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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 7 aprile 2013

Lo specchio della nostalgia

Obbligare i migranti a omogeneizzarsi alla società che li accoglie o riconoscere che essi la modificano?. Gli italiani dovrebbero saperlo, per averlo vissuto, A proposito di un numero della rivista Meridiana. L’Unità online, blog “città e città”, 7 aprile 2013
Diritto alla mobilità non è solo questione che riguardi i trasporti pubblici. Più che un diritto, anzi, è una pratica. Pratica antica, antichissima. Nonostante l’imbarbarimento indotta dalla Lega, c’è ancora chi studia le migrazioni, mondiali e nazionali. Delle migrazioni nazionali parla il numero 75 di  Meridiana, , rivista di storia e scienze sociali edita da Viella. Introdotti dallo storico Michele Colucci, dei viaggi della speranza parlano economisti come Luciano Barca e Maurizio Franzini, demografi come Corrado Bonifazi e Frank Heins, sociologi come Rocco Sciarrone, Michele Triglia e Michele Nani, statistici come Enrico Tucci.

Dalle storie delle domestiche friulane, dei manovali calabresi, degli artigiani veneti si potrebbe leggere con più accuratezza alcune differenze regionali, prodotte da emigrazione e immigrazione interna. Si potrebbe, se si riuscisse a sgomberare la vulgata antimeridionale e guardare i fenomeni con occhi chiari, così come fa questo volume. Non nascondendosi che di un lavoro di ricerca di tratta, e il lavoro sulle migrazioni e sugli effetti che hanno prodotto nelle diversità territoriali è ancora lungo e non facile.

Stella polare della ricerca, una frase di Franco Ramella: “Un’idea molto diffusa negli stidi è che gli immigrati devono adattarsi alla società che li accoglie, che è quindi pensata come qualcosa di strutturato indipendentemente dagli individui che la compongono. L’ottica qui adottata rovescia questa impostazione: il problema che nasce è come gli immigrati rimodellano la società in cui arrivano”.

Perché si parte? Perché si torna? A indagare un difficile percorso, irto di rimossi, è il saggio di Anna Morello. Che usa le testimonianze orali di un gruppo di emigrati siciliani tornati al paese. Per scelta o per sconfitta, è fortissimo il dolore che nascondono le parole semplici, è dirompente la testimonianza e la sua interruzione, il rifiuto di ricordare: “a voltarsi indietro non c’è niente che vada bene, o molto poco – scrive Morello – uno la può raccontare come vuole, è andata come è andata, ma non è andata bene, inutile negarselo. E appena la racconti, la vita diventa realtà, è tua e non di altri. Come il successo e il fallimento, gli hai dato un nome e ora sono veri. Ti appartengono”.

Per le donne c’è un di più, l’emancipazione rimpianta una volte tornate indietro, l’uguaglianza con tedeschi o americani, il sentirsi attivi e dentro la società. Una volta in pensione e al paese, si torna alle abitudini di prima, l’uomo all’osteria o al bar, la donna a sfacchinare in casa.

Sono sempre due le vite che si raccontano, quella vissuta e l’altra, quella che si sarebbe vissuta se non si fosse partiti in cerca di una vita migliore. Chissà: ma se pure si riesce a dargli parola, il conflitto tra le due vite è continuo. I matrimoni mancati o spezzati, i figli lasciati in terra straniera, i genitori comunque perduti, la forza dell’essere pionieri. Un gioco di specchi infinito, la nostalgia qui e là, irredimibile.

Bisognerebbe leggerne di più di queste testimonianze, di queste storie. E, a guardar bene, ci si troverebbe magari una koiné, un linguaggio comune con le storie che raccontano, a fatica e con frasi spezzate, i migranti stranieri in Italia. La stessa fatica, lo stesso dolore.
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