responsive_m

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

INVERTIRE LA ROTTA

CONTRORIFORMA URBANISTICA

DAI MEDIA

VENEZIA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

mercoledì 22 maggio 2013

La politica si illude, in attesa dell'incendio

Le illusioni e le latenti possibilità di uscire da una crisi della sinistra, iniziata vent'anni fa con l'accettazione del Caimano da parte del PD. Il manifesto, 22 maggio 2013
Quanto a lungo reggerà il nuovo governo non lo sa nessuno, ma di certo siamo comodamente seduti su una polveriera Il congelamento della crisi del Pd, non ancora matura, ha effetti che coinvolgono l'intero spazio alla sua sinistra La sensazione è che ogni giorno, inesorabilmente, l'ingranaggio si muova verso l'impatto fatale. Qualsiasi cosa accada, qualunque cosa facciano o dicano gli attori principali. Come nel più classico dei thriller o alla vigilia della prima guerra mondiale, quando i capi di Stato di tutta Europa contribuirono all'incendio convinti di impedirlo. Si vive come sospesi, in trepidante attesa. Consapevoli dell'instabilità e dell'incertezza generale, forse anche dell'incapacità di governare il momento. 

Perché ci si ritrovi in queste condizioni l'abbiamo detto tante volte, ma di mese in mese il quadro si chiarisce sempre più. Senza andare troppo in là, basta tornare indietro di un paio d'anni.Già la grande crisi imperversava. La destra governava, secondo i suoi criteri, per conto del grande capitale privato. A suon di regalie e scudi fiscali, giri di tangenti e privatizzazioni più o meno legali. Ma - tenendo al consenso - il governo non riduceva la spesa pubblica e soprattutto esitava a inferire al lavoro la mazzata finale. I mercati quindi scalpitavano. La Germania ringraziava ma temeva di dovere, presto o tardi, intervenire a proprie spese. I giornali evocavano ad arte lo spettro della bancarotta. Finché, alla fine del 2011, qualcosa accadde. Qualcosa che avrebbe potuto sconvolgere il quadro e aprire una fase nuova.
Lo spread e le olgettine dettero al Quirinale il destro per mandare a casa il cavaliere e offrire al centrosinistra la chance di cambiare rotta. La legislatura sembrava al capolinea e in tanti sperarono che il voto anticipato permettesse di raddrizzare la barca nonostante le distorsioni della legge elettorale o in virtù di esse. Invece, l'inossidabile fedeltà euro-atlantica del presidente impedì la soluzione fisiologica della crisi politica. La quale venne di fatto rimossa con un machiavello. Che sortì gli effetti sperati.
L'invenzione di un governo cosiddetto tecnico permise l'imposizione delle misure draconiane invocate dai mercati. Costrinse il Pd ad accollarsi il peso di un feroce attacco al lavoro e ai ceti medio-bassi. E regalò a Berlusconi tempo e ragioni sufficienti per ricompattare la propria base elettorale, così da ritornare, dopo il voto, al governo precedente (Monti senza Monti), con in più il diretto coinvolgimento dei partiti nell'esecutivo. 

Si è trattato - almeno in apparenza - di un capolavoro politico. Reso possibile, prima e dopo le elezioni, dallo zelante attivismo di quanti, nel Pd, non rinunciano all'idea secondo cui (come spiegò l'onorevole Violante in un indimenticato discorso alla Camera) il modo migliore per contenere Berlusconi è accordarsi con lui. E sono quindi indisponibili a qualsiasi soluzione di parte (di sinistra) della crisi politica e sociale. Costi quel che costi. Anche la sconfitta elettorale del proprio partito in elezioni che, stando alle previsioni, non comportavano rischi. Anche un'emorragia di consensi a beneficio della protesta «antipolitica» e il suo accreditarsi come unico portavoce di una società civile umiliata e offesa dal Palazzo. Anche la rielezione di un vecchio presidente iper-politico, pronto a tirare nella propria porta pur di assicurarsi la persistenza delle larghe intese.Insomma, un anno e mezzo dopo l'intronazione di Monti, siamo ancora lì e senza gli inconvenienti di allora. Dato il benservito al servo sciocco che già si vedeva assiso al Quirinale, si può ancora far conto sulla grande coalizione. All'inizio di una nuova legislatura e con un'ampia base politica disposta a sostenerla. Davvero un capolavoro della ragion politica e della sua volontà di potenza. Almeno a prima vista. 

In realtà, le cose stanno ben diversamente. Quanto a lungo reggerà il nuovo governo non lo sa nessuno, ma di certo il quadro politico è quanto mai precario, e non soltanto per la proverbiale pervicacia della procura di Milano. Se non fossimo assuefatti alle lenti opache della politica politicante, ci accorgeremmo che siamo comodamente seduti su una polveriera. Nelle sue radici e nelle sue conseguenze, la crisi è sociale, prima che politica. Non è figlia, come si vuol far credere, della scarsità di risorse, ma dello squilibrio strutturale della loro allocazione. Nasce dalla povertà delle masse e la radicalizza, disseminando disperazione e morte. Poiché da un quarto di secolo abbondante le risposte in Europa, come nel sud del mondo, consistono in un sistematico e brutale attacco ai redditi da lavoro.
La politica si illude di potere impunemente continuare così. Si illude di bastare a se stessa, nelle sue stanze, con i suoi lacchè. Eppure non ci vuole un orecchio raffinato per avvertire il tuono che annuncia la tempesta. Suicidi, omicidi, stragi di innocenti tentate o realizzate. Rigurgiti razzisti. Saracinesche abbassate. Capannoni deserti. Boom degli sfratti. Depressione, non solo economica. Infelicità senza desideri. Rancore ed eclisse del futuro. Grandi affari per gli usurai e l'industria del gioco d'azzardo, balzata al terzo posto tra le fonti del prodotto interno. Un esercito di 19 milioni di soldati, un milione dei quali ludodipendente.

Il punto è che, come in ogni guerra, non tutti perdono e non tutti nella stessa misura. Questa crisi reca un vistoso segno di classe. Colpisce solo il lavoro, benché in settori sempre più vasti. Non soltanto il lavoro dipendente, ma anche aree sempre più ampie di lavoro autonomo, piccole e medie imprese industriali, artigiane, commerciali e del terziario. È un'ordalia per quanti non hanno grandi capitali, nella misura in cui è un'orgia festosa per chi invece ne dispone. Il che significa che potrebbe essere battuta nell'interesse collettivo solo restituendo al lavoro ciò che in questi venticinque anni gli è stato sottratto in termini di reddito e diritti, di occupazione e sicurezza. E che soltanto una sinistra politica recuperata al proprio ruolo potrebbe guidare la rinascita e prevenire il rischio, concretamente incombente, di una restaurazione degli equilibri sociali e politici precedenti la seconda guerra mondiale. 

Purtroppo - diciamoci la verità - di una rinascita non è dato ancora scorgere avvisaglie. E la prima ragione politica di ciò è la tenuta del Pd. Il fatto che la sua crisi, pur non risolubile, non sia ancora matura. Che per varie ragioni - politiche, culturali e morali - prevalga ancora un riflesso autoconservativo, benché la scelta di ignorare un fallimento storico procurerà ulteriori disastri non soltanto a un partito già ridotto ai minimi termini ma a tutto il paese, se è vero come è vero che, pur di tamponare le falle, ci si dispone a stravolgere la Costituzione per blindare il potere delle oligarchie.
Il congelamento della crisi del Pd ha effetti che vanno ben al di là del Pd stesso. Che coinvolgono l'intero spazio alla sua sinistra, non meno vasto di quanto fosse dieci anni or sono. Anzi, forse ancora più ampio, ma politicamente inerte perché frantumato e subalterno. Agire si potrebbe, come ha dimostrato la grande manifestazione della Fiom, sabato scorso. Riuscita al di là di ogni aspettativa e convocata su una piattaforma condivisa da tutta la sinistra, compresa parte del Pd. Agire si potrebbe, assumendo finalmente questa piattaforma come base per una seria iniziativa unitaria della sinistra sociale e politica. Riprendendo idealmente il discorso interrotto proprio dieci anni fa, dopo la grande manifestazione al Circo Massimo.

Invece si tergiversa, si scantona, si preferisce campare sull'agonia della seconda Repubblica, fingendo di credere davvero che da questa crisi si possa uscire strappando alla destra qualche elemosina. Ci si illude, come ci si è puntualmente illusi in questi vent'anni a ogni effimera fiammata del conflitto. E come ci si vorrebbe illudere sulla stabilità del quadro sociale e dello scenario politico.
In realtà le cose accadono, e di questo passo potrebbe succedere letteralmente di tutto, anche di svegliarsi uno di questi giorni in un teatro greco. Con una sinistra ancora una volta in ritardo e spiazzata e, invece, una destra politica e antipolitica ben preparata. Pronta a incassare i frutti della rabbia popolare e a investirli in una nuova avventura.
Show Comments: OR