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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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sabato 27 aprile 2013

Quelle strade costruite senza pensare agli orsi

Un articolo di apparente tema naturalistico, nel quale basta però semplicemente sostituire la parola “orso” con la parola “uomo”, e capire un sacco di cose sul nostro mondo a misura di ingegnere trasportista. Corriere della Sera, 27 aprile 2013, postilla (f.b.)

Sull'autostrada Roma-L'Aquila è morto, investito da un auto, un orso maschio di 3 anni di una sottospecie (Ursus arctos marsicanus) di cui esistono meno di 50 esemplari, presenti solo nel Parco nazionale d'Abruzzo e in aree contigue. Pochi giorni fa è apparso sul web un articolo sulla biodiversità in cui il presidente di Federparchi asseriva correttamente che anche un solo individuo è prezioso per la sopravvivenza di questa sottospecie.

Non doveva essere lì quell'orso. Questo hanno detto gli uomini della Forestale e del Parco, che da alcuni anni hanno istituito un Piano tutela orso bruno marsicano (Ptobm). E invece quell'orso ha superato le recinzioni e ha continuato il suo cammino sulla carreggiata autostradale. Forse era alla ricerca di una femmina di cui aveva percepito la presenza, o si trattava di un giovane in fase di dispersione. Mamma orsa infatti tiene con sé la prole anche fino ai tre anni. A quell'età i figli si disperdono per definire un areale nel quale vivere garantendosi le risorse necessarie per nutrirsi e riprodursi. In questa fase frequentano le radure di fondo valle e coprono grandi distanze. Fatalmente l'autostrada può essere parte del loro percorso. Questo ci fa percepire come a un animale selvaggio non siano più sufficienti le istruzioni innate per sopravvivere.

L'ambiente infatti è stato profondamente modificato e si potrebbe dire che la nostra evoluzione culturale, con il suo sviluppo rapidissimo, ha reso inadeguate le risposte adattative della biologia. Dovremmo dunque essere noi, specie così abile nel produrre soluzioni innovative, a pensare anche alle altre specie. In realtà per l'orso marsicano lo sta facendo il gruppo «Salviamo l'orso» sollecitando misure come il mantenere sgombre da vegetazione le banchine stradali, controllare le possibilità di accesso e abbassare ulteriormente i limiti di velocità. In queste ore anche l'assessorato abruzzese all'Agricoltura sta adottando misure per attribuire responsabilità e funzioni in materia di prevenzione di incidenti di questo tipo, che dovrebbero essere rarissimi in una nazione che ha cura della propria fauna. Accade troppo spesso di sentire alla radio avvisi sulla presenza di animali sulle carreggiate. Sarebbe bello un giorno apprendere di automobilisti fermi in colonna ad assistere, silenziosi e ammirati, al lento passaggio di un orso. Un bel risultato per lui e per noi.

Postilla

C'è un classico cartone animato con l'orso che va in letargo, e quando si sveglia scopre che la sua caverna è stata circondata dalle corsie di una superstrada, di qui e di là fabbriche e centri commerciali ecc. ecc. Un cartone tradizionalmente “antropomorfo”, come la lettura che suggerisce questo articolo di Danilo Mainardi: anche sulla dimensione territoriale vasta esiste una questione che potremmo definire, col temine coniato da Hans Monderman, dello spazio condiviso: non corsie riservate e segregate per questo e quello, ma una regolata e civile convivenza, dove l'uno concede qualcosa all'altro guadagnandoci nello scambio. Ovvero superare l'idea meccanica della città globale, costruita ciecamente da ingegneri secondo il modello stigmatizzato già de Fritz Lang negli anni '20 del secolo scorso, coi loro Tav che non vanno da nessuna parte, e compagnia bella. Un'ottima metafora dello slogan Occupy: perché decide sempre quell'1%? (f.b.)
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