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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 23 agosto 2013

La triste cronaca annunciata di un paesaggio lastricato

«Non dovremmo disperarci nel tentativo di salvare qualche pezzetto di paesaggio brutalizzato, ma dovremmo piuttosto preoccuparci della «rimozione collettiva» tanto dell'estetica, quanto dell'etica dall'orizzonte della nostra modernità che ci ha trasformato in vandali» L'ultimo libro di Francesco Vallerani. Il manifesto, 23 agosto 2013

Frane, smottamenti, alluvioni, perdita di fertilità. Il territorio urbanizzato è passato da 170 metri quadrati di suolo per abitante a 343. Un primato negativo
Cinquant'anni fa, accadevano casualmente dei fatti che rendono il 1963 un anno cruciale per la storia del rapporto tra esseri umani e ambiente nel nostro paese. Il 9 ottobre il monte Toc franava sull'invaso idroelettrico del Vajont provocando la morte di 1910 persone. Giusto un mese prima, Le mani sulla città di Francesco Rosi veniva premiato con il Leone d'oro alla Mostra del cinema di Venezia.

Nella primavera, la segreteria nazionale della Dc sconfessava e affossava definitivamente la proposta di riforma di nuova legge urbanistica dell'ex ministro Fiorentino Sullo che prevedeva la possibilità di esproprio delle aree edificabili, separando diritto di proprietà dal diritto di edificazione. Sempre quell'anno, per merito della casa editrice Feltrinelli, usciva in italiano Silent Spring di Rachel Carson, il libro capostipite dell'ambientalismo scientifico che raccontava gli effetti persistenti del Ddt sugli ecosistemi. Insomma, eventi apocalittici rivelatori e conflitti politici dirimenti aiutavano l'Italia a uscire dall'ubriacatura collettiva degli anni del miracolo economico postbellico e ci facevano prendere coscienza delle ingiustificabili follie devastatrici di un non-modello di sviluppo «estrattivista» - diremmo oggi - asservito agli interessi della rendita.

Tra speranze di cambiamento (il centro-sinistra) e successivi disastri (la frana di Agrigento e l'alluvione di Firenze e Venezia nel 1966, ad esempio), nulla cambierà fino ai nostri giorni. Anzi, gran parte della finanziarizzazione dell'economia iper-neo-liberista ha come unico «sottostante» il mattone e le grandi opere. Il nostro era e resterà «il paese della metastasi cementizia», dello sprawl urbano, della città diffusa, dell'«espansione per adduzione continua»... tanto da finire per essere governato dal più noto immobiliarista formatosi nella Milano da bere.

Francesco Vallerani (Italia desnuda. Percorsi di resistenza nel Paese del cemento, Unicopli, pp.191, euro 16,00) non lo dice, perché pensa che «i discorsi scientifici» abbiano scarsa efficacia nel convincere le persone a cambiare il mondo, ma in questa sede (per tenere i piedi per terra, non solo in senso materialistico filosofico!) è bene ricordare ancora una volta che dal 1956 al 2010 il territorio urbanizzato in Italia è passato da 170 metri quadrati di suolo per abitante a 343: raddoppiati. Il 6,9% del suolo nazionale consumato contro il 2,3% della media europea (stime dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Un vero primato negativo. I dati del Rapporto di Ambiente Italia sono ancora peggiori: abbiamo lastricato il 7,6% del suolo. In Lombardia il 15%, in Veneto l'11%. Le conseguenze le conosciamo bene: la maggior parte dei comuni è costretta a convivere con frane, inondazioni, smottamenti, erosione, perdita di fertilità e quant'altro.

La domanda che ci si deve porre è allora: come è stato possibile oltrepassare il punto di non ritorno del degrado ambientale in un paese in cui le valenze naturali, storiche, paesaggistiche e culturali non hanno pari al mondo? Com'è possibile che il più miope calcolo utilitaristico, l'egotismo proprietario sia riuscito a prevalere incontrastato su ogni altro motivo di interesse collettivo, non direttamente e immediatamente monetizzabile? E non possiamo dire che siano mancati «profetici allarmi» e le denunce civili di tanti straordinari osservatori e «viaggiatori».

Il capitolo centrale del volume di Vallerani ripercorre le avvincenti scritture di molti autori che costituiscono una sorta di «Accademia dei Sofferenti per il Paesaggio», «quasi un genere letterario» specifico: Guido Piovene, Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Lucio Mastronardi, Guido Ceronetti, Giorgio Bassani, Leonardo Borgese, Antonio Cederna, Andrea Zanzotto fino a Paolo Rumiz. Oltre a Calogero Muscarà, Eugenio Turri, Marcello Zunica ed altri geografi di professione, colleghi dell'autore. E poi gli urbanisti come Alberto Magnaghi, Edoardo Salzano, Vezio De Lucia. Intellettuali di punta come Salvatore Settis. Se non sono bastate le loro pagine a convincere l'opinione pubblica, ad alfabetizzare le classi dirigenti, a formare amministratori dignitosi... quale altra via seguire?

Il lavoro di Francesco Vallerani ci suggerisce di guardare al mondo in un modo diverso - almeno questo è l'effetto straordinario che la lettura del suo libro ha avuto in me. Non dovremmo tanto lamentarci e dolerci per la perdita di bellezza, funzionalità, salubrità dell'ambiente che ci circonda, quanto piuttosto dovremmo preoccuparci dell'impoverimento psichico e culturale che tutto questo provoca nel nostro stesso vivere, dell'ottundimento delle nostre capacità percettive del bello e del buono. Non dovremmo disperarci nel tentativo di salvare qualche pezzetto di paesaggio brutalizzato, ma dovremmo piuttosto preoccuparci della «rimozione collettiva» tanto dell'estetica, quanto dell'etica dall'orizzonte della nostra modernità che ci ha trasformato in vandali. Pretendere che vi siano «paesaggi perfetti, in una società piena di imperfezioni» porta solo le minoranze più avvedute a grandi frustrazioni, ad aumentare la «tristezza infinita di chi non vede vie d'uscita».

Il bravo geografo, allora, deve saperci aiutare a riconoscere e a prendere consapevolezza dei nessi che legano le persone ai luoghi. Non solo la bellezza - questo è il compito del paesaggista. Non solo la funzionalità biotica - questo è mestiere dell'ecologo e del naturalista. Non solo la razionalità - questo è l'urbanista. Serve un approccio «transdisciplinare», olistico, e serve, soprattutto, una sensibilità particolare per le condizioni esistenziali del vivere quotidiano degli uomini e delle donne che popolano i territori martoriati dalle ruspe e dalle betoniere.

Il «geografo umanista» è quello che riesce a creare un dialogo empatico tra la gente dei luoghi e i luoghi della gente. Per riuscirci dovrà sviluppare tecniche di «osservazione partecipata», dovrà inevitabilmente farsi «coinvolgere emotivamente» e, soprattutto, scegliere di essere di parte; quella di quanti vengono espropriati e sradicati dalla violenza delle trasformazioni urbane lineari, incrementali. Vengono in mente le metodologie messe a punto dagli urbanisti della Scuola territorialista per l'elaborazione dei Piani paesaggistici (previsi dalla Convenzione europea) o dei Contratti di fiume attraverso le «mappe di comunità» costruite con la partecipazione attiva degli abitanti. Vallerani, non a caso, fa parte di quella piccola schiera di «consulenti di parte» di quella miriade di «comitati emergenziali» locali, associazioni, movimenti che presidiano e si battono quotidianamente a difesa del territorio: i mille NoTav d'Italia. Per il suo precedente lavoro, Il grigio oltre le siepi, che documentava puntualmente le devastazioni in Veneto, è stato minacciato e costretto a difendersi nei tribunali dagli avvocati del «partito del cemento».

La sfida del geografo è quindi quella di superare l'indifferenza e la rassegnazione che troppo spesso rendono le popolazioni passive. Deve mostrare come «il paesaggio sfregiato produce disagio e angoscia», che i «traumi geografici» (non solo i dissesti idrogeologici e gli eventi calamitosi, ma anche la cancellazione di valenze storiche e paesaggistiche) si traducono in «disagi esistenziali e psicologici», in «inconsapevole disperazione».

Il moderno «labirinto oscuro delle geografie dell'angoscia» in cui siamo costretti a vivere malamente ricompensati dalla promessa di consumi più copiosi (più ore da passare in automobile, più centri commerciali, più cibo spazzatura e merci usa e getta), influenzano la quotidianità del vivere e generano «affettività negative», comportamenti compulsivi, competitivi e aggressivi. Più dolore. E, come in una spirale perversa, il dolore deprime, smarrisce le facoltà cognitive, conduce alla «dissoluzione fisica e affettiva dei rapporti della gente con le dinamiche ecosistemiche».



Se il paesaggio è indubbiamente un bene comune (come lo può essere lo spazio, l'etere e l'atmosfera, ma anche la storia e la memoria collettiva, il genius loci che anima i luoghi), allora è tempo di bandire le timidezze e di iscrivere anche il diritto alla bellezza per tutti, anche per i commoners, nell'agenda di chi, «senza false nostalgie per una arcadica eredità romantica», desidera cambiare per davvero il presente stato di cose. Vallerani ci dimostra che è possibile immaginare «altre geografie», «recuperare il senso di appartenenza ai luoghi», «avviare una ricucitura sentimentale con i territori della quotidianità».
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