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23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

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VENEZIA

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venerdì 24 maggio 2013

La “lotta di classe” contro la gioventù

Un piccolo prezioso saggio scritto per la rivista Alfabeta2, che anticipiamo per i lettori di eddyburg ringraziandone l’autore e l’editore. La grande questione sottesa è quella del lavoro: che cosa è oggi, che cosa potrebbe essere in un presente un po’ “depeggiorato”,  che cosa dovrebbe essere domani in una società giusta. Ne riparleremo.


C' è un aspetto demografico, che riguarda il profilo e il destino della nostra gioventù, poco evocato nella discussione relativa ai problemi che bloccano ed emarginano da tempo le nuove generazioni nel nostro Paese. Esso riguarda in primo luogo il suo crescente ridimensionamento numerico. Come ha ricordato uno dei nostri più autorevoli demografi, Massimo Livi Bacci, essi sono ridotti ormai a minoranza nella composizione della popolazione italiana.[1] E nonostante questo – o forse proprio per questo – sono tenuti sempre più ai margini della vita economica e sociale. D'altra parte, tale assottigliamento delle figure giovani nelle coorti della popolazione italiana, apre scenari sociali inquietanti per il prossimo futuro, ponendo problemi di non facile soluzione per la sostenibilità economica del welfare, oltre che per l'intera struttura economica dell'Italia. Come ha rammentato di recente Giuseppe A. Micheli, l'invecchiamento crescente della popolazione, il prolungamento della durata della vita media, l'allungamento della fase di inabilità fisica degli anziani, non solo sono destinati a pesare con la loro improduttività sulla distribuzione del reddito, ma verranno a gravare sul lavoro e sulla cura di una sempre più assottigliata base di giovani e di adulti.[2] Sempre meno giovani dovranno prendersi cura di un numero crescente di anziani, che tendono a vivere più a lungo e con sempre minore autonomia. Si tratta, com' è evidente, di un fenomeno storico assolutamente nuovo nella vicenda millenaria della popolazione umana, che ha sempre potuto contare su famiglie relativamente numerose per sostenere e aver cura degli anziani. Molti figli per il sostegno a due genitori e a qualche nonno. Senza dire che “sorella morte” giungeva alquanto per tempo, impedendo l'allungarsi della fase temporale nella quale gli anziani perdono autonomia e hanno bisogno di essere assistiti. Dunque oggi abbiamo di fronte una tendenza inesorabile, che si proietta sinistramente sull'avvenire prossimo delle nuove generazioni, a cui nel frattempo si toglie possibilità di lavoro, reddito, progetti di vita. La dinamica in corso nel rapporto tra le generazioni – che certo in Italia è più marcata che altrove – rivela dunque un altro e per certi aspetti inedito fenomeno di insostenibilità, che si aggiunge alle molte altre del nostro tempo e che insiste sulle figure più deboli della gerarchia sociale. Uno squilibrio ormai paradossale, direttamente dipendente dalla disuguale distribuzione del reddito, frutto, per una parte consistente, della Grande Superstizione che per trent'anni ha visto nel mercato il Primo Mobile, regolatore supremo di tutte le dinamiche sociali.

La disuguaglianza tra le generazioni è infatti una articolazione della più generale disuguaglianza tra le classi sociali che si è venuta consolidando negli ultimi decenni. Uno squilibrio nei redditi, nelle condizioni di vita, nella formazione, nelle opportunità, nella mobilità sociale che non ha confronti nella storia contemporanea recente e che è alla base dell'infelicità esistenziale diffusa e crescente nelle società ricche[3].

Si tratta di un fenomeno, che la crisi attuale ha senz'altro esasperato, ma le cui origini sono più lontane nel tempo, e provengono in maniera evidente dallo smantellamento del welfare avviato e perseguito dalle politiche neoliberiste. Ricordo a questo proposito che, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, esattamente una frattura tra generazioni segna un mutamento d'epoca e perfino dell'immaginario nazionale. Ed è un evento storico che si verifica, dopo quasi un decennio di deregulation reaganiana. Nel 1990, infatti, la National Association of State Board of Education dichiarò, senza mezzi termini : «Mai prima una generazione di teenagers americani è stata meno sana, meno curata, meno preparata per la vita di quanto lo fossero i loro genitori alla loro stessa età.»[4]

Noi ritroviamo questa frattura in altre forme e modalità ed estesa ad altri paesi ad alto reddito, e specificamente in quelli che con più sistematico zelo hanno applicato le ricette della deregolamentazione, della flessibilità del lavoro, della riduzione delle tutele. Una grande inchiesta internazionale mostra come nel 1995 i bambini che si trovavano al di sotto della linea mediana ufficiale di povertà costituivano negli Stati Uniti il 26,3 % del totale – secondi solo alla Russia di Eltsin, in preda alle convulsioni del crollo dell'URSS, con il 26, 6 % - seguiti dal Regno Unito, col 21, 2 % e dall’Italia, con il 21,2%.[5] Il nostro paese, in genere, non si perde mai un buon piazzamento quando le classifiche misurano primati negativi e arretramenti.

E l'Italia, in effetti, ha una collocazione speciale in questo processo di divaricazione di opportunità e status tra le generazioni. Sempre Massimo Livi Bacci ha ricordato – riportando dati di una indagine della Commissione europea del 2007 nell'UE a 15 – che la fonte della disponibilità economica dei ragazzi italiani tra 15 e 30 anni era per il 50% la famiglia, contro il 30% della media europea. E in Italia gli uomini adulti guadagnavano in media 2,8 volte in più dei giovani, rispetto a 2,5 volte della Francia, 1,9 in Germania [6].

Dati, questi italiani, che si inseriscono nel contesto della grave divaricazione dei redditi familiari, più volta denunciata dai Bollettini della Banca d'Italia, che ormai da tempo mostrano un 10% di famiglie ricche detenere quasi la metà della ricchezza del paese.

Come uscire da tale situazione? Tutti precipitiamo in una condizione di difficoltà quando proviamo a immaginare sentieri e percorsi alternativi, soluzioni realistiche e praticabili. Io che sono uno storico e dunque, per statuto disciplinare, dovrei occuparmi di passato, sono almeno ufficialmente il meno autorizzato ad avanzare proposte. Ma chi mi conosce sa che io non sono mai stato un animale accademico, ho alle spalle un commercio intellettuale pluridecennale con gli scienziati sociali, mi sono a lungo occupato dei problemi del Sud d'Italia e non solo come storico. Quindi credo di poter azzardare quanto meno due considerazioni di carattere generale, che, tra l'altro, proprio la mia specifica professione in una certa misura autorizzano. E di tentare, alla fine, anche qualche proposta.

Io credo che sia fondamentale la consapevolezza storica di due importanti novità che segnano la fase attuale non solo dell'Italia, ma della storia del mondo. La prima di queste è che la deregulation, il crollo dell'URSS, il dissolvimento dei partiti popolari di massa hanno dato ai gruppi del capitalismo un dominio senza precedenti sulle altre classi. Un'asimmetria di potere che crea squilibri gravi nella distribuzione della ricchezza e imballa l'intero sistema. L'idea che il libero mercato premi i migliori è rimasta sulla carta dei manuali di economia. La storia reale, in questa fase recente, ci ha mostrato, senza possibilità di dubbi, che esso premia soprattutto i più forti e accresce fino a livelli esplosivi le disparità sociali
Quindi, la via d'uscita che si cerca, non è percorribile nel breve termine, perché essa è possibile solo con una ripresa in grande stile del conflitto di classe e popolare. E non solo su scala locale, vale a dire nazionale. Anzi la scala mondiale costituisce ormai una condizione imprescindibile. Occorre infliggere sul campo sconfitte rilevanti al potere capitalistico, strappare e ridurre privilegi, governare l'enorme massa di liquidità che viaggia per il mondo, se vogliamo riequilibrare la distribuzione dei redditi. Non credo alle strategie di ingegneria giuridica e di politica economica, se esse non sono pensate come parte integrale, dispositivo tecnico di uno progetto di lotta squisitamente ed eminentemente politica. La posta sostanziale è spostare quote rilevanti di ricchezza da alcuni ceti ad altri: operazione difficilmente realizzabile con buone prediche o con raffinate analisi. Senza la forza e l'appoggio di un largo consenso popolare non si riescono a realizzare i mutamenti profondi che sono oggi drammaticamente necessari. Lo dico non con animo militante, come può apparire da questa perorazione della necessità del conflitto, ma da storico che sta ai fatti. E non solo perché Machiavelli ci ha insegnato che « li profeti disarmati ruinorno», cioé fallirono. Ma soprattutto per il convincimento che mi viene dagli esempi innumerevoli del passato. Anche dal passato prossimo. Ad esempio dall'osservazione della condotta dei partiti politici italiani negli ultimi venti anni e soprattutto dei partiti popolari di massa: una politica moderata, di semplice mediazione tra i poteri esistenti, ha prodotto solo stagnazione e divaricazione sociale crecente. Una situazione ben rappresentata dal quadro fornito dal governatore della Banca d'Italia nella Relazione del 2008: «Negli ultimi vent'anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte.»[7]

La seconda novità da segnalare, che gli economisti da tempo hanno definito come jobless growth, è la fine dell'automatismo tra crescita economica e occupazione. Il meccanismo virtuoso che ha segnato la storia della società industriali si è rotto. Il mercato, da sé, non basta più. E questo, per la verità, lo sapevamo già, almeno dai tempi di Keynes. Ma questo mercato, innervato negli squilibrati rapporti tra capitale e lavoro, nel suo avanzare tende a riprodurre le asimmetrie su cui è cresciuto, a creare accumulazione finanziaria e speculazione da un lato e marginalità sociale al lato opposto. Mentre nel frattempo appare sempre più evidente che il capitalismo nelle società mature si dibatte da ormai più di trent'anni in una sostanziale stagnazione[8] Forse siamo oggi di fronte a un approdo storico definitivo -entro limiti ambientali sempre più stringenti - che probabilmente il capitalismo non supererà mai più. E questo a dispetto dei vantaggi incomparabili di cui ha goduto nell'uso della forza lavoro e nella mobilità mondiale di merci e di capitali in tutti questi anni. Ad esempio – per tornare al nostro tema - premendo più duramente sugli strati che hanno meno potere contrattuale: soprattutto sui giovani che, «in disordine e senza speranza» - come recitava il bollettino Diaz a proposito dell'esercito austriaco in ritirata – cercano di entrare nel mondo del lavoro.

Io dunque credo che sarebbe necessario, sotto il profilo della lotta politica, della creazione di un nuovo immaginario culturale, mostrare con più forza e convinzione che la crisi attuale è il risultato di una inaccettabile ingiustizia sociale, di un grande saccheggio realizzato dai ceti dominanti. Questa presa d'atto dovrebbe costituire l'animus politico in grado di dare motivazione e forza ai movimenti popolari e alle nuove generazioni, chiamate in prima persona a rappresentare i propri interessi. Ma ad essa si deve accompagnare una nuova progettualità sociale che deve creare le opportunità di lavoro, quelle che il mercato nelle sue tendenze spontanee non riesce a generare. Sono personalmente convinto che ci sia la possibilità di creare nuovi posti di lavoro nei quali l'energia e la creatività dei giovani possa esprimersi con utilità generale per tutto il Paese. Penso alle nuove economie che si possono impiantare nelle aree interne della Penisola – oggi abbandonate e degradate – dove è possibile praticare nuovi tipi di allevamenti, agricoltura biologica, acquacoltura, industria forestale, ecc. E qui molto si può fare per creare o ampliare, soprattutto nel Sud, nuovi distretti agroalimentari. La ripresa dell'agricoltura nelle aree collinari e pedemontane non è una invocazione generica. Non solo perché in queste aree, per i tanti secoli della nostra lunga storia, a parte la Pianura padana e poche piane costiere, ha prosperato la nostra agricoltura, la fonte primaria di vita per milioni di persone. Ma soprattutto grazie alle potenzialità che essa è in grado di esprimere oggi rispetto al riduzionismo agrobiologico subito negli ultimi decenni per effetto dell'agricoltura industriale. Nel nostro Paese, in virtù della varietà d'habitat ospitate dalla Penisola, e per l'originalità della sua storia, si è concentrata la più ricca biodiversità agricola d'Europa.[9] Grazie alla straordinaria varietà di frutta, ortaggi, legumi, piante officinali – oggi presenti solo nei vivai o sopravvissuti come relitti in alcune campagne - noi abbiamo oggi la possibilità di realizzare un'agricoltura di qualità, che non è un ritorno al passato, ma una realtà economica e culturale del tutto nuova. Senza dire che agricoltura, nelle nostre terre, non significa solo produzione di beni agricoli, ma tutela idrogeologica del suolo, protezione e valorizzazione del paesaggio, questo nostro immenso patrimonio di bellezza, diffusione delle nostre cucine tradizionali, turismo, ecc.

Anche le energie rinnovabili, come è largamente noto, costituiscono occasione di nuovi lavori e nuova occupazione. Tutto il mondo dei beni culturali – dalla catalogazione dei reperti museali alla registrazione filmica del nostro immenso patrimonio – è un vasto territorio di possibilità occupazionali che occorre esplorare con creatività. E così il mondo della ricerca, non solo quella scientifica, ma anche quella umanistica, come mostrano le Maison des Sciences de l’Homme in Francia. Su questi aspetti, qui appena accennati, mi sono intrattenuto nell'ultimo capitolo del mio Il grande saccheggio, a cui debbo per brevità rinviare. [10]

Naturalmente, di fronte a questo pur sommario elenco, ognuno ha il diritto di domandarsi: ma chi prende l'iniziativa, chi avanza i progetti ? Ecco su questo punto avrei pochi dubbi. A iniziare, ad elaborare primi progetti di massima e a coinvolgere amministratori locali, giovani, imprenditori, ecc dovrebbe essere il sindacato, l'istituzione che rappresenta i lavoratori. C'è infatti un compito intergenerazionale di cui il sindacato dovrebbe in qualche misura farsi carico, almeno nella fase iniziale. Rammento, come di dovere, che il sindacato si regge in larga parte, in quanto organizzazione, grazie alle quote sindacali pagate dai lavoratori occupati, i cui figli vivono nella disoccupazione o nella precarietà. Occorre costruire un ponte solidale fra le due generazioni. Il sindacato non può limitarsi a gestire l'esistente, a rappresentare solo chi è già al lavoro, ignorando chi preme vanamente per entrarci. Ora, so bene che solo per incamminarsi su tale laboriosa strada ci vuole del tempo, sempre che ci sia anche la buona volontà politica di intraprenderla. Ma la situazione dell'occupazione giovanile, in Italia, soprattutto di quella qualificata, oggi è drammatica. Non si possono aspettare degli anni, soprattutto in un contesto di politica europea deflazionistica che deprime ogni slancio. Perciò io credo che sia necessario pensare a una misura temporanea di reddito minimo di cittadinanza da assegnare ai nostri giovani. Potrebbe, del resto, costituire una forma di sperimentazione per vedere quali effetti ha da noi una istituzione che già esiste in altri paesi d'Europa.[11]


[1] M. Livi Bacci, Avanti giovani alla riscossa. Come uscire dalla crisi giovanile in Italia. Il Mulino Bologna 2008
[2] G.A.Micheli, Persistenza, mutazioni,effetti eco: i processi demografici in un'ottica per generazioni, in G.Calvi( a cura di ) Generazioni a confronto. Materiali per uno studio, Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, Marsilio, Venezia 2005, pp.21-26
[3] Si vedano i risultati dell’'ampia ricerca internazionale, frutto di 25 anni di lavoro in comune, di Wilkinson e K. Pickett, La misura dell'anima. Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli Milano, 2009
[4] D.G. Myers, The American Paradox. Spiritual Hunger in an Age of Plenty, Yale University Press, New Haven-New York, 2000, p.10.
[5] B. Bradbury, Mäntti, “Child poverty across Twenty-five countries”, in B. Bradbury. S. P. Jenkins, J. Michlewrigt, (a cura di) The Dynamics of Child poverty in industrialised Countries, Cambridge University Press, Cambridge 2001, p.70
[6]M. Livi Bacci, Avanti giovani alla riscossa. Come uscire dalla crisi giovanile in Italia. Il Mulino Bologna 2008, p.60
[7] Banca d'Italia, Relazione annuale sul 2008, Roma 29 maggio 2009, p. 19
[8] R.Brenner, The economics of global turbolence. The advanced capitalist economies from Long boom to Long Downturn, 1945-205, Verso London-New York 2006, pp. XXV-XXVII.
[9]  P.Bevilacqua, I caratteri originali dell'agricoltura italiana, in C.Petrini e U.Volli,[10]         P.Bevilacqua, Il grande saccheggio.L'età del capitalismo dustruttivo,Laterza, Roma-Bari 2011, p. 00
[11Si vedano le recenti considerazioni in merito, giuridiche e politiche, di S.Rodotà, Il diritto ad avere diritti, Laterza Roma Bari, 2012, p. 243 e ss.
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