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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 31 maggio 2013

La surreale confusione fra salute, ricerca, e metri cubi

Nuovo capitolo nella saga metropolitana di riorganizzazione dei poli ospedalieri dentro la cosiddetta Cittadella della Salute, i cui volumi e localizzazione paiono molto più importanti di organizzazione funzioni e contenuti. Articoli e interviste di Alessandra Corica e Rodolfo Sala, la Repubblica Milano, 31 maggio 2013 (f.b.)

Città della salute, Mantovani frena “Ritardi a Sesto, si può fare altrove”
di Alessandra Corica

Una frenata brusca. Per certi versi, inaspettata. E che adesso apre un grosso punto interrogativo sul futuro. Si riaccende la polemica sulla Città della salute: ieri l’assessore regionale alla Salute Mario Mantovani, in visita al Neurologico Besta, ha fatto vacillare le certezze sulla costruzione dell’ospedale nelle ex aree Falck. «C’è una convenzione con il Comune di Sesto San Giovanni ed è già partita la presentazione dei progetti — ha detto il vicepresidente della Regione — Non nascondo, però, che i problemi sono molti. E che non sappiamo se le bonifiche dureranno mesi, anni o secoli». Nulla di sicuro, quindi. Tranne che per l’istituto Carlo Besta, come ha sottolineato il suo presidente Alberto Guglielmo, «è fondamentale avere risposte in tempi brevi: la programmazione non è nostro compito, la Regione ci dica dove andare ». Ora il derby tra Milano e Sesto San Giovanni per accaparrarsi il sito del nuovo ospedale potrebbe ricominciare. «Per adesso c’è la certezza — ha detto Mantovani — di trasferire il Besta, ristrutturarlo e migliorarlo. Se però dovessimo riscontare che in quella sede (le aree Falck, ndr) ci sono troppi problemi, decideremo cosa fare. Siamo a Milano, di posti ce ne sono tanti».

Quella della Città della salute è una questione aperta da anni: la prima volta in cui se ne parlò era il 2000. Da allora le ipotesi su dove — e come — costruire la cittadella si sono moltiplicate, da quella di realizzarla a Vialba (unendo il Besta, l’Istituto dei tumori e il Sacco), fino alla querelle tra Milano (che offriva l’area dell’ex caserma Perrucchetti) e Sesto San Giovanni. I due Comuni si sono contesi la localizzazione della cittadella fino a giugno 2012, quando la Regione ha scelto (sembrava in via definitiva) le ex aree Falck. «Una decisione — ha commentato però Mantovani — presa dalla passata amministrazione. Noi non sappiamo quanto questo, sul piano ambientale, sia possibile: stiamo valutando». La situazione, a onor del vero, è complicata: il sito (200mila metri quadri sugli 1,3 milioni che compongono l’intera area) dovrebbe essere concesso dal Comune di Sesto, che a sua volta dovrebbe riceverlo dalla proprietà privata. Ovvero Sesto Immobiliare spa, cordata guidata da Davide Bizzi che lo ha comprate nel 2010 da Risanamento spa: proprio ieri però l’azienda ha annunciato di aver chiesto l’annullamento dell’acquisto e la restituzione dei 345 milioni sborsati, «considerando le gravi omissioni e reticenze delle controparti nella trattativa».

Anche la bonifica del sito dovrebbe essere a carico del gruppo Bizzi. Un fatto, questo, che un anno fa contribuì a far pendere l’ago della bilancia su Sesto: in questo modo le operazioni prima di costruire non sarebbero state un problema del Pirellone. Ora, però, anche su questo si aprono interrogativi: il ministero dell’Ambiente ha fatto numerosi rilievi al progetto Bizzi. Che, per questo, ha deciso di appellarsi al Consiglio di Stato con un ricorso che non verte sulla bonifica per l’ospedale, ma sul resto dell’area. Risultato, i primi rallentamenti. Perché, anche se ancora non è stato posto un mattone, rispetto al programma il ritardo è già di tre mesi. Unica certezza, i fondi necessari. Molti. Perché con i suoi 450 milioni di euro (di cui 330 regionali) la Città della salute è stata la partita più importante dei 17 anni del governo Formigoni. Che, non a caso, nel 2011 prese in mano la questione sciogliendo il consorzio di Besta, Int e Sacco incaricato di sviluppare il progetto. E lo affidò alla vicina - e controllata - Infrastrutture Lombarde.

“Progetto ormai stravolto con tutti quei finanziamenti ristrutturiamo quel che c’è”
intervista a un top manager della sanità

«PORTARE avanti questo progetto, adesso e a queste condizioni, è assurdo». È netto Alberto Scanni, ex direttore generale dell’ospedale Sacco e dell’Istituto dei tumori, sull’ennesima querelle nata intorno alla Città della salute. «La cittadella aveva un senso per unire il Besta, l’Int di via Venezian e l’ospedale Sacco. Quando però questa ipotesi è tramontata, l’intera operazione non ha avuto più ragion d’essere. Piuttosto, meglio utilizzare i fondi per ristrutturare gli attuali istituti».
Scanni, lei faceva parte del Consorzio Città della salute, che sotto la guida di Luigi Roth riuniva Besta, Int e Sacco e aveva avviato uno studio di fattibilità per realizzare l’ospedale.

«Non solo uno studio di fattibilità: il progetto era quasi pronto. Avevamo anche trovato un modo
per risolvere il problema di viabilità che rende complesso raggiungere il quartiere Vialba: allo studio, in collaborazione con il Comune di Milano, c’era l’ipotesi di realizzare un metrò a cielo
aperto che partisse dalla Fiera, si ricongiungesse con la linea gialla e migliorasse i collegamenti tra la zona e il resto della città».

Cosa è successo?
«Il Consorzio è stato sciolto dalla Regione nel 2011, l’ipotesi di Vialba è tramontata e con essa la presenza del Sacco nel progetto. A quel punto il Pirellone ha deciso di andare avanti comunque, e di realizzare la cittadella soltanto con Besta e Istituto dei tumori. Ma senza un ospedale generalista, e senza il contributo dell’università, un piano simile genere non ha molto senso».

Perché?
«Il Besta e l’Istituto di via Venezian hanno una storia diversa, portano avanti attività e ricerche diverse: non possono essere sovrapposti».

Però sia il neurologico di via Celoria sia l’Int hanno denunciato più volte le carenze delle loro sedi.
«Gli ambienti hanno assolutamente bisogno di un rinnovo. Proprio per questo i fondi che servirebbero per realizzare la Città della salute potrebbero essere spesi meglio».

Come?
«Quand’ero direttore generale in via Venezian, feci spostare alcuni laboratori di ricerca nella sede di via Amadeo lasciando vuota un’ala della struttura principale: si potrebbe usare una parte dei fondi per ristrutturare quell’ala dell’edificio, risolvendo così i problemi dell’Istituto dei tumori».

E con via Celoria come la mettiamo?
«Stesso discorso: con il resto dei soldi si potrebbe sistemare l’attuale sede o, ancora meglio, costruirne una nuova, magari ricorrendo al contributo di privati con il project financing».

In questo modo, però, tramonterebbe per sempre il sogno dell’“ospedale modello”.
«Ma il progetto della Città della salute è nato, diversi anni fa, con l’intento di costruire un polo dedicato alla sanità e alla ricerca. Senza il contributo di un ospedale universitario questo non è possibile: meglio usare i finanziamenti per fare altro».

Il Comune: “Riapriamo il tavolo”
L’ultimo atto nella storia infinita del maxi ospedale di Formigoni
di Rodolfo Sala

«Adesso — spiega — dicono che su quel progetto ci sono delle complessità; lo si sapeva dall’inizio, noi l’avevamo fatto presente, ma Formigoni non ci ha voluto ascoltare». Quindi? «È arrivato il momento di fermarci, mettiamoci tutti assieme e valutiamo le reali esigenze della sanità lombarda e della città di Milano, per capire quali siano le priorità». Insomma: «Non è tardi per cambiare destinazione, certo bisogna anche tenere conto degli impegni presi. Ma io non cambio idea: spostare il Besta e l’Istituto dei tumori è un errore».

Sembrano dunque riaprirsi i giochi sulla storia infinita della Città della salute. Un progetto sulla cui bontà le istituzioni locali si sono sempre dette d’accordo. La materia del contendere riguarda la localizzazione. Con la Regione targata Formigoni ostinatamente ancorata all’idea di realizzare sotto il cielo di Sesto San Giovanni l’unificazione dell’Istituto dei tumori con il Besta, finalmente accorpati in un polo sanitario d’eccellenza domiciliato in un’area industriale dismessa, l’ex Falck. Idea caparbia, quella del Celeste; e ovviamente condivisa dagli amministratori “rossi” della ex città delle fabbriche, ansiosi di dare finalmente una destinazione a quegli spazi vuoti. Formigoni ha fatto di tutto per lasciare immaginare che dietro la sua proposta ai partner si nascondesse in realtà una decisione già presa. Nonostante gli altolà che fin dall’inizio la giunta di Milano, con il sindaco in prima fila, aveva opposto, invitando la Regione a non ridurre il problema della localizzazione della Città della salute a «un’asfittica questione tecnica urbanistica », come ebbe a scrivere Giuliano Pisapia all’allora governatore nel maggio dello scorso anno, quando ormai la rottura tra Regione e Comune si era consumata.

Ma bisogna partire dall’aprile del 2009 per ricostruire una vicenda che, ridotta all’osso, racconta il tentativo di mettere insieme sanità lombarda, banche e interessi immobiliari. Dunque, quattro anni fa si costituisce, sotto la guida del formigoniano Luigi Roth, un consorzio tra Istituto dei tumori, Besta e Sacco (poi escluso dai finanziamenti), con il compito di avviare uno studio di fattibilità in vista della realizzazione di un unico polo sanitario nella zona di Vialba. Salta tutto nel 2011: ci sono problemi logistici e, soprattutto, a Vialba c’è un corso d’acqua di cui nessuno sembrava sapere nulla, e che impedirebbe al progetto di andare avanti.

Ecco allora che si fa avanti Giorgio Oldrini, all’epoca sindaco di Sesto: il posto giusto per la
Città della salute è l’ex Falck, area di proprietà di un’immobiliare che nel 2010 l’aveva rilevata dal costruttore Luigi Zunino. L’immobiliare fa capo a Davide Bizzi, che vuole ovviamente investire nel mattone (il piano di intervento contempla un milione di metri quadri tra residenze, alberghi, uffici, servizi e un megacentro commerciale, con un valore di mercato stimato attorno ai 4 miliardi). E la Città della salute, in tempi di crisi del mercato immobiliare, potrebbe costituire il quid che manca per risolvere il problema dell’invenduto. I soliti maligni puntano subito il dito contro gli interessi convergenti di costruttori vicini a Comunione e Liberazione e delle Coop rosse di Bologna, che
sono in cordata con Bizzi. Formigoni e gli amministratori sestesi non hanno dubbi: la Città della salute si farà lì, i 450 milioni che servono verranno coperti dalla Regione (330) e dallo Stato (40); gli altri 80 arriveranno dai privati.



Ma a Milano storcono il naso. E avanzano la candidatura dell’ex caserma Perrucchetti come sede del nuovo polo sanitario. C’è un problema: il ministero della Difesa non vuole cedere quello spazio, e Formigoni acchiappa l’occasione al volo. Fa la voce grossa, e nella primavera del 2012 lancia un ultimatum a Pisapia: un pugno di settimane per dire sì o no al progetto da realizzare a Sesto, e chissenefrega se Pisapia chiede tempo, «mantenendo al tavolo sia il Comune di Sesto sia quello di Milano ». Il Celeste non ne vuole sapere e il 30 maggio del 2012 (a due settimane dalla scadenza dell’ultimatum di Formigoni), Palazzo Marino si sfila, abbandonando il progetto. Ieri l’uscita di Mantovani. Che potrebbe rimettere tutto in discussione.
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