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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
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venerdì 19 luglio 2013

Sfiducia ad Alfano, il Pd voterà no tra i Democratici è alta tensione

Epifani: “il caso non è chiuso”: Cercheranno paletti per contenere i berluscones, intanto sono i pali che li sorreggono. Tra tanti modi possibili per concludere un’esperienza politica il partito democratico ha scelto il peggiore. La Repubblica, 19 luglio 2013

Il governo Letta deve andare avanti, il ministro Alfano non sarà sfiduciato dal Pd. Ma il “caso kazako” non è chiuso: non può essere archiviato così. «Sono troppi i dubbi, le nebbie, è una vicenda grave», ammette Epifani, confermando però la linea dei Democratici, che lega in un nodo inestricabile le dimissioni di Alfano e la tenuta dell’esecutivo. Fino all’ultimo ieri, il segretario democratico ha sperato, prima di entrare nella fossa dei leoni dell’assemblea dei senatori, che qualcosa potesse accadere: che Alfano cioè, in un sussulto di responsabilità, lasciasse il Viminale. Niente da fare. Stamani a Palazzo Madama si voterà la mozione di sfiducia presentata da Sel e dal M5S, e il Pd voterà contro. I senatori democratici alla fine si sono messi in riga, anche i renziani che avevano chiesto di presentare almeno un documento di censura nei confronti del responsabile dell’Interno.

Nell’assemblea dem parla Epifani, interviene il ministro Franceschini, indica la strada da percorrere il capogruppo Luigi Zanda. Soprattutto pesano le parole di Napolitano, durante la cerimonia del Ventaglio, al Quirinale. Nella riunione democratica, che sfiora la rissa, si ripete l’sos del capo dello Stato e il rischio enorme di un’Italia senza governo. Stefano Esposito, della corrente dei “giovani turchi”, alza i toni e avverte: «Io non sono più disponibile a reggere il gioco delle tre carte di quelli che utilizzano strumentalmente il partito per fare i fighetti e costruirsi le carriere personali. Al momento del voto sulla sfiducia, attenderò la seconda chiama, se ci saranno assenze sospette o voti difformi, voterò la sfiducia e poi mi sospendo dal gruppo». Applausi. E lui ripete in modo ancora più colorito («Sono stanco di quelli che fanno i froci con...»), l’esasperazione di chi per disciplina di partito sta ingoiando le larghe intese con Berlusconi. In 80, alla fine, votano la linea di Epifani, 7 si astengono. Gli stessi renziani rientrano nei ranghi, tranne tre: Marcucci, Cuomo, De Monte che con Puppato, Tocci Ricchiuti e Casson sono gli astenuti.

Ma il dissenso e il disagio nel Pd è fortissimo. I Democratici chiedono che Zanda oggi in aula censuri politicamente Alfano e che il partito non smetta il pressing perché il ministro lasci il Viminale, restituisca al più presto le deleghe: c’è una sua responsabilità politica nel caso Shalabayeva. «Alfano rifletta suun passo indietro», insistono i bersaniani. Dario Franceschini, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, nella riunione alza il cartellino rosso: «Dentro questo governo si sta in squadra, è spiacevole vedere che c’è chi ci mette la faccia, e chi dice “io farei così” perché altri si sporcano le mani». E qui, scoppia lo scontro a distanza con Pippo Civati. Civati, che ha criticato il capo dello Stato («Napolitano? Siamo al commissariamento») sente minaccia di espulsione da parte di Franceschini nei confronti dei dissidenti. Il ministro nega con un tweet di fuoco: «Da Civati falsità e discredito, si scusi immediatamente, mai detto né pensato a espulsioni». Deputato e candidato alla segreteria, Civati contrattacca e spiega che, pur non essendo alla riunione, il senso era chiaro e perciò darà forfait alla riunione serale alla Camera. Malesseri crescenti. Il Pd teme spaccature e fratture fino alla scissione. Per questo la settimana prossima è convocata una direzione del partito con Letta per discutere del governissimo e dei paletti da mettere al Pdl. «Ci vuole un rilancio dell’azione del governo», ripetono in tanti, sia sui temi ma anche un rimpasto e il cambio al Viminale. Verducci non molla: «Via le deleghe a Alfano». Intanto il comitato per le regole del congresso ha stabilito la distinzione tra segretario e candidato premier.
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