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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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domenica 11 agosto 2013

Città sottotitolata. Guidare senza guardare

Ci vorrebbe almeno un redivivo Kevin Lynch, per contrastare questa cancellazione di fatto della geografia dai nostri cervelli, oltre che dai programmi scolastici. La Repubblica, 11 agosto 2013 (f.b.)

Ventisei virgola tre chilometri, ovvero trenta minuti. Che nelle «attuali condizioni del traffico», secondo le geometriche previsioni dell’algoritmo, diventano trentasei. Da A a B in ventitré mosse. Partenza dal centro di Roma, destinazione una no man’s land dalle parti di Ponte Galeria, nota per un contestato centro per immigrati e anonimi capannoni industriali come quello che cerco. Mi avvertono che la segnaletica scarseggia. E i passanti sono una rarità in certi tratti dove l’asfalto è conquista recente. Ma né l’una né l’altra circostanza mi spaventano, pur avendo il senso dell’orientamento di un pipistrello sordo. Perché il dio delle mappe mi assiste e mi suggerisce benevolo dagli auricolari. Strada dopo strada, bivio su bivio, inesorabilmente. La città sottotitolata si dipana sotto le ruote della mia Vespa. Per una volta guidatore onnisciente taglio il traguardo in mezz’ora netta. Senza l’aiutino, a forza di domande, errori e ripartenze, ci avrei messo un bel po’ di più.

Dopo l’iniziale euforia, però, la domanda è: ho guadagnato almeno quindici minuti di vita o invece perso un altro pezzo di umanità? Brevissima premessa tecnologica. Il Global Position System (Gps) era notizia negli anni ’90, quando ne venne autorizzato l’uso civile. Sul fronte mappe, nel 2005 esordisce Google Maps, ma alla sua versione per cellulare spunta la voce solo a dicembre scorso. Chiunque ha uno smartphone, senza dover spendere per costose app, si ritrova in tasca un sistema satellitare sofisticato. Anche chi va in motorino ora ne può provare l’ebbrezza. Le mappe di Apple danno da mesi indicazioni vocali. E a giugno Waze, che dagli utenti riceve informazioni sul traffico, viene comprato da Google per oltre un miliardo di dollari. Quella dei servizi di localizzazione è ormai una partita economica gigantesca. E finalmente ci si interroga anche sulle sue implicazioni cognitive.

Perché muoversi sotto dettatura della macchina cambia in maniera radicale il rapporto con lo spazio che si attraversa. La psicologa tedesca Julia Frankenstein ha dato l’allarme in un editoriale sulNew York Times: «Più facciamo affidamento sulle tecnologie per trovare la strada, meno costruiamo quelle mappe cognitive che prima ci guidavano nello spazio». Il cervello è come unmuscolo, se non lo usi si rattrappisce. Eleanor Maguire, neuroscienziata all’University College di Londra, ha dimostrato che i tassisti britannici hanno particolarmente sviluppata la materia grigia dell’ippocampo, che immagazzina i ricordi spaziali. Se delegheranno in massa il tragitto al Tom Tom potrebbero perdere quell’attributo, come l’homo sapiens ha perso i peli o i denti aguzzi. Evolutivamente parlando, non ne avrebbero più bisogno.

Finché dura la batteria, il viaggio col navigatore inserito è altamente deresponsabilizzante. Lo dice benissimo Ari Schulman sulla rivista tecnoculturale The New Atlantis: «L’utente del Gps prima controlla sull’apparecchio per scoprire dov’è e solo in un secondo momento guarda davanti a sé per capire a cosa assomigli quel dove». È un paradosso che cominciamo a conoscere in tanti. Denunciato, tra gli altri, nel libroThe Natural Navigatordi Tristan Gooley che sostiene l’importanza di tornare in contatto con la segnaletica offerta dalla natura per muoversi nel mondo. E che il tecnoscettico di Stanford Evgeny Morozov ha rilanciato con veemenza: «C’è una differenza fondamentale tra trovare una direzione e desumerla da un ambiente». Il navigatore è insuperabile nel massimizzare il primo risultato e totalmente inetto riguardo al secondo. Perché, aggiunge Schulman, «il viaggio si eclissa, i luoghi diventano puri spazi attraversati. La consapevolezza della location e la realtà aumentata, uniti alla navigazione satellitare, ci conducono al traguardo con il minimo sforzo e con la minore attenzione possibile ai luoghi noiosi che incrociamo. Possiamo arrivare dove stiamo andando, e vedere ciò che vogliamo vedere, senza neppure dover guardare».

Una frase memorabile di George Orwell, che di scenari distopici se ne intendeva, avverte: «Vedere ciò che sta di fronte al proprio naso richiede uno sforzo costante». È vero sempre, da sempre. Se per di più sai che una specie di drone virtuale veglia su di te, sussurrandoti nelle orecchie (nel traffico il volume delle indicazioni è decisamente troppo basso: lo fanno per evitare incidenti, suppongo), guidi più con l’udito che con la vista. Scott Adams, il geniale creatore della striscia Dilbert, parla di exobrain, cervello esterno, per definire gli apparecchi elettronici a cui affidiamo sempre più funzioni di memoria o di aiuto alla scelta («Tecnicamente siamo già dei cyborg»). C’è da capire se dare in outsourcing alle macchine pezzi sempre più ingenti delle azioni che definiscono la nostra identità sia un progresso o un regresso.

Oppure un apparente vantaggio (come l’originaria delocalizzazione in Cina) che poi si rivela un boomerang (sui salari nazionali). Non c’è risposta semplice. Quando lascio casa e la voce sintetica recita, una per una, anche strade minori percorse migliaia di volte però ignorandone il nome, il beneficio mi sembra evidente. Stessa cosa mentre sfreccio senza esitazioni lungo strade mai viste, con cartelli mancanti o inintelligibili, e calcolo con buon anticipo come comportarmi sulla rotatoria (la voce, pedissequa, dice «prendere la 1a uscita» invece di «prima»). Non ho fatto cilecca una volta. Però tanto tempo fa, quando mi fermavo a chiedere ogni cinquecento metri, conobbi anche una ragazza gentile che si offrì di accompagnarmi per un pezzo. L’algoritmo lo detesta, ma nella vita il fattore serendipity continua ad avere un suo perché.


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