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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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domenica 12 maggio 2013

La città da decifrare

Con la trasparenza e accessibilità totale dei dati – scelta prima politica che tecnica – si aprirebbero sia le prospettive di smart city che di sviluppo economico per le applicazioni. Articoli di M. Sideri e A. Farkas, Corriere della Sera, 12 maggio 2013

Open Data
di Massimo Sideri

«Open + data»: due termini che stanno entrando nel linguaggio comune, ma la cui pacifica convivenza non è così scontata. Dati e numeri, dunque «informazioni» su qualcuno che in un dato momento e in un dato luogo fa qualcosa, aperti, dunque accessibili liberamente tramite la Rete. Per decenni questi due concetti hanno fatto a botte: il sostantivo informazioni era quasi l'antitesi dell'aggettivo aperte. Pensiamoci. Lo Stato silente. Il segreto di Stato. La Guerra fredda con le sue macchine di spionaggio e controspionaggio in cui nemmeno lo Stato alla fine sapeva cosa fosse vero. Nel film premio Oscar di Florian Henckel von Donnersmarck, «Le vite degli altri», gli abitanti di Berlino Est devono aspettare la fine della Ddr e la caduta del Muro di Berlino per conoscere cosa la Stasi sapesse di loro.

Ma anche venendo all'oggi possiamo trovare mille esempi di un'eterna lotta tra informazioni e loro diffusione. Pensiamo alla potenza, a tratti rivoluzionaria e a tratti distruttiva, di WikiLeaks. Se tutti i dati fossero liberi, accessibili, se le informazioni non fossero anche al centro della forza che definiamo «Potere», non ci sarebbe spazio per Julian Assange. D'altra parte una delle più efficaci definizioni di Potere l'ha data lo storico banchiere di Mediobanca, Enrico Cuccia, dicendo che il bello delle informazioni è tenersele per sé, non darle.

La storia moderna vede contrapporsi uno Stato che annovera tra i suoi compiti la «difesa» del dato e dall'altra il cittadino che non ha quasi il diritto di sapere la verità, almeno non tutta. La filosofia del «meglio che non sappiano» è stata uno dei valori condivisi delle scuole di politica del Novecento. Ora la gara App4Mi, lanciata dal Comune di Milano in collaborazione con Corriere e Rcs, può essere un punto di incontro di buone volontà. Una nave rompighiaccio. L'amministrazione locale che usa la Rete come luogo di trasparenza con i suoi Open data. E lo sviluppatore cittadino che li trasforma in app, rendendoli fruibili e utili dopo averli strappati a una massa accessibile di informazioni che però, se lasciata disordinata, può produrre un fastidioso rumore di fondo.

Molto c'è ancora da fare. Secondo un rapporto presentato al recente Festival del giornalismo di Perugia da il Diritto di sapere e da Access Info Europe con l'esplicativo nome «The Silent State», risulta che nel 77 per cento dei casi di specifiche richieste alla Pubblica amministrazione inviate da giornalisti e blogger le informazioni non sono state fornite (con buona pace del decreto trasparenza). Nel 65 per cento dei casi gli uffici amministrativi non si sono degnati nemmeno di rispondere.

Ma anche dal punto di vista commerciale immaginiamo come stia cambiando il «Potere», anche qui, delle società specializzate in sondaggi e proiezioni con gli Open data e i Big data (per chi non avesse chiara la distinzione possiamo dire che i due concetti-movimenti culturali sono cugini: con Open data si fa riferimento alla massa enorme di informazioni sulla nostra vita in società, dai rifiuti alla mobilità, controllate dai soggetti locali e nazionali della Pubblica amministrazione. Con Big data ci si riferisce invece alle informazioni detenute dal settore privato: banalmente, pensate a tutti i dati sugli accessi a Internet immagazzinati da Microsoft, Cisco, Ibm, Apple, Facebook e Google, oppure a quelle in mano agli operatori telefonici, tanto per fare degli esempi). Ci sarà un momento in cui anche l'Istat, così com'è oggi, diventerà obsoleta.

Ora — a.D. 2013, era della socializzazione di massa e del dibattito infinito sulla Rete — siamo maturi e pronti per sapere. In questo senso quello dei dati aperti ha una natura ambivalente che solo alla fine del percorso si dissolverà: da una parte è una nuova forma di politica, soprattutto locale, una politica di trasparenza per amministrazioni illuminate e moderne di città come New York e Londra ma anche Milano, Firenze, Roma. Dall'altra è un movimento culturale che spinge dal basso, una nuova forma di cittadinanza.

Che però corre il serio rischio di restare una battaglia potenziale, un diritto latente più che un risultato. La massa è nemica della trasparenza, avere accesso a tutto vuole dire in sostanza non sapere nulla. Stiamo parlando di terabyte di dati in continua evoluzione. Fiumi di fogli Excel senza capo né coda.

Ecco che per permettere a questa corrente sotterranea di cambiare le nostre vite quotidiane abbiamo bisogno della forza creatrice degli sviluppatori. La storia di Max Stoller e della sua DontEat.at (vedi nella pagina a fianco) ne è l'emblema pratico. E adesso App4Mi — come gli altri di questo genere che, speriamo, seguiranno — permetterà di trasformare quei papiri digitali di dati in servizi utili sulla mobilità, l'Area C, la raccolta dei rifiuti, la sanità. Creando, punto non secondario, posti di lavoro. L'Unione Europea, in maniera lungimirante e moderna, ha appena risolto l'equivoco: gli Open data possono essere usati per finalità commerciali, per creare imprese, fatto salvo il rispetto della privacy. I dati aperti possono essere una nuova forma di elettricità. Ma gli sviluppatori con le loro idee saranno le (nostre) lampadine.

E Bloomberg sbucciò la Grande Mela
di Alessandra Farkas

Per anni, nel pieno della notte, molti ristoratori della Grande Mela hanno riversato illegalmente tonnellate di olio da cucina usato nelle fognature del loro quartiere, intasando più della metà dei tubi di scarico dell'intera città. Come stanare i colpevoli? Il mistero, degno di uno Sherlock Holmes moderno, è stato svelato dalla Geek Squad messa in piedi dal sindaco di New York Michael Bloomberg nell'Ufficio Municipale di fronte al ponte di Brooklyn.

Dai cubicoli stipati di scartoffie, computer e dossier digitali nel cuore dell'Office of Policy and Strategic Planning, la nuova task force ha passato al setaccio per giorni i dati dell'agenzia incaricata di certificare che tutti i ristoranti newyorchesi abbiano un servizio per l'asportazione dell'olio usato. Con pochi e veloci calcoli, raffrontando la lista dei ristoranti sprovvisti di rimozione dei rifiuti con i dati territoriali delle tubature intasate, il team è riuscito a fornire agli ispettori nomi e indirizzi degli esercizi sospetti.

L'asso nella manica? I cosiddetti Open data: strumenti ormai indispensabili per i geni informatici che hanno compreso come i dati liberamente accessibili a tutti, privi di brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione, oggi sono uno strumento cruciale al servizio delle amministrazioni pubbliche e dei privati cittadini, per risolvere gran parte dei loro problemi e migliorarne la qualità della vita.

Richiamandosi alla più ampia disciplina dell'open government, la dottrina in base alla quale la Pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, la Geek Squad di Bloomberg ha usato gli Open data per smascherare i negozi che vendono sigarette di contrabbando, accelerare la rimozione degli alberi abbattuti lo scorso ottobre dall'uragano Sandy, indirizzare gli ispettori immobiliari verso abitazioni a rischio crollo o incendio.

Grazie a Bloomberg, New York è oggi la città più digitalizzata del mondo. «La massa sterminata di informazioni che New York ha raccolto sui suoi 8 milioni di abitanti è incredibile», scrive il New York Times, «dal numero degli infarti e degli incendi nei condomini alle denunce per scarafaggi e rumori molesti, dalle auto in sosta vietata agli evasori fiscali, dai voti degli studenti alle preferenze degli anziani nei trasporti pubblici».

«Il rapporto tra i newyorchesi e la loro amministrazione è molto profondo», teorizza il capo della Geek Squad Michael Flowers, «e quella relazione è immortalata in un oceano di dati». Ad agevolare la continua raccolta di informazioni sono innumerevoli app, gratuite e a pagamento, per pc, smartphone e tablet, che consentono ai newyorchesi e ai turisti di destreggiarsi tra i numerosi servizi e attrazioni della Big Apple.
Vuoi sapere quando arriverà il prossimo treno della metropolitana? Cerchi un appartamento a basso costo a Soho? Hai un'emergenza medica alle 3 di notte? Sogni una prenotazione da Red Rooster, il famoso ristorante di Harlem frequentato dagli Obama? La risposta a migliaia di domande come queste è letteralmente a portata di mano: basta consultare sul proprio cellulare l'app più adatta al caso.

Le app gratuite messe a disposizione dal comune di New York sono infinite. C'è NYC Way, pacchetto gratuito di 60 applicazioni promosso da Michael Bloomberg, che, tra le altre cose, consente ai turisti di conoscere gli eventi gratuiti della città, gli indirizzi di farmacie e uffici postali. E Don't Eat.at che, collegandosi agli Open data sulle ispezioni pubbliche, avverte gli avventori di darsi alla fuga quando entrano in un ristorante dove vi sono state violazioni delle norme igieniche nelle cucine.

Quest'ultima app, creata dallo studente della NYU, Max Stoller, si è aggiudicata nel 2010 la prima edizione di NYC Big Apps Competition, la gara fortemente voluta da Bloomberg per fare di New York la prima vera Smart City Usa. «Quest'anno, grazie all'esponenziale aumento di Open data, prevediamo idee ancora più creative», ha annunciato Bloomberg lo scorso marzo, presentando la quarta edizione della NYC Big Apps Competition, «idee che aiuteranno a rafforzare il ruolo di New York come capitale mondiale dell'innovazione, oggi e in futuro».

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