.

Se proprio si vuole fare, la via maestra c'è. Una sentenza definitiva è intangibile. Ma niente impedisce di ritoccare la legge che ne trae questo o quell'effetto: in specie, il decreto legislativo 235. Soluzione semplice e lineare, che chiederebbe però una chiara assunzione di responsabilità politica da parte di chi volesse adottarla. Meglio che sia il capo dello Stato a risolvere il problema.

Fantapolitica? Può darsi. Ma intanto non sarà male vigilare su decreti e disegni di legge, emendamenti, pareri del governo, voti inconsapevoli o distratti. Come sanno i giuristi, una parola del legislatore può mandare al macero intere biblioteche giuridiche. Basta e avanza per la parva materia di una carica elettiva o di governo.


Potere umanitario piegato in politica
di Andrea Fabozzi

La stabilità innanzitutto. C'è più di una forzatura nella nota di mezza estate del presidente della Repubblica, e lo vedremo. Ma c'è anche subito, nelle prime righe, la spiegazione di cosa ha spinto Giorgio Napolitano a questo gesto anomalo, con il quale il Capo dello stato, che la Costituzione vuole politicamente irresponsabile, ha tenuto in sospeso in una lunga giornata prefestiva le sorti politiche del paese.

Il presidente della Repubblica ribadisce che le sentenze si applicano. Critica Berlusconi per le sue pressioni e le sue minacce. Ma finisce per accettarne la logica. Perché la sua stella polare resta salvare il governo e le larghe intese

«Fatale sarebbe una crisi di governo», scrive Napolitano, spiegando così la sua disponibilità a un gesto di clemenza verso Silvio Berlusconi. L'assunto del presidente è che «il ricadere del paese nell'instabilità e nell'incertezza ci impedirebbe di cogliere le possibilità di ripresa economica». Le esigenze della politica vengono prima di tutto, allora. E anche le «motivazioni», per così dire, stavolta precedono la sentenza che può arrivare dal Colle. E che fa ben sperare il Cavaliere.

Napolitano prende di petto il problema. Lo nomina: sono «i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi». Tiene fermo che «di qualsiasi sentenza definitiva e del conseguente obbligo di applicarla non si può che prendere atto». E non manca di criticare il Cavaliere per la sua «tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle camere». E per il modo «pressante e animoso» con cu il Pdl si è rivolto al Colle. Ma paradossalmente finisce per assecondare quel ricatto, motivando proprio con l'esigenza di non far saltare il governo - e nemmeno la maggioranza delle larghe intese dalla quale il presidente si aspetta ancora la nuova legge elettorale e persino le riforme istituzionali - la sua predisposizione al gesto di clemenza.

Gesto che potrebbe essere, si desume dalla nota, in linea con quello del dicembre scorso con il quale il presidente commutò la pena detentiva del direttore del Giornale Sallusti in pena pecuniaria. Con tutti i rischi di una scelta del genere in favore di un miliardario condannato proprio per aver frodato le casse pubbliche del fisco. In ogni caso la clemenza - grazia o commutazione della pena - inciderà solo «sull'esecuzione della pena principale», ricorda il Colle. È un'affermazione obbligata, non essendo la pena accessoria dell'interdizione ancora definitiva. Il risultato potrebbe essere ancora paradossale: Berlusconi recuperato dal Quirinale alle vita politica e poi fermato di nuovo dai giudici. Nel frattempo, comunque, il Quirinale ricorda che il leader del centrodestra non sarà in nessun caso rinchiuso in carcere, ma potrà scontare la pena in modo da non pregiudicare del tutto la sua leadership. Le pene alternative, cioè, «possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto».

Prima di ogni cosa, però, il Cavaliere dovrà fare il gesto di chiedere clemenza. Napolitano lo aveva già fatto sapere tramite i canali diplomatici col Pdl, in primis Gianni Letta. Ieri lo ha messo nero su bianco: «Nessuna domanda mi è stata indirizzata». Non si tratta di un passaggio formale, anche se è alla prassi che il capo dello stato fa riferimento sottolineando l'importanza della richiesta di grazia. No, Napolitano aspetta da Berlusconi una presa d'atto della condanna, se non una piena accettazione della sentenza della Cassazione che il Cavaliere fin qui ha attaccato e fatto attaccare a testa bassa.

Alla presa d'atto è legata la possibilità del passo indietro, cioè le dimissioni dal senato. Al Cavaliere chiede un «gesto di rispetto dei doveri da osservare in uno stato di diritto». Ma uguale disponibilità Napolitano chiede al Pd, proprio perché al problema di Berlusconi non dà un valore privato ma, per così dire, «nazionale». «Essenziale - raccomanda - è che si possa procedere in un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e delle esigenze complessive del paese». Al suo partito Napolitano chiede una «realistica presa d'atto di esigenze più che mature di distensione». Chiede un via libera.

E tutto questo il presidente della Repubblica se lo intesta rivendicando la sentenza del 2006 con la quale la Corte Costituzionale (presidente Annibale Marini) risolse il conflitto di attribuzione tra il presidente Ciampi e il ministro Castelli in merito alla grazia a Ovidio Bompressi. Il potere di grazia, da allora in poi, è considerato di esclusiva titolarità del capo dello stato. Una sentenza che non convinse tutti i costituzionalisti, perché venne così a costituire un potere «assoluto». Motiva però col fatto che il capo dello stato, proprio perché politicamente irresponsabile, è estraneo al «circuito dell'indirizzo politico governativo». Ecco perché utilizzare il potere di grazia non per ragioni umanitarie, ma proprio per tenere saldo quel circuito di potere, sarebbe l'ultimo e più clamoroso strappo alla regole. In favore di Berlusconi.

postilla
A noi viene in mente un’ipotesi: B. si piega e chiede la grazia. Non è eleggibile, ma mantiene il potere grazie allo stabilizzarsi delle “larghe intese”. Viene eletto un nuovo Parlamento con maggioranza di berluscones (di destra, centro e sinistra). Il nuovo parlamento cambia la legge Monti-Severino che rende oggi ineleggibile B. Hoplà, les jeux son fait, dal Quirinale scende Giorgio I e sale Silvio forever. Diceva Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. 
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