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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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martedì 23 aprile 2013

Se la democrazia parlamentare segue il destino dei partiti

«È auspicabile che chi ha la responsabilità delle nostre istituzioni sia consapevole della gravità ed eccezionalità di questo momento; che sia in grado di farsi una rappresentazione corretta di questo frangente delicatissimo» La Repubblica, 22 aprile 2013
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La nostra repubblica è davanti a un bivio di grande e grave portata, quello indicato dalla crisi della democrazia parlamentare. Una crisi che segue e riflette fatalmente quella dei partiti e che si manifesta come inabilità di questi ultimi a portare a unità le opinioni diverse, al loro interno e con quelle degli altri partiti. La repubblica di Weimar cadde nel 1933 su questo scoglio insormontabile e l’esito fu tragico. Nell’Italia del 2013 si assiste ad una nuova versione della storia di ingovernabilità del Parlamento e di disfunzionalità dei suoi metodi democratici: gli accordi, i compromessi tra i partiti e la decisione a maggioranza. La crisi, già in agguato quando i partiti non sono riusciti a formare un governo dopo le elezioni di febbraio, è esplosa con l’elezione del presidente della Repubblica. Vi è un senso in questo: poiché con l’elezione del presidente i partiti sono stati obbligati a gestire direttamente il gioco politico. Non hanno potuto ritardare, non hanno potuto contare su un’autorità esterna a loro, come nel caso della formazione del governo che per costituzione è pilotata dal presidente. I partiti non sono riusciti a fare accordi, compromessi e a prendere decisioni a maggioranza.
Non vi sono riusciti per varie ragioni. In parte specifiche alla storia recente del nostro Paese, che esce da un ventennio di dominio berlusconiano che ha alimentato pratiche oligarchiche e di corruttela. Questo ha esaltato movimenti antipartitici. In parte perché i nuovi mezzi di comunicazione hanno attivato un rapporto diretto tra le opinioni correnti dei cittadini e i leader e le istituzioni, così da far credere che sia possibile fare a meno dei partiti, che si possa avere una democrazia parlamentare diretta, cioè senza la mediazione dei partiti. Per tutte queste ragioni i partiti sono deboli e si sono ulteriormente indeboliti. Erosione di legittimità ma anche di strutture e di leadership, di credibilità e di autorevolezza. Un’erosione che è stata confermata dall’inabilità a formare un governo e che è stata ingigantita da quell’accordo sbagliato che il Pd ha perseguito con il Pdl per riuscire a votare un presidente condiviso. Accordo fuori luogo che ha dimostrato come chi lo ha pensato e portato avanti non abbia davvero compreso l’Italia nella quale vive, quella che è uscita dalle recenti urne. Non ha compreso la crisi della democrazia parlamentare e si è quindi comportato come sempre in passato, quando le segreterie dei partiti decidevano e i parlamentari seguivano la disciplina di partito. Non averlo capito è stato un errore gravissimo.

E oggi si torna a sperare in Napolitano. Un fatto, questo, che conferma l’incapacità del Parlamento di uscire dalcul-de-sac nelquale si trova, e di gestire la democrazia senza bisogno di un momento verticale d’autorità. È in atto, diceva Massimo Giannini, una metamorfosi presidenzialista di fatto. Forse abbiamo bisogno di un ripensamento istituzionale poiché la frammentazione dei partiti è inarrestabile con la democrazia del web; e sarà un fatto permanente. Oggi tutta la partita politica si gioca in diretta: tra parlamento e web. Con un esito prevedibile di indisciplina, inseguimento di umori, incapacità a tener fede agli impegni dati, di fare trattattive. Solo quei partiti che dipendono da un leader forte possono essere più
disciplinati e uniti — paradossalmente il Pdl e il M5S sono più disciplinati e uniti del Pd, tra tutti i partiti il più autonomo da padri e padroni e il più esposto all’instabilità.

Il Pd è lo specchio della crisi della democrazia parlamentare. Difficile pensare a come riuscire a superare questa fase di mancanza di autorità. Ecco perché è ora importante più che mai che si comprenda il senso di questo momento critico e si agisca di conseguenza: occorre fare subito la riforma elettorale. Questa legge elettorale è lo scandalo sul quale questo parlamento ha inciampato e ogni parlamento futuro inciamperà, proprio perché esalta la frammentazione. Ma anche nel caso si giunga alla riforma elettorale non può non saltare agli occhi il fatto che se ad essa si giungerà sarà perché prima si è messo in piedi un implicito sistema presidenzialista. È auspicabile che chi ha la responsabilità delle nostre istituzioni sia consapevole della gravità ed eccezionalità di questo momento; che sia in grado di farsi una rappresentazione corretta di questo frangente delicatissimo.

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