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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Gli incendi nella foresta amazzonica, baluardo vitale della biodiversità, contro i cambiamenti climatici e per la sopravvivenza di 30 milioni di persone, quest'anno sono aumentati dell'83% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Bolsonaro ha ripetutamente affermato che il suo paese dovrebbe aprire l'Amazzonia agli interessi commerciali, per consentire alle aziende minerarie, agricole di sfruttare le sue risorse naturali. La distruzione della parte brasiliana della foresta è notevolmente incrementata sotto il nuovo presidente. Nei primi 11 mesi, la deforestazione aveva già raggiunto i 4.565 km quadrati, con un aumento del 15% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. (i.b.)

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lunedì 12 agosto 2013

In città meno polveri e più verde

I dati ambientali dell'Istat sulle nostre aree urbane sono vagamente confortanti, anche se forse al solito è tutta colpa – o merito - della crisi economica e dei consumi. Il Sole 24 Ore, 12 agosto 2013 (f.b.)

Migliora – seppure in alcuni casi di uno "zero virgola" – il profilo ambientale delle città italiane. L'indice di motorizzazione nel 2012 è sceso, le vetture meno inquinanti hanno superato le "classi euro" più antiquate, è calato il numero di città colpevoli di sforare i limiti per il Pm10, sono aumentati gli interventi per misurare l'inquinamento acustico così come è cresciuta la disponibilità pro capite di verde urbano.

Certo, i segnali di progresso sono ancora timidi, la situazione resta preoccupante in alcune aree del territorio, si notano significativi divari territoriali e appare sempre difficile reggere il confronto con l'Europa. Nondimeno nel quadro dipinto dall'ultimo report dell'Istat sui «Dati ambientali nelle città» – riferito ai 110 comuni capoluogo e focalizzato sui temi del trasporto e del verde nel contesto urbano – qualche spiraglio di luce si intravede.

Partiamo dalle auto: il tasso di motorizzazione nel 2012 segnala una contrazione dello 0,7% rispetto all'anno precedente, attestandosi a quota 609 autovetture ogni mille abitanti (con Aosta, Trento e Bolzano al top, ma per ragioni fiscali, e Venezia, Genova e La Spezia sotto quota 500). Inoltre guadagna spazio il fronte più "ecosostenibile": le auto a benzina – benché siano ancora oltre la metà del totale in tutte le macro-aree geografiche – arretrano dell'1,2%, a vantaggio di quelle a gasolio oppure bifuel (gpl e metano) e per la prima volta le "euro 4" o superiori sorpassano quelle fino alla classe 3 (tasso di motorizzaazione 305,3 contro 303,9).

Fin qui il bicchiere mezzo pieno. Mezzo pieno perché viene il dubbio che questi miglioramenti in parte rappresentino il "risvolto" positivo della crisi che perdura da anni. Il graduale esaurimento delle classi euro più obsolete è nell'ordine delle cose: non si producono più e ci sono vincoli alla loro circolazione in alcuni centri urbani, mentre la diffusione dei carburanti a minore impatto deriva sia da una tecnologia più rispettosa dell'ambiente, sia da un insieme di motivazioni economiche e di incentivi fiscali. Insomma, meno reddito disponibile uguale meno acquisti di auto con conseguente minore congestione urbana.

La pressione del traffico nelle città italiane resta però elevata, visto che – in base alle rilevazioni dell'ultimo Osservatorio Autopromotec – il nostro Paese è al top in Europa per densità automobilistica: con 61 vetture ogni cento abitanti, è superata soltanto da Lussemburgo e Islanda (indice 66 e 64), contro una media Ue pari a 51, un indice pari a 48 in Francia e Spagna, a 52 in Germana e a 50 nel Regno Unito.

Tra le cause dell'elevato ricorso al trasporto privato può esserci un'offerta di trasporto pubblico non adeguatamente sviluppata. E anche su questo versante si leggono i segni della crisi, visto che – dice ancora l'Istat – la domanda è in calo del 7,4% rispetto al 2011 (a 209 viaggi per abitante, neanche uno spostamento al giorno su bus, tram o metro): del resto meno occupazione uguale anche meno necessità di mezzi pubblici per raggiungere il posto di lavoro. Un trend confermato dall'analisi del dato relativo alle principali realtà urbane (quelle con oltre 200mila abitanti o centro di area metropolitana): è vero che qui la domanda è anche cinque volte maggiore rispetto a quella dei capoluoghi più piccoli, ma il calo è ancora più netto (-8,11%, con punte a Roma, Napoli e Catania che superano il 13%).

«Il calo del traffico si riflette anche su un leggero ridimensionamento dell'allarme per la qualità dell'aria: rispetto al 2011 è sceso infatti da 59 a 52 il numero dei capoluoghi dove il valore limite fissato per il Pm10 a protezione della salute è stato superato per oltre 35 giorni all'anno. Una volta tanto sono il Centro e il Sud a battere il Nord – osserva Domenico Adamo, uno dei curatori del report dell'Istat –. Tra le realtà settentrionali (dove peraltro la situazione è più grave già in partenza, considerate la sfavorevole posizione meteo, la maggiore concentrazione di popolazione, di fonti inquinanti e anche di attività produttive) solo un comune su cinque è riuscito a contenere gli "sforamenti" sotto i 35 giorni». Nella top ten negativa si notano quasi esclusivamente comuni piemontesi e lombardi (con Alessandria a 123 giorni, Torino a 118, Milano a 107) e due sole presenze del Centro e del Sud (Frosinone e Siracusa).

Se i progressi sul fronte del traffico e dell'aria possono in parte essere conseguenza delle minori occasioni di spostamento, di consumo e di occupazione derivanti dalla crisi, ci sono però altri due fronti monitorati dall'Istat che migliorano indipendentemente dalla congiuntura: rumore e verde urbano. Ebbene, quanto al primo, si sono intensificati gli interventi per misurare il rumore e due comuni su tre hanno approvato la zonizzazione acustica del territorio; quanto al secondo, l'area dedicata a parchi, giardini, ville, orti e aree sportive è cresciuta dell'1%, il 15% della superficie urbana risulta inclusa nelle "aree naturali protette" e ogni abitante ha in media a disposizione circa 31 metri quadrati di verde urbano, +0,5% rispetto al 2011. Ma – picchi a parte – lo spazio riservato in città ad alberi e simili resta comunque sempre poco: in media, meno del 3% del territorio complessivo dei capoluoghi di provincia.


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