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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 27 luglio 2013

Nella città dolente: 50 anni di follia urbanistica e una speranza

In questi giorni, commentando la trasformazione in legge del così detto decreto del fare, più di un giornale sottolineava>>>In questi giorni, commentando la trasformazione in legge del così detto decreto del fare, più di un giornale sottolineava, fra i punti a favore del provvedimento, le norme per la semplificazione in materia edilizia.
Di fronte alla più grave crisi economica dell'ultimo mezzo secolo e ai guasti evidenti e sempre più irrecuperabili della cementificazione del territorio, la risposta di questa transgenica compagine governativa è ancora, almeno in parte, quella del rilancio dell'economia del mattone.

Ma c'è del metodo in questa follia, in fondo. Ciò che accade oggi, cioè gli ennesimi provvedimenti a favore di una speculazione edilizia senza regole - perché è questo che si nasconde sotto il velo ipocrita delle "semplificazioni" - sono solo l'ultimo atto di un processo storico lungo, consapevole e coerente.
Quello che ha portato il nostro paese da giardino d'Europa, a primo fra i cementificatori, con un consumo annuale di 35.000 ettari di suolo fertile.
Quello che è analizzato con lucida passione, nel libro di Vezio De Lucia Nella città dolente (Castelvecchi, 2013), ultimo in ordine di tempo di un trittico iniziato con Se questa è una città (1989 e 2006) e proseguito con Le mie città (2010).

Nella città dolente viene ripercorsa cronologicamente e per exempla, la storia funestissima e dolente del degrado del nostro territorio nell'ultimo mezzo secolo, a partire cioè da quel momento che l'autore considera quale snodo fondamentale, in negativo, di tutta la successiva vicenda urbanistica, e non solo, italiana, cioè il fallimento della riforma urbanistica basata sull'esproprio delle aree edificabili voluta dal ministro democristiano Fiorentino Sullo.

Eravamo nel 1963, nel pieno di quel processo riformista che porterà negli anni successivi ad un'evoluzione decisiva sul piano sociale e democratico del nostro paese, pur fra contraddizioni e ripensamenti.
Eppure quel colpo d'arresto inferto dai poteri forti della proprietà fondiaria sarà destinato ad avere ripercussioni negative non solo sul destino urbanistico delle nostre città, ma anche sulla tenuta democratica della stessa società.
E rappresenterà un discrimine, mai più colmato ed anzi destinato ad allargarsi, nei confronti della cultura urbanistica europea, sviluppatasi su rigorosi principi di regolamentazione pubblica dell'uso del suoli.

L'inestricabile connessione che lega urbanistica e politica è da sempre uno dei temi privilegiati di De Lucia, testimone attivo e spesso protagonista delle vicende urbanistiche di alcune città e luoghi simbolo, da Napoli a Roma, da L'Aquila a Venezia e Milano, che assieme a tanti altri sono i luoghi attraverso i quali si dipana un racconto storico incalzante: l'uso stesso di una prosa priva di tecnicismi e di grande efficacia sottolinea come in realtà, parlare della storia urbanistica italiana, argomento da sempre negletto dai media, sia spiegare un pezzo di storia del nostro paese determinante anche per capire le ragioni della crisi di oggi, che è prima di tutto crisi culturale e di cultura urbanistica.

Questo libro è quindi importante per il contributo che fornisce alla comprensione di alcuni passaggi fondamentali della storia nazionale, dall'autunno caldo del '69 a Tangentopoli fino al ventennio berlusconiano che, non per caso, porta a compimento ed estremizza la deregulation non solo urbanistica iniziata negli anni '80 del craxismo arrembante, con i condoni e i piani casa e il famigerato disegno di legge Lupi di riforma urbanistica (2005).

Ma Nella città dolente è una bussola indispensabile oggi, in tempi di memorie distorte ed intermittenti, per comprendere i fenomeni che caratterizzano le nostre città, il nostro paesaggio attuale e per capire che non sono che l'inevitabile conseguenza di decisioni politiche maturate cinquant'anni fa, i cui frutti avvelenati ancora cogliamo con suicida coazione a ripetere, come sta a dimostrare quest'ultimo decreto del fare. Le 'semplificazioni' di oggi sono figlie del progressivo abbandono delle pratiche di pianificazione di area vasta da parte dell'amministrazione pubblica, sempre più disponibile nei confronti della speculazione fondiaria.

Non inaspettatamente, man mano che questo processo di sudditanza del pubblico nei confronti degli interessi privati progrediva, aumentava, in modo direttamente proporzionale, sia lo svilimento degli organi democratici- dal ruolo dei consigli regionali e comunali a quello dello stesso Parlamento - sia l'infiltrazione delle grandi organizzazioni criminali ormai presenti in tutto il territorio nazionale e in tutti i grandi cantieri aperti in questi ultimi decenni.
Così l'urbanistica contrattata che dagli anni '80, ha scardinato la forma delle nostre città, e che per De Lucia rappresenta il momento di resa della pianificazione pubblica agli interessi privati, si coniuga sia all'esplosione del fenomeno corruttivo, poi svelato da Tangentopoli, sia all'ampliamento, geografico e politico, del raggio d'azione delle economie mafiose, da sempre legate al ciclo del mattone e del cemento.
Esemplare di questi meccanismi, e della loro trasversalità politica, come il libro spiega esemplarmente, il caso Sesto San Giovanni.

Eppure, in questo panorama che De Lucia disegna con accenti pessimistici, ma mai rassegnati e anzi propositivi, esistono, come rileva lo stesso autore, oasi di resistenza e un allargamento della consapevolezza che qualcosa deve essere cambiato, impensabile all'epoca di Se questa è una città.
E, inaspettatamente, riaffiorano temi e progetti che parevano definitivamente travolti dall'ondata dell'urbanistica neoliberista.

Uno per tutti, quel progetto Fori la cui storia costituisce uno dei capitoli più amari del libro, e che pare, da qualche settimana, ritornato fra i primi posti nell'agenda della politica capitolina.
L'idea di una nuova idea di città, in grado di rilanciare il destino urbanistico di Roma a partire dalla sua storia e archeologia attraverso un grande parco che dall'area centrale dei fori si allarghi a comprendere Colosseo, Circo Massimo, fino all'intero parco dell'Appia Antica.

Era il progetto di Cederna e Petroselli. E di De Lucia e di quella sua stravagante idea di un'urbanistica regolata dalla mano pubblica come strumento necessario per garantire una migliore qualità di vita di tutti i cittadini.
Idea cocciutamente perseguita in cinquant'anni di attività in direzione ostinata e contraria: Nella città dolente è solo l'ultimo capitolo di una storia di resistenza che continua.

Vezio De Lucia, Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi, Castelvecchi, 2013.

L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma"
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