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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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venerdì 31 maggio 2013

Gli estremisti pensanti e il liberismo di sinistra

«Per 20 anni privatizzazioni, deregolamentazioni e flessibilità del lavoro sono state le stelle polari della politica di tutti i governi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti». Replica a Michele Salvati, che sul sito della rivista il Mulino» stronca il libro Sbilanciamo l'economia. Una via d'uscita dalla crisi». il manifesto, 31 maggio 2013

Ringraziamo Michele Salvati, direttore della rivista il Mulino, che ha commentato sul sito www.rivistailmulino.it il nostro libro «Sbilanciamo l'economia. Una via d'uscita dalla crisi» (Laterza, 2013). Abbiamo apprezzato il suo interesse e la sua sottile cortesia nel definirlo «un'ottima rassegna su che cosa pensa l'estrema sinistra pensante» e vogliamo cogliere quest'occasione di confronto su questioni essenziali per l'economia e la politica italiana.
Michele Salvati concorda su alcune delle nostre proposte e noi concordiamo con la sua conclusione che «sono i risultati della capacità produttiva e competitiva di un Paese quelli che determinano la sua ricchezza e il benessere dei suoi cittadini». Accogliamo volentieri le sue osservazioni sui problemi della «straordinaria inefficienza del nostro sistema pubblico« che nelle nostre proposte deve assumere nuove responsabilità per guidare uno sviluppo equo e sostenibile e sull'esigenza di pensare agli «effetti imprevisti, ma prevedibili e non di rado perversi» delle politiche che proponiamo. Vorremmo replicare solo a tre questioni.
La prima riguarda «il senno del poi» che guiderebbe la nostra analisi della crisi mondiale ed europea. In realtà, le stesse cose le avevamo già scritte nel «Rapporto 2002» di Sbilanciamoci!: «I limiti delle politiche neoliberiste di questi anni sono stati resi evidenti dall'aggravarsi della recessione negli Stati Uniti (...). E' finita una lunga fase di consumi opulenti finanziati da un enorme debito delle famiglie e dalle aspettative di una crescente ricchezza grazie al rialzo delle quotazioni di borsa», mentre sull'Europa spiegavamo che «l'avvio dell'euro apre nuove margini di manovra per la politica economica europea, offre una maggior autonomia nei confronti del dollaro (...). E' un'occasione che non va sprecata inseguendo le vecchie politiche di liberalizzazione indiscriminata, riflesso condizionato del modello di globalizzazione neoliberista in Europa» (Manifestolibri, 2001, p.18).
E per quanto riguarda il declino italiano, già nel primo «Rapporto sulla Finanziaria 2001» che aprì il lavoro della Campagna Sbilanciamoci! scrivevamo che: «nell'ultimo decennio l'economia italiana è cresciuta appena dell'1,5% l'anno (...) e l'occupazione è caduta dell'1% l'anno in media. L'economia italiana (...) si è trovata in una spirale di bassa crescita, senza creazione di occupazione, incapace di modificare la propria struttura produttiva e la logica della spesa pubblica (...). Per tutti questi fattori appaiono scarse le possibilità che questo modello economico, e la politica che lo sostiene, abbiano successo nel conseguire una nuova fase di sviluppo» (Lunaria, 2000, pp.16-17). In quegli anni si parlava - ricordiamolo - di «nuovo miracolo italiano»; il boom della finanza e le promesse della «new economy» dipingevano di rosa i commenti economici. Per vent'anni privatizzazioni, deregolamentazioni e flessibilità del lavoro sono state stelle polari della politica di tutti i governi, e tuttavia questo non ha portato a quell'espansione della «capacità produttiva e competitiva del Paese» che tutti avremmo desiderato. E' un fatto, questo, che ci sembra difficile ignorare.
La seconda osservazione di Michele Salvati ci richiama al rigore di bilancio necessario a un'Italia che non può cambiare le priorità europee. Nel nostro libro non c'è alcun programma di spese folli, - e Sbilanciamoci! ha da sempre fatto proposte che prevedono un saldo di bilancio pari a zero, o accantonamenti per la riduzione del debito. C'è invece il riconoscimento che senza una ripresa della domanda - che nell'immediato non può che venire dall'azione pubblica - la nostra recessione ci porta «sull'orlo del baratro». La via d'uscita che indichiamo, nel breve periodo, è un allungamento dei tempi del consolidamento fiscale - proposto da quattro istituti di ricerca nordeuropei di area socialdemocratica - e l'uso di risorse aggiuntive per una manovra di stimolo (...). Le risorse potrebbero venire da un prelievo ulteriore sui capitali «scudati» da Tremonti, da un accordo con la Svizzera per compensare i mancati introiti fiscali per i 150 miliardi di capitali italiani esportati illegalmente, dal ricorso a fondi della Cassa Depositi e Prestiti, dallo spostamento della tassazione dal lavoro ai patrimoni. Tutto senza modificare deficit e debito pubblico (...).
Infine, l'etichetta di libro di «estrema sinistra», seppur «pensante». Abbiamo passato al setaccio le buone idee «di sinistra», le proposte di finanzieri illuminati, imprese della «green economy», economisti liberal americani, sindacati europei, socialdemocratici di tutti i paesi, ambientalisti, verdi, associazioni laiche e cattoliche - non abbiamo citato l'enciclica di Papa Ratzinger, ma l'ha fatto il sottoscritto in un libro dell'anno scorso «Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012). E Sbilanciamoci! lavora da 15 anni con 50 associazioni di tutti gli orientamenti. Perché mettere tutto questo nel ghetto dell'"estrema sinistra»?

Forse perché è estrema in senso temporale: l'ultima che è rimasta, dopo una resa ideologica che ha affermato «la fine della storia», «il liberismo è di sinistra», «tanto non si può cambiare nulla». Non la pensiamo così: la storia non è finita, il liberismo è di destra e senza cambiare non si esce dal disastro che ci hanno lasciato trent'anni di adorazione del dio mercato.
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