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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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giovedì 25 luglio 2013

Terra e libertà.

Gli articoli d'apertura  di Angelo Mastrandrea e Alessandro Portelli al secondo numero dell'inserto "L'Italia che va"curato da Piero Bevilacqua per il manifesto, 25 luglio 2013. Nell'inserto  del giornale altri articoli  di Giuseppe De Marzo, Giuseppe Trimarchi, Eleonora Martini, Luca Fazio


IL MADE IN ITALY E UNA LOTTA ANNI '50
di Alessandro Mastrandrea


Il «quadrilatero del gusto» nella capitale, il Quarto Stato con le buste della spesa a Eataly, gli orti urbani attorno ai casali occupati nell'agro romano, il recupero delle vecchie cascine lombarde, i «nuovi contadini» e il boom del biologico. La vera alternativa italiana si chiama «food economy»

Il Campo Boario era l'antico mercato di Roma in cui venivano commerciati i prodotti che sbarcavano al vicino Porto Fluviale. Poi - nella seconda metà dell'800 - fu trasformato in Mattatoio. Oggi, analogamente a quanto avvenuto al Meatpacking district di Manhattan o alla Villette di Parigi, è stato riconvertito alla cultura e alla gastronomia e ospita un museo di arte contemporanea, un pezzo della Facoltà di Architettura, un centro sociale occupato da trent'anni - lo storico Villaggio Globale - sul cui pennone sventola come uno straccio pasoliniano una bandiera rossa usurata dal tempo, i "cavallari" che trasportano i turisti per le vie del centro, un centro culturale kurdo. Fino a pochi mesi fa un farmer market , ora trasferito nel vicino quartiere della Garbatella, contendeva i clienti gastronomicamente corretti alla Città dell'Altra Economia, un ambizioso progetto figlio del connubio tra l'amministrazione veltroniana e i movimenti altermondialisti che intendeva raccogliere, in un unico spazio pubblico, i sostenitori di un altro modo di produrre, eticamente ed ecologicamente sostenibile. Dopo la traversata nel deserto dell'epoca Alemanno e non pochi dissidi interni, la Città è ripartita da qualche mese con una nuova gestione, alcune defezioni e nuovi ingressi. Oggi ospita una ciclofficina, un negozio di articoli riciclati, una sartoria che utilizza gli scarti di lavorazione, un'erboristeria, alcune cooperative di fattorie sociali, un bar, un ristorante, un mercato settimanale di cibo biologico e un supermercato rigorosamente bio e con prodotti del commercio equo e solidale. Giusto di fronte all'ex Mattatoio, in corrispondenza del museo Macro, ha da poco aperto i battenti il nuovo mercato di Testaccio. La struttura è nuovissima, aperta su quattro lati e polifunzionale: nelle sue sale si è svolto, lo scorso anno, il Salone dell'editoria sociale. Somiglia più a un mercato del nord Europa - o semmai alla mitica Boqueria di Barcellona - che a uno dei tanti agglomerati di bancarelle rionali. A pochi passi, al di là del Tevere, una ex fabbrica ristrutturata ospita la sede del Gambero Rosso, l'università del cucinare e mangiare bene. Ascensori e scale mobili portano alle sale in cui si tengono i corsi per aspiranti cuochi e alla tv satellitare. Il ristorante è all'ultimo piano. All'ingresso, una rivista celebra il primo numero della rivista da cui è nato tutto. Titolo: «Sua eccellenza Italia». Data: 16 dicembre 1986. In prima pagina un articolo di Carlo Petrini, futuro fondatore di Slow Food, e il richiamo a un reportage di Loris Campetti «a pranzo nella mensa di Mirafiori». La grafica appare familiare: è quella del manifesto , di cui il primo Gambero Rosso era una costola. O meglio, un inserto, editorialmente parlando. Sulla rive gauche del Tevere, nell'Air terminal costruito per i Mondiali di calcio del '90 e rimasto abbandonato per vent'anni, Eataly, il tempio dello slow food , ha festeggiato da poco il cinquemilionesimo visitatore in appena un anno. Dal balcone dell'ultimo piano giganteggia un'immagine del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, in marcia con le buste della spesa. Il fondatore di Eataly, Oscar Farinetti, ha vinto la scommessa di rendere di massa una cultura gastronomica finora ritenuta di nicchia.

La Città dell'Altra Economia, il Gambero Rosso, Eataly, i mercatini a chilometro zero di Testaccio compongono un vero e proprio quadrilatero del made in Italy gastronomico che pare non avvertire la crisi. A osservare da qui, si capisce perché, nell'Italia della Grande Recessione, l'unico settore in controtendenza è quello legato al cibo: le assunzioni in agricoltura - certifica l'Istat - sono cresciute del 3,8 per cento rispetto allo scorso anno, e mentre il Pil italiano sprofondava, la food economy andava in controtendenza, facendo registrare un balzo dell'1,1 per cento. «Sono dati che, sommati all'andamento in crescita sia dell'occupazione sia delle nuove aziende agricole iscritte negli elenchi delle Camere di commercio, dimostrano la vitalità di un settore che continua a muoversi con una tendenza anticiclica rispetto al resto dell'economia», commenta Gino Rotella, segretario nazionale della FlaiCgil. In particolare, a trainare il boom della food economy sono le produzioni biologiche, che fanno segnare un +10 per cento e inondano i mercati e i negozi di mezza Europa, specie al Nord, dove i prodotti bio hanno una diffusione non più di nicchia. Vale la pena chiedersi le ragioni di questo boom e se si può parlare di ritorno alla terra in un Paese come l'Italia che, all'indomani dell'Unità, viveva al 90 per cento di agricoltura e che dal dopoguerra ha trasformato radicalmente il suo modello produttivo. «Certo, c'è il calo dei consumi, magari si spende un po' meno. Ma chi acquista il biologico ha fatto una scelta di vita e cerca di mantenerla», mi spiega il nuovo presidente della Città dell'Altra Economia Enrico Erba. Dietro la decisione di acquistare il biologico c'è l'adesione a un diverso modello di consumo, «per questo, nonostante la crisi, le persone cercano di mantenerla», conferma il presidente dell'Aiab Lazio Adolfo Renzi. L'Associazione italiana del biologico (Aiab) può contare su circa seimila soci tra consumatori, produttori e agricoltori. Renzi proviene da una famiglia di contadini del viterbese, è agricoltore a sua volta e conosce bene le durezze e le difficoltà di un mestiere per sua natura stagionale e legato alle oscillazioni meteorologiche. Sa bene che, dell'ondata di "nuovi contadini" - giovani in cerca di lavoro o che ritornano alla terra per scelta di vita - una buona parte si perderà per strada. «Da contadino, comprendo quanto sia forte l'immaginario bucolico. Però so che si tratta di un lavoro precario e pesante». Su un milione e centomila addetti al settore agricolo in Italia, circa un milione sono stagionali. E manca un luogo in cui si incrocino la domanda e l'offerta di lavoro: non esiste un ufficio di collocamento e l'unica via d'accesso è quella informale, spesso attraverso la mediazione dei caporali, che «hanno inventato il lavoro interinale prima dei nostri governi», ironizza Davide Fiatti della Flai Cgil. In ogni modo, il sindacato di Corso d'Italia stima che solo a Roma, la terza città agricola d'Europa nonostante gli scempi edilizi, l'agricoltura potrebbe dare lavoro a 35 mila persone. Una cifra che, per la Confederazione italiana agricoltura (Cia), aumenterebbe a 150 mila in tutta Italia. Secondo la Coldiretti, il 42 per cento dei giovani, se avesse accesso alla terra, sarebbe disposto a darsi all'agricoltura.

I «nuovi contadini»

Desertificato, urbanizzato, scempiato, industrializzato e ricoperto di capannoni, il territorio italiano non si presenta più come lo videro i bombardieri della Raf che lo sorvolarono nel '43. Quel che rimane è in mani pubbliche, abbandonato e improduttivo, o è accaparrato da privati, per mire essenzialmente edilizie. Nella capitale, le "compensazioni" previste dal piano regolatore ne fanno merce preziosa nelle mani dei costruttori, nonostante la crisi economica abbia lasciato sul groppone dei palazzinari qualche decina di nuovi quartieri rimasti semideserti: l'equivalente di una città di 350 mila abitanti, come hanno stimato gli urbanisti Rossella Marchini e Antonello Sotgia. E i giovani che vorrebbero inventarsi un'attività agricola? Molti si organizzano in cooperative e provano a occupare le terre, come nel dopoguerra dei braccianti calabresi di Melissa e di quelli siciliani guidati da Placido Rizzotto. Il difetto, come al solito, sta nel manico: il settore delle costruzioni ha trainato il boom economico degli anni '60, l'Italia è diventata un paese di proprietari di case - l'80 per cento ne possiede almeno una - ed è sempre arrivata, prima o poi, una modifica dei piani regolatori a consentire di edificare o un condono a sistemare gli abusi. Sulla base di queste premesse, chi può pensare a un uso della terra diverso? In Francia il problema è stato affrontato dando in comodato d'uso gratuito per due anni le terre incolte nelle mani dello Stato, e altrettanto si potrebbe fare in Italia. Poi bisognerebbe garantire l'accesso al credito: il 65 per cento dei giovani - stando a un sondaggio Swg/Coldiretti - lamenta difficoltà a ottenere prestiti dalle banche, mentre il 67 per cento ritiene necessari strumenti di finanziamento agevolato.

Occhio al prezzo
Luoghi come la Città dell'Altra Economia o Eataly rappresentano un punto di sbocco importante per le produzioni biologiche. I prezzi non sono più proibitivi come un tempo, ma rimangono più alti anche del 20/30% rispetto a un normale supermercato. «Il raffronto va fatto a parità di qualità, perché il biologico può essere anche scadente», dice Massimo Monti, amministratore delegato di Alce Nero, uno dei primi marchi bio italiani, «ma il prezzo conta fino a un certo punto. Alla base c'è una questione di cultura alimentare: chi cerca il biologico è attento a ciò che mangia». Cattedrali del gusto come quelle messe in piedi da Eataly, ancor più che la diffusione di supermercati biologici, hanno ormai sdoganato i prodotti bio, d'origine protetta o con il marchio di slow food a consumo di massa, alla stessa maniera dei Whole Foods statunitensi. La filosofia della Città dell'Altra Economia rimane invece un'altra, più legata all'ecosostenibilità e finalizzata ad avvicinare produttori e consumatori, nonché a creare stili di viti alternativi. Aspetti, quest'ultimi, che esulano dai tradizionali mercati rionali. «Quello dei mercatini di quartiere è un modello sbagliato e ormai obsoleto», è l'opinione di Renzi, perché lì «c'è ormai solo la dimensione del consumo e ci trovi le stesse cose che compreresti nei supermercati». Per capire fino a che punto possa spingersi l'alleanza tra produttori e consumatori, arrivando ad assumere una dimensione pre-politica, è necessario però spostarsi qualche centinaio di chilometri più a nord.

L'Expo in cascina

Gabriele Corti si definisce un «hippie evoluto». È un figlio del post-68 milanese e racconta come la cultura ecolibertaria degli anni '70 abbia generato, sul finire degli anni '70, «un bel movimento di idee». La facoltà di Agraria di Milano, dove lui era iscritto, era legata a doppio filo all'agricoltura industrializzata, ma al suo interno si era creata una nicchia "alternativa" di grande effervescenza. «C'era non solo la voglia di tornare all'agricoltura come lavoro, bensì come comunità di vita», racconta. Il testo di riferimento era Piccolo è bello di Ernst Friedrich Schumacher. Non siamo molto lontani dalla molla etica che motiva i "nuovi contadini" del 2013. Corti ha ristrutturato una bella cascina nel Parco del Ticino - il più grande parco agricolo d'Europa - dove ha messo in pratica quel che teorizzava. Oggi la cascina Caremma ha un livello di autosufficienza doppio rispetto a quanto prevede la legge, coltiva riso e produce un vino che qui non si faceva da due secoli e la prima birra a chilometro zero della Lombardia. La sua, dice, è una «agricoltura periurbana, di frontiera». Basta fare un paio di chilometri, infatti, ed è tutta una teoria di paesini e cittadine che senza soluzione di continuità si congiungono con la metropoli. I tempi della via Gluk di Adriano Celentano sono passati da un pezzo e oggi molte cascine che punteggiavano la campagna sono inglobate nella città. L'Expo del 2015 sarà dedicato all'alimentazione e qualche spicciolo è destinato alla ristrutturazione delle abitazioni contadine ormai urbanizzate. In una di queste, la Cascina Cuccagna, alla fine di maggio l'ambientalista indiana Vandana Shiva ha firmato la Carta dei diritti della terra coltivata. Poi, davanti agli studenti della Bicocca, ha fornito la sua ricetta anti-recessione: «Per uscire dalla crisi e per dare un nuovo futuro alle giovani generazioni è necessario un cambiamento di paradigma: dobbiamo abbandonare l'austerità per tornare alla semplicità. L'allontanamento dalla Terra è ciò che causa la crisi, solo il ritorno alla terra madre, organismo vivente che interconnette tutti noi, può quindi accordarsi con un modello di sviluppo alternativo, al cui centro si trova il benessere dell'umanità e dal quale nascono prodotti di qualità e nuovi posti di lavoro. Insomma, il futuro della Terra è la terra stessa».

I neoterritorialisti

Si intitolava "Ritorno alla terra" anche l'annuale raduno della Società dei territorialisti, un rassemblement di architetti, architetti, ingegneri, docenti universitari, attivisti neoruralisti. Un po' seguaci del filosofo della "decrescita felice" Serge Latouche, un altro po' teorici dell'alleanza tra produttori e consumatori, tutti proiettati verso un modello di sviluppo eco-compatibile, i territorialisti si definiscono «entomologi del territorio», visto che ne conoscono ogni anfratto. Politicamente e culturalmente, si pongono agli antipodi della globalizzazione spersonalizzante e della «modernità liquida» baumaniana. Il luogo del raduno era la Cascina Caremma dell'ex hippie Corti. Tra i partecipanti, vecchi e nuovi contadini, professori e ricercatori universitari. Diversi tra i partecipanti appartenevano a Gruppi di acquisto solidale (Gas), che da queste parti sono più strutturati che altrove. Silvia Salvi, dell'osservatorio Cores di Bergamo, ha condotto una ricerca sul fenomeno dei Gas in Lombardia: «Ne fanno parte soprattutto famiglie con alto titolo di studio e impiegati. Molti hanno alle spalle esperienze di partecipazione attiva. Entrano nei Gas per la qualità dei prodotti e per sostenere i produttori, hanno un'organizzazione orizzontale, si distribuiscono compiti e ruoli e cercano di ripensare la logistica della distribuzione». L'evoluzione di questo percorso si chiama Des, un acronimo che sta per Distretti di economia solidale. Mettono insieme Gruppi di acquisto, produttori biologici e alcune amministrazioni comunali sensibili al tema, promuovendo uno stile di vita sostenibile. «I Des danno consistenza fisica allo spazio pubblico che esiste tra Stato e mercato», spiega Giuseppe de Santis, della rete Gas della Brianza. Una "terza via" che «crea i presupposti per un nuovo modello di società e cura del territorio, poiché insegna a diventare cooperativi in una società competitiva e liberista». In questo modo, si accorcia drasticamente la filiera produttiva e si sperimenta un modello mutualistico, la distanza tra produttori e consumatori si riduce sensibilmente, fino a configurare una vera e propria consonanza di interessi, e la food economy si trova a rappresentare non solo un volano per riportare in alto il Prodotto interno lordo, ma si propone come un vero e proprio modello alternativo. Economico e sociale.

NUOVI IMMAGINARI
RIVOLTIAMO LA CITTA', COLTIVIAMO L'ORTO
di Alessandro Portelli

Saremo stati qualche decina nella simbolica occupazione del Borghetto San Carlo, ventidue ettari di terreno agricolo di proprietà comunale sulla via Cassia fra La Storta e la Giustiniana a Roma, abbandonato dall’istituzione e rivendicato all’uso pubblico da un gruppo di cooperative di giovani agricoltori. Ma eravamo virtualmente almeno diecimila, tante quante le firme che le coop Terra!, da Sud e Coraggio (Cooperativa Romana Giovani Agricoltori) hanno consegnato al sindaco Marino e agli assessori all’urbanistica e al patrimonio del Comune di Roma.

Gli interventi che si sono susseguiti nel piccolo spazio di terreno liberato oltre il filo spinato e dietro il cancello ostinatamente chiuso e arrugginito, hanno sottolineato la disponibilità espressa dai nuovi rappresentanti delle istituzioni (municipi, comune e regione sono adesso su una stessa lunghezza d’onda, il clima può cambiare), il collegamento con altre esperienze vicine (per restare a Roma Nord, quella di Volusia o quella ormai radicata di Cobragor), e soprattutto l’idea che riprendere in mano il grande patrimonio delle terre liberi comunale non è solo un’occasione produttiva, occupazionale e di servizi, ma configura anche una diversa prospettiva sulla città. Roma, il terzo comune agricolo d’Europa, l’agricoltura ce l’ha dentro e – come tante metropoli in crisi in tutto l’occidente – può farne un elemento di ripresa non solo economica ma anche, forse soprattutto, culturale e ambientale. Se per generazioni i contadini sono stati i custodi della terra e i creatori e portatori di preziosi saperi (troppo spesso disprezzati: c’è anche il disprezzo di classe verso i contadini e la loro fatica fra le ragioni dell’abbandono dell’agricoltura), gli agricoltori di oggi si sentono pienamente integrati in una cultura urbana in trasformazione.

Non a caso, come mostrano le inchieste recenti anche della Coldiretti, l’agricoltura è uno dei
pochissimi comparti economici in cui l’occupazione aumenta, anche fra i giovani. Anche per questo, le cooperative che rivendicano il Borghetto San Carlo progettano un’agricoltura moderna, multifunzionale, sinergica – da un lato, un’agricoltura capace di integrare tecnologie e conoscenze avanzate e di creare occupazione (parlano di almeno quaranta posti di lavoro); dall’altro, che non sia solo (preziosa) produzione di cibo ma anche cura dell’ambiente, bellezza, servizi al territorio, ricettività, progetti terapeutici e didattici – dagli asili nido all’ippoterapia – riconoscimento del valore del lavoro materiale e rinnovamento del contatto con la materia vivente, smarrito nell’invasione del cemento.

Il fatto è che la città del terzo millennio non è più uno spazio edificato compatto ma un intreccio di usi molteplici del territorio. Un libro recente, Apocalypse Town dell’urbanista Alessandro Coppola, mostra come la crisi delle città americane in fase di deindustrializzazione, da Youngstown a Detroit a certe parti di New York – si sia rovesciata nella reinvenzione dell’uso dello spazio urbano, di cui gli orti del Lower East Side di Manhattan sono l’esempio più conosciuto ma non necessariamente il più importante. Anche a Roma vediamo i segni di questo processo, dalle occupazioni agli orti urbani ai gruppi di acquisto solidale ai mercati dei produttori della filiera corta; infatti l’intervento sulla Cassia si collega anche a un censimento che le cooperative stanno portando avanti su tutti gli spazi agricoli non utilizzati di proprietà pubblica di cui è costellata Roma. Anche per questo più di uno degli interventi in assemblea ribadiva la impraticabilità del paradigma centro-periferia: il recupero del Borghetto San Carlo serve anche a immettere elementi di comunità e socialità in un’ex borgata diventata quartiere dormitorio. Ma è un compito urgente, perché gli usi e abusi passati lasciano danni spesso irreversibili. Penso all’esperienza dell’Orto Insorto al Casilino: uno spazio abbandonato dove gli occupanti hanno scoperto che la terra era ormai inservibile, avvelenata da sversi industriali e inquinamento (ma non ci hanno rinunciato, stanno studiando colture alternative e comunque quel terreno non edificato resta un luogo di socialità offerto al quartiere).

Tutto questo, naturalmente, ha bisogno anche della politica. L’irresponsabile abbandono di tante preziose risorse di proprietà pubblica è anche la conseguenza dell’inerzia delle istituzioni. Il Borghetto San Carlo era di proprietà di uno dei grandi costruttori romani, Mezzaroma, che lo ha ceduto al comune in cambio di permessi di edificabilità in altre zone della città, obbligandosi a restaurare, al costo di tre milioni di euro, il meraviglioso e vastissimo casale che sta in cima alla collinetta del borghetto (e da cui fa l’altro si gode una straordinaria vista sulla campagna romana). Il termine in cui il manufatto restaurato doveva essere consegnato al comune è scaduto da mesi, ma non è stato fatto niente e l’amministrazione Alemanno non ha ritenuto suo dovere obbligare il costruttore al rispetto degli impegni contrattuali. La disponibilità dichiarata da Marino e dai suoi assessori è senz’altro sincera; ma per smuovere la macchina comunale e passare dalle parole ai fatti è necessaria la pressione, contestativa e collaborativa, di un movimento di massa sostenuto dal consenso dei cittadini. L’esperienza di Borghetto San Carlo è un segnale incoraggiante in questa direzione.




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