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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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domenica 14 luglio 2013

L’Enciclica e la critica dell’individualismo

«Il dibattito pubblico, dall’intreccio dei discorsi, ha tutto da guadagnare, per sollevare il suo livello, per corrispondere sempre più da vicino nella vita delle persone». L'Unità, 13 luglio 2013


La lettura politica di un’enciclica non è opportuna. Opportune sono altre letture: teologica, pastorale, ecclesiale. E, per rispetto, è bene lasciare queste letture a chi di dovere. E tuttavia un politico pensante sarebbe bene che dedicasse qualche ora del suo tempo ad attraversare questa sapienza mondana che viene da un altro mondo. C’è molto da imparare. Discorso religioso e discorso politico non si intrecciano soltanto fuori dell’Occidente secolarizzato. Stanno anche qui da noi, insieme, solo in modi diversi, per diverse ragioni, con diversa intensità. In Italia, poi, c’è una storia che pesa, antica e moderna, che impone larghi tratti di lingua comune. Il dibattito pubblico, dall’intreccio dei discorsi, ha tutto da guadagnare, per sollevare il suo livello, per corrispondere sempre più da vicino nella vita delle persone. Lumen fidei ci interroga. Disporsi all’ascolto è il primo passo. Impegnarsi nella risposta, è il secondo. Il terzo, fondamentale, è l’assunzione del problema. E il problema è il senso della fede in un mondo che, siccome non crede più nelle cose grandi, finisce per credere solo alle cose futili. È singolare questo testo. Le quattro mani, dei due Papi, si sentono. La vedo così: la speranza di Bergoglio viene ad aggiungersi alla disperazione di Ratzinger. L’incredulità sfocia nell’idolatria, «l’opposto della fede». E c’è idolatria secondo la definizione che Martin Buber riprende dal rabbino Koch «quando un volto si rivolge riverente a un volto che non è un volto». L’altra faccia dell’incredulità è l’indifferenza. Papa Francesco va a Lampedusa a denunciare quella «globalizzazione dell’indifferenza», dove «l’illusione del futile, del provvisorio» nasconde la tragedia del nostro tempo, che, tutte, sono a carico dei dannati della Terra.

Ma la mano di Papa Benedetto è dominante. Chi ha voluto l’Anno delle fede pensava già di concluderlo con questa riflessione a tutto campo. Dal giovane Nietzsche a Wittgenstein, tra Paolo e Agostino, lo spostamento è da fides et ratio a fides atque veritas. Credere non è il contrario di cercare, è la sua vera condizione. Bisogna sapere che cosa si cerca. La critica al relativismo viene presa da un’altra parte, da una orizzonte di fede, il solo in grado di dare luce. Chi crede, vede. E il vedere credendo è un cammino, una via, anzi un viaggio. Ecco però il punto essenziale: non in solitudine, ma in comunità. È impossibile credere da soli. E chi crede non è mai solo. Chi crede da solo si illude, e rimane vittima delle illusioni del mondo. Perché è «la crisi di verità», il contestostorico in cui viviamo, quello in cui ci fanno vivere. Qui è «il grande oblio nel mondo contemporaneo».

La critica dell’individualismo dominante nel tempo presente è il filo che lega il teologo Ratzinger al pastore Bergoglio. Diventa indifferente a chi dei due vada attribuita la frase: «La fede non è un fatto privato, una concezione individualistica, un’opinione soggettiva, ma nasce da un ascolto ed è destinata a pronunciarsi e a diventare annuncio». Fede e verità significa questo: il doppio senso in cui si può dire il detto di Isaia. Nella versione greca: se non credete, non comprenderete. Nella versione ebraica: se non credete, non resterete saldi. Comprendere, con la ragione, vuole dire stare saldi, nella fede. Allora la verità grande è «la verità che spiega l’insieme della vita personale e sociale».

Di qui, il bellissimo concetto di «esistenza credente». Io credo questo, oggi, l’unica figura di esistenza veramente libera. Perché il credere a niente porta al credere a tutto. E questa è l’oppressione moderna, la dittatura occidentale, garantita dai diritti, praticata dai comandi, visto che nessun’altra forma di convivenza è possibile, oltre a questa che ci è data. Se la fede è «toccare con il cuore», come dice Agostino, e come sta praticando Bergoglio, allora c’è da introdurre, nel mondo così com’è, la passione di un altro futuro, per le persone, per la società. Mi piacerebbe trovare in un documento congressuale l’audacia e la forza che trovo in una indicazione di questa Enciclica: «Trasformare il mondo, illuminare il tempo».
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