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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 15 agosto 2013

La miccia egiziana


«Se l'Egitto, che è il più popolato paese del Mediterraneo con più di 90 milioni di abitanti, diventa una specie di nuova Siria sarà una piramide di sangue e salterà l'intera regione mediorientale. E con essa il mondo intero che ha interessi strategici nell'area. Le conseguenze saranno incalcolabili». Il manifesto, 15 agosto 2013

Le immagini e le notizie che arrivano dal Cairo, direttamente raccolte per il manifesto con rigore e coraggio dal nostro Giuseppe Acconcia, parlano di morte. In un massacro è sfociato alla fine, del resto così com'era cominciato, l'ultimo atto dei militari golpisti egiziani che il 3 luglio scorso hanno deposto il presidente democraticamente eletto Morsi. Perché un golpe è un golpe è un golpe. Anche se una parte del paese - quella filo-occidentale ma sostenuta dalla petromonarchia saudita - batte le mani "ribelli". Che altro se non un massacro ci si doveva aspettare? Quando si depone con la forza un presidente eletto, lo si arresta e lo si sbatte in galera con tutti i leader del suo movimento, quando si chiudono tutti i media a lui favorevoli, quando si spara ormai da più di un mese sui manifestanti che lo sostengono?

Il tutto ad opera di un esercito che è uno Stato nello Stato, che vive di privilegi ed è finanziato direttamente con un miliardo e 300 milioni di dollari ogni anno dagli Stati uniti. E che si è formato non sui libri di Franz Fanon e Che Guevara ma con gli istruttori statunitensi e sui manuali delle esercitazioni della Nato. All'alba di ieri le forze speciali egiziane coadiuvate da carri armati e bulldozer dell'esercito hanno attaccato i presidi di massa delle due piazze del Cairo occupate da decine di giorni dalla protesta pro-Morsi dei Fratelli musulmani, sparando direttamente sulla gente. Poi il coprifuoco e il proclama dello stato d'assedio. È stato un bagno di sangue. Su un elemento occorre riflettere: i militari coscientemente non hanno voluto aspettare i tempi della mediazione proposta all'ultimo momento da Ahmed Tayeb, la principale autorità religiosa sunnita dell'Egitto e guida della storica moschea di Al Azhar, che infatti ha condannato l'attacco. Dal quale prendono le distanze il presidente Mansour e il vice presidente El Baradei - che si sarebbe dimesso per protesta - pure insediati dai militari. Come gli Stati uniti che, sempre più al seguito degli interessi dell'Arabia saudita, ormai vedono l'Egitto sfuggirgli di mano, dopo avere sostenuto Mubarak, poi Morsi, poi i militari golpisti, poi... 

Ma ora Barack Obama che figura farebbe ad approvare la macelleria che va in onda al Cairo? Siamo alla conta dei morti civili, donne, vecchi, bambini. Ridicolo e tragico il fatto che fino all'ultimo il governo del prestanome Beblawi e il ministero degli interni e quello della difesa in mano ai militari abbiano insistito a ridimensionare il numero delle vittime a poche decine, mentre i giornalisti internazionali già contavano centinaia di cadaveri in piazza. Se davvero l'obiettivo dei Fratelli musulmani era il martirio, esso è stato pienamente realizzato dai generali golpisti comandati dall'uomo forte Al Sisi. Se ora per reazione la Fratellanza risponderà con la violenza e con le armi a questa strage, come sta accadendo purtroppo in ogni città egiziana - dove è anche a repentaglio la minoranza dei cristiani copti schierati con i militari - vuol dire che l'esercito golpista ha scelto di mettere in conto la discesa nel baratro. Cioè la possibilità di una guerra civile contro l'islamismo politico fin qui moderato. 

È una sfida contro la ragione. Perché se l'Egitto, che è il più popolato paese del Mediterraneo con più di 90 milioni di abitanti, diventa una specie di nuova Siria sarà una piramide di sangue e salterà l'intera regione mediorientale. E con essa il mondo intero che ha interessi strategici nell'area. Le conseguenze saranno incalcolabili. Non reggerà più non solo l'ennesimo teatrino dei "colloqui di pace" tra israeliani e palestinesi messi in scena dagli Stati uniti. È in forse la stessa esistenza d'Israele, sempre più integralista e sempre più coinvolta in un conflitto inter-islamico che ormai gli è ai confini e in parte l'attraversa, e che comunque vede lo Stato ebraico come corpo estraneo e nemico giurato. Le Nazioni unite, ma anche l'Italia e la Francia, rimaste fin qui alla finestra, chiedono agli egiziani di fermare il bagno di sangue. Ma che possono Paesi che hanno smaccati interessi energetici e che hanno consumato la loro credibilità diplomatica nella guerra in Libia prima e nel disastro in Siria poi?
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