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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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lunedì 12 agosto 2013

«Navi-mostro stile Las Vegas: Venezia muore»

In un’intervista di Marco Filoni un'autorevole denuncia dell'economicismo miope, di cui i governanti sono succubi, che porta Venezia alla morte. Nessuno risponde alla domanda: come passare da un turismo che distrugge a uno sviluppo di attività che salva il nostro patrimonio? Il Fatto quotidiano online, 12 agosto 2013


La nave va. Purtroppo. A Venezia, in quella laguna fra le più belle al mondo, passano i mostri giganti, quei "templi del consumismo che somigliano più a uno dei colossali alberghi di Las Vegas che non a semplici navi", ci dice Salvatore Settis. Alla questione delle navi che solcano il canale fra la Giudecca e San Marco il noto storico dell'arte ha dedicato denunce amare. Su Repubblica, subito dopo la tragedia del Giglio, Settis aveva avvertito: attenzione che può succedere anche a Venezia. Fu subito apostrofato: "il solito catastrofista che non conosce i fatti". Come apostrofato con supponenza è stato Adriano Celentano che dalle pagine del Fatto ha lanciato il suo grido d'allarme che è quello di tutti. Ma c'è chi a Venezia, come il presidente dell'Autorità portuale ed ex sindaco Paolo Costa, dice che quello che è accaduto al Giglio non può succedere in Laguna.

Professore è vero?
Loro dicono che non può accadere per una ragione: prima che le navi arrivino a una distanza dalla riva per cui poi non possono più fermarsi e sfondare così la terra ferma, il fondale è talmente basso che la nave s'incaglierebbe quindi non può arrivare. Hanno fornito alcune cifre sui fondali del canale.

Quindi tutto risolto?
Non proprio. Gian Antonio Stella ha fatto un'inchiesta mirabile sul Corriere della Sera ha passato in rassegna i posti che loro indicavano con un capitano di marina e hanno scandagliato i fondali. Ecco: le misure erano completamente diverse. Non è vero perciò che le profondità sono quelle indicate dalle autorità veneziane, sono altre. Stiamo parlando di un reportage realizzato non dallo "scatenato" Fatto Quotidiano, ma dal compassato Corriere. Perciò non è vero che a Venezia non possa succedere quanto è avvenuto al Giglio: può succedere in qualsiasi momento, magari in altre forme ma può succedere. E l'ha dimostrato Stella.

Paolo Costa dice che se chiude l'attuale canale utilizzato dalle grandi navi deve scavarne un altro: per lui è scontato che i colossi debbano entrare in Laguna perché altrimenti sarebbe un danno economico per la città e per l'indotto. Credo che questo discorso sia il frutto di una visione che definire miope è già generoso. Costa pensa all'impatto economico della presenza di una mega-nave a Venezia nel momento in cui arriva e nei cinque giorni successivi. Ma l'impatto economico non si calcola soltanto nel breve periodo, ma anche nel lungo. Queste navi producono un gigantesco inquinamento visivo - sono colossi che sovrastano il Palazzo Ducale o tutte le altre architetture veneziane - e danneggiano l'immagine di Venezia, la biodiversità della Laguna. Una singola nave nel bacino di San Marco inquina come 14.000 automobili. Allora: queste cose hanno un valore economico o no? Qual è il calcolo che fa Costa del danno alla salute dei cittadini? Qual è il calcolo che fa Costa del danno all'etica pubblica, del danno alla bellezza della città? Bisognerebbe ricordarsi che non esiste soltanto l'economia: esiste la tutela dei beni culturali, è scritto nella Costituzione.

Sembra che il turismo e tutto il denaro che questo genera a Venezia debba avere la meglio su tutto: ma così la città non diventa un luna park?
È una storia antica: l'idea che Venezia possa diventare un parco di divertimenti - la metafora più ricorrente è che sia sempre più una Disneyland - è un'idea che ricorre da decenni. Ed è vero, purtroppo. Ma così Venezia rinuncia a essere città, anzi l'archetipo di tutte le città, per diventare una non-città. A chi pensa che questo processo sia giusto vorrei chiedere allora che differenza vede fra la Venezia reale, sul Mar Adriatico, e quella che è ricostruita, posticcia, a Las Vegas o in Cina.

E qual è? 
Una città privata della cittadinanza, ridotta a un parco divertimenti, cioè la negazione di una storia millenaria, negazione di quel legame stretto fra la bellezza artistica, i diritti della cittadinanza e l'uguaglianza dei cittadini - che è alla base della tradizione italiana della conservazione dei beni culturali. E le navi? La vicenda della navi è opposta all'uguaglianza. E uno stupro quotidiano in cui il veneziano che abita la città deve, alzando gli occhi, vedere in luogo delle gondole o dell'altra riva con i palazzi e le chiese, questo mostruoso, tremendo grattacielo galleggiante. Che testimonia che Venezia non esiste più.
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