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LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI

LA RAPINA DELLA TERRA AGLI ULTIMI
Sottrarre l'uso del suolo alle esigenze elementari (dall'alimentazione all'acqua, dall'abitazione alla riserva per gli usi futuri) delle comunità che lo abitano, è diventato in vaste regioni del sud del mondo, un ulteriore strumento di sfruttamento degli ultimi a vantaggio dei più ricchi. Il Land Matrix, un osservatorio indipendente del "land grabbing" registra che ad ora sono state concluse 557 transazioni, per un totale di 16 milioni di ettari (più o meno la metà della superficie dell’Italia) e altre, riguardanti circa 10 milioni di ettari, sono in corso. Questo fenomeno provoca l’espropriazione forzata e conseguentemente l'impoverimento e l'annientamento di comunità locali, la cui sopravvivenza è strettamente legata all'accesso a queste terre. (a.b.)

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giovedì 13 giugno 2013

La proprietà resta un furto, appunti per una Costituente

«Costituente dei Beni Comuni», un nuovo appuntamento sulla scia della «Commissione Rodotà» , Il manifesto, 13 giugno 2'013

Oggi al Cinema Palazzo, alle 16, anche in occasione di una discussione sull'ormai celebre Il diritto di avere diritti di Stefano Rodotà, si terrà una nuova importante puntata della «Costituente dei Beni Comuni» (Cbc). Come noto, il cammino congiunto di giuristi e movimenti sociali per dare una «costituzione giuridica» ai beni comuni (di qui la locuzione Costituente) è un'importante novità teorica dal punto di vista della produzione normativa. Per la prima volta in un sistema giuridico occidentale una carovana di giuristi per lo più accademici (gran parte portatori dell'esperienza della «Commissione Rodotà») si reca sui territori per raccogliere direttamente le testimonianze e sentire i bisogni di quella maggioranza di italiani che non si vogliono rassegnare al dominio del pensiero unico e che ritengono sia un dovere costituzionale dar seguito al pronunciamento referendario sui beni comuni che proprio oggi compie 2 anni.

Questo processo di produzione normativa non è sottoposto ad alcun ordine costituito (come invece era stata la Commissione Rodotà dipendente dal Ministero della Giustizia) e in questo senso mira a proporre quella «sapienza civile», legittimata dalla forza della ragione e non dalla ragione della forza, che giuristi degni del nome dovrebbero saper elaborare per rispondere alle istanze sociali. Redigendo una serie di proposte, al centro delle quali si colloca un «Codice dei beni comuni» che costruisce sul disegno di Legge Delega della Commissione Rodotà, e monitorandone con attenzione il destino parlamentare, la Cbc cerca di essere coerente con la chiara indicazione democratica di invertire la rotta rispetto al riformismo neoliberale che era uscita maggioritaria dal voto referendario di due anni fa. Lanciata in aprile al Teatro Valle in un'assemblea affollatissima, la Cbc si è riunita una prima volta all'Aquila nel cuore della città devastata fisicamente dal terremoto e socialmente dal post-terremoto ed una seconda volta a Pisa presso il Colorificio trasformato in municipio dei beni comuni, raccogliendo in entrambe le occasioni quattro-cinquecento partecipanti, cittadini attivi singoli o aggregati in vari movimenti raccoltisi per significare bisogni sociali e proposte teoriche e di prassi volte alla loro soluzione. Insomma, nelle assemblee itineranti si ottengono materiali per quel «costituzionalismo dei bisogni» più che mai necessitante di raccogliere intorno a sé ogni sforzo teorico e pratico non soltanto volto a difendere la Costituzione formale ma anche ad attuarla, e talvolta financo superarla, facendola comunque vivere in tutta la sua ricchezza e la sua attualità.

Non può dunque sorprendere che, nell'ambito di un dibattito politico approfondito complesso e talvolta anche spigoloso sulla natura, sulla forza e sulla legittimità di un processo costituente (dichiarato o criptico poco importa), la Cbc abbia dato vita ad un gruppo di lavoro, affidato principalmente ai costituzionalisti Azzariti e Lucarelli (entrambi redattori dei quesiti referendari sull' acqua bene comune) denominato «Convenzione per la democrazia costituzionale», presentato martedì al Teatro Valle di cui si è dato conto sul manifesto di ieri. Di fronte alla preoccupante assenza di dibattito intorno al lavoro che i «saggi» governativi stanno producendo, il dibattito franco aperto e disinteressato in corso fra i giuristi ed i movimenti su beni comuni e costituzione costituisce una prova limpida di serietà e passione civile che certamente saprà dare il suo importante contributo critico al non-dibattito dei saggi fatto di opposte tifoserie su temi quanto mai impegnativi. 

A Pisa il primo giugno la Cbc ha discusso per oltre quattro ore intorno al vero perno del costituzionalismo borghese, la proprietà privata e i limiti della sua tutela, discutendo di politica in modo alto senza che si sia mai sentito pronunciare il nome di un leader o una sigla di partito. Oggi al Cinema Palazzo la discussione si articolerà principalmente intorno alla destinazione d'uso dei beni riconosciuti come comuni ad esito di lotte costituzionalmente orientate, e su come le comunità (preesistenti o soggettivate tramite le occupazioni) possano o debbano governarsi per poter essere legittimi custodi di beni comuni. Poi il giorno 20 nuovamente al Teatro Valle sarà il turno dei giuristi da soli in sede redigente che avranno a disposizione un primo articolato emerso «mettendo in bella copia» sotto forma di «parte generale» del «Codice dei Beni Comuni» le esperienze fin qui ascoltate.

Posto che tenere separati diritto e politica altro non è che ideologia borghese, è evidente che la novità del processo di redazione normativa costituisce anche un importante esperienza politica. I numerosi partecipanti alle assemblee itineranti della Costituente si famigliarizzano con la Costituzione, con il diritto e condividono esperienze dando vita a un potente cammino egemonico. Soprattutto essi sperimentano il dissenso talvolta anche marcato fra i giuristi che sono così percepiti, com'è giusto che sia, non come tecnici portatori di un sapere oggettivo ma come cittadini e intellettuali ciascuno portatore di una propria esperienza e cultura politica. Anche per noi giuristi, abituati al chiuso delle biblioteche, si tratta di un'esperienza nuova e difficile di cui dobbiamo ancora prendere appieno le misure. Tutti i partecipanti, abituali o occasionali, giuristi o non giuristi alla Cbc sono però accomunati da un grande e condiviso disegno: dar seguito finalmente onesto e serio al desiderio di cambiamento così chiaramente espresso nel corso della «primavera italiana» del 2011.
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