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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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lunedì 22 aprile 2013

Ritorno all'orto (per salvare la Terra)

Il vero errore dei percorsi verso la sostenibilità ambientale è sempre quello mediatico-pedagogico: presentarla chissà perché come positivamente regressiva. Corriere della Sera, 22 aprile 2013, postilla (f.b.)

Si celebra oggi in tutto il mondo la quarantatreesima Giornata della Terra dell'Onu. La popolazione aumenta ed è proprio sull'alimentazione che il Wwf punta il dito. Anche una minima inversione di tendenza nei consumi e negli sprechi, se ripetuta per miliardi di persone, può rappresentare un primo passo verso un futuro più sostenibile. La 43ª Giornata della Terra dell'Onu, celebrata oggi in tutto il mondo, rappresenta un'occasione importante per rendersi conto dello stato di salute del Pianeta, l'unico che abbiamo.

La situazione, nonostante gli impegni, spesso solo cartacei, delle nazioni e delle organizzazioni internazionali, non appare confortante. La popolazione umana continua ad aumentare (si prevedono 9,3 miliardi per il 2050) e la concentrazione di CO2 nell'atmosfera a gennaio ha raggiunto un record di 395 parti per milione, avviando la temperatura globale (il 2012 è stato il nono anno più caldo dal 1880) verso un aumento di più di 2 gradi di media, con gravi danni, soprattutto per l'agricoltura e l'alimentazione. L'Italia, nel suo piccolo, negli ultimi venti anni ha perso il 15% della terra coltivata.
Ed è proprio sull'alimentazione di una umanità in crescita in numeri ed esigenze, che il Wwf punta il dito nell'Earth Day odierno.

La produzione alimentare costituisce infatti una delle maggiori cause del consumo delle terre emerse non coperte dai ghiacci e della perdita della loro biodiversità. L'agricoltura ha già distrutto o trasformato radicalmente il 70% dei pascoli, il 50% delle savane, il 45% delle foreste decidue temperate e delle selve tropicali; l'acqua usata per l'irrigazione assorbe il 70% di quella disponibile sul Pianeta; la sovrappesca sta portando all'estinzione numerose specie ittiche.
Se si esclude l'ultima glaciazione, terminata circa 10 mila anni fa, nessun altro fattore ha avuto un impatto tanto distruttivo sugli ecosistemi.

Ma se può risultare illusorio affidarsi solo alla responsabilità dei governi — i quali più che alle generazioni future puntano alle prossime scadenze elettorali — molto si potrebbe ottenere, in questo specifico settore, dall'impegno di tutti noi. Anche una minima inversione di tendenza nei consumi e negli sprechi, se ripetuta per miliardi di persone, può rappresentare un primo passo verso un futuro più sostenibile. Innanzitutto limitare il consumo di carni. L'allevamento del bestiame, sopratutto bovino, richiede ampi spazi per il pascolo ma ancor più per la produzione di mangimi, entrambi ottenuti con la distruzione di immense superfici di foreste tropicali: la stessa quantità di terreno e di acqua occorrenti per produrre un chilogrammo di proteine della carne, può consentire una produzione di proteine dalla soia otto volte superiore.

Per quanto riguarda i cibi di origine vegetale, un comportamento più virtuoso deve far preferire prodotti di stagione e di origine locale, meglio se coltivati con sistemi biologici e da orti domestici, evitando anche l'acquisto di derrate provenienti con gran consumo d'energia da luoghi lontanissimi e ottenuti spesso da colture distruttive nei confronti degli ecosistemi naturali. Inoltre, scegliendo specie ittiche non prelevate da stock troppo sfruttati — come quelli del tonno rosso mediterraneo, del pesce spada e altri — e scegliendo specie più comuni come lo sgombro, le alici, le sarde, i cefali, eccetera — si può contribuire a rendere i nostri consumi in fatto di pesce meno impattanti sull'ambiente marino. Il quale oggi è in grave sofferenza per un prelievo delle sue risorse raddoppiato negli ultimi 30 anni grazie a metodi di pesca tecnicizzati e distruttivi nei confronti della biodiversità oceanica.

Non va infine trascurato il problema degli sprechi alimentari. Secondo la Fao, un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano a livello globale finisce in discarica. In Italia, ben 108 chili di cibo commestibile sono sprecati ogni anno, contro i 99 della Francia, gli 82 della Germania e i 72 della Svezia. Anche in questo campo un comportamento più virtuoso e responsabile di ognuno di noi sarebbe molto necessario.

Postilla
Chi ha letto il breve resoconto di Pratesi ha verificato la sintesi dei problemi: un modello di sviluppo basato su sprechi e marginalizzazione degli effetti ambientali, tutto concentrato sull'approccio riduttivamente economicista che ben conosciamo quando si tratta vuoi di infrastrutture (utili per i meccanismi che innescano più che in sé e per sé), vuoi di erogazione dei servizi ecc. Per correggere le distorsioni del modello bisogna esplorare percorsi diversi, e sicuramente la riflessione storica su quanto già praticato in passato dalle società umane aiuta a capire le opportunità. Ma un conto è una consapevole riflessione storica, altro conto è continuare (come in pratica stanno facendo in tanti, in troppi, da troppo tempo) a riproporre modelli sociali del passato come se fossero la panacea ai guai del presente. Non si tratta di guardare indietro, e non è possibile guardare indietro: qualunque prospettiva del genere sarebbe respinta senza pensarci un istante dalla stragrande maggioranza dell'umanità per cui il passato, a volte anche il presente, non è certo un mito della nonnina felice, come purtroppo pensa certa borghesia d'élite (f.b.)
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