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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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giovedì 13 giugno 2013

Una buona idea Imperiale

Ritorna il Progetto Fori: non solo il primato della cultura sul traffico, ma, come insegnava Cederna, un’altra idea di Roma, Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2013 (m.p.g.)
Sembra di essersi svegliati in un altro mondo: da Gianni Alemanno che, in barba a ogni legge, tiene il comizio di chiusura della campagna elettorale al Colosseo (complice la Direzione generale dei Beni culturali del Lazio, che pur di genuflettersi al potere politico ha scavalcato la Soprintendenza Archeologica di Roma), a Ignazio Marino che subito dopo l'elezione annuncia alla Città e al mondo di voler chiudere al traffico i Fori imperiali.

Si tratta di una vecchia, ottima idea. Di più: si tratta di una necessità. Già nel 1979 il sindaco, comunista, e storico dell'arte Giulio Carlo Argan diceva: «O le automobili, o i monumenti», e il grande Antonio Cederna rilanciava, scrivendo sul «Corriere della sera», che era ormai tempo di rimediare allo scempio di Via dei Fori Imperiali, realizzata dal Fascismo per «far vedere il Colosseo da Piazza Venezia, allora scambiata per ombelico del mondo».
Come Italia Nostra, Legambiente e molte altre associazioni ricordano, oggi quelle ragioni si sono moltiplicate: anche solo i lavori della Metro C, per esempio, impongono di diminuire lo stress subìto dai monumenti, e di ridare visibilità a questi ultimi, allentando la morsa del traffico e aumentando lo spazio per i visitatori.

Tutto bene dunque? Sì, purché l'annuncio clamoroso di Marino sia la parte emersa e mediatica di un progetto di città, e non un gesto fine a se stesso e isolato. Induce a qualche timore l'entusiastica citazione del modello Firenze da parte del neosindaco di Roma. Se chiedete a un fiorentino cosa ha fatto, di concreto, l'amministrazione di Matteo Renzi, questi risponderà – ormai con più di un filo di ironia – che ha pedonalizzato Piazza del Duomo: che è in effetti l'unico vero cambiamento che si può accreditare all'ex rottamatore. Ma a guardar bene non è per nulla un successo: si tratta dell'ennesimo passo verso la musealizzazione e la turisticizzazione di Firenze. Un altro passo verso il disastro di Venezia, insomma. La pedonalizzazione, infatti, è stata fatta dall'oggi al domani, ed è stata concepita non come una misura urbanistica, ma solo come un provvedimento stradale. E il risultato è che la piazza appartiene ancor meno ai cittadini (che non riescono a raggiungerla con mezzi pubblici), e che le attività commerciali sono sempre più da luna park. Così, oggi Piazza del Duomo non è più una piazza, se per piazza si intende uno spazio pubblico animato dalla vita civile.

Ecco, la speranza è che Marino non segua il modello Renzi, ma ne costruisca uno suo: all'altezza del suo ambizioso, e bel programma di governo. Cominciando dalla squadra di governo: laddove Renzi si è circondato di mezze figure che non rischiassero di fargli ombra, si spera che Marino scelga invece delle vere competenze. Potrebbe, per esempio, avere un ruolo importante l'archeologa Rita Paris, appena eletta con Marino in Consiglio Comunale, che ha combattuto con efficacia l'abusivismo sull'Appia, e dirige il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. È molto significativo che la Paris abbia sposato con entusiasmo l'idea di prolungare fino almeno al Colosseo la linea 8 del tram: solo con un servizio pubblico (possibilmente ecocompatibile come il tram) i Fori potranno tornare ad essere parte della città.

Perché è questo il punto vero. Occorre un progetto didattico che restituisca una leggibilità archeologica e storica ai Fori per chi li vede per la prima (e magari unica) volta nella vita, e occorre certo ripulirli dalla umiliante presenza terzomondista dei camion-bar e dei penosi personaggi in costume da gladiatore o centurione. Ma occorre soprattutto reintegrare i Fori nella città, rigettando radicalmente la visione fascista o cinematografica che ce li ha consegnati come retorico sfondo di parate, eventi o spettacoli vari.

È dunque vitale che chiudere i Fori voglia dire, in realtà, aprirli. Aprirli alle gite domenicali dei romani in bicicletta, alle passeggiate delle famiglie, ad un tempo liberato che renda consapevoli i cittadini della storia straordinaria della loro città. E soprattutto che aumenti la qualità della loro vita. L'errore cruciale della cosiddetta 'valorizzazione' dei centri storici delle città d'arte italiane è quello che li vuole infiocchettare e trasformare in tante San Gimignano o Alberobello. Il destinatario elettivo di queste operazione di make up è sempre e solo il turista, nuovo signore delle nostre città. Ai cittadini, invece, tocca vivere in periferie inguardabili a cui nessuno ha il coraggio di por mano. Per non ripetere questo errore Marino deve avere molto coraggio, e deve riprendere in seria considerazione l'idea che l'Italia Nostra di Cederna avanzò negli anni settanta: quella di realizzare una 'spina verde' che trasformi «in vero 'parco archeologico' tutta la zona monumentale che va dall'Appia Antica e attraverso la Via di San Gregorio (già dei Trionfi), Colosseo, Foro Romano e Fori Imperiali arriva praticamente alle soglie di Piazza Venezia». È una scommessa, scriveva Cederna, non sulla salvezza dei Fori, ma sul «riscatto del centro storico di Roma».

Se il chirurgo genovese facesse suo questo progetto, e fosse capace di realizzarlo, lascerebbe davvero il suo nome negli annali della storia romana: altro che Gianni Alemanno, o Matteo Renzi.
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