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Il 23 settembre Edoardo Salzano ci ha lasciato. La commemorazione laica si è tenuta mercoledì 25, alle ore 15, presso la sede di Ca' Tron dell'Università IUAV di Venezia, Santa Croce 1957. Dalle 12 alle 14 abbiamo dato l'ultimo saluto a Eddy, presso la camera ardente dell'ospedale civile di Venezia.

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VENEZIA

giovedì 25 aprile 2013

Lo scorpione suicida nella tela del ragno

Aspettavamo da qualche giorno il commento dell'immaginifico  e acuto penalista, fine conoscitore dell'animo umano e di quello dei politici. Eccolo finalmente. La Repubblica, 25 aprile 2013

Tutto possiamo dire, meno che le vie della politica italiana siano imprevedibili: è storia naturale, quindi vigono serie causali fisse; animali umani evoluti, invece, reinventano il mondo (appartiene a tale quadro l’etica). Politicanti spesso garruli ripetono trame con cieco automatismo, come nella favola dello scorpione: la rana era diffidente ma l’ha persuasa a portarlo sull’altra riva; non abbia paura; se la pungesse, morrebbe anche lui annegando; e la punge; «perché, sciagurato?»; «è la mia natura». La storia politica recente offre esempi. Diciassette anni fa il centrosinistra forma un governo presieduto da Romano Prodi, ma l’ex comunista M. D’A. ha l’Ego smanioso, quindi non tollera posti in seconda fila ed escogita pro se ipso un podio alternativo, più importante, a due Camere, che rifondi lo Stato, quasi la Carta fosse da buttare, il tutto in stretto dialogo con lo sconfitto. Tale partnership lo riqualifica: era figura molto equivoca; emergono sfondi delittuosi. Gli hanno garantito l’impero mediatico ed è notizia corrente che sotto il centrosinistra le sue entrate crescano del 2500%. Lo credevano innocuo, illusi d’approfittarne, non sapendo quanto sia furbo. Sulla questione giustizia geniali riformatori esumano proposte marchiate P2. Dura 16 mesi la commedia bicamerale (5 febbraio 1997-9 giugno 1998), finché sentendosi forte, s’alza dal tavolo con tanti saluti. Quattro mesi dopo cade il governo e con i pochi voti precariamente forniti dal funesto pasticheur Cossiga, il Bicamerista s’insedia a Palazzo Chigi, restandovi fino al 17 aprile 2000. Re Lanterna era de facto egemone. Nella XIV legislatura regola affari suoi, sconfitto d’una minima misura dal solito Prodi, il cui governo ha vizi congeniti e dura poco. Riportato al potere da una maggioranza straripante, riduce l’Italia in stato agonico, costretto a dimettersi, e non lo vedremmo più in politica se le Camere fossero sciolte, come la congiuntura richiedeva, invece sopravvive sotto la tenda d’un governo cosiddetto tecnico, sfiorando il quarto en plein elettorale.

Tali i precedenti quando le Camere eleggono il presidente della Repubblica. Pierluigi Bersani, liquidatore del partito, sottopone dei nomi al redivivo: nell’elenco figurano il Bicamerista e un carissimo convertito, illo tempore temibile persecutore in toga rossa; scelga. Temendo i franchi tiratori, lui pesca il meno visibile sindacalista democristiano, uomo sicuro: paragonava l’Italia 2013 alla Germania 1933, nella morsa degli estremismi; ed è candidatura strumentale alla union sacrée.

I vertici sono d’accordo ma il candidato affonda al primo colpo, 18 aprile (in piena guerra fredda, 65 anni fa la Dc sbaragliava un socialcomunista Fronte del popolo). L’indomani mattina coup de théatre (Capranica): l’assemblea degli elettori, unanime, sosterrà Prodi dal quarto turno, dove bastano 504 voti. Svanito l’accordo omertoso, i berluscones piangono, ringhiano, tumultuano. Prodi incute paura. L’occasione cade dal cielo: votandolo (era uno dei loro candidabili) le Cinque Stelle possono entrare nella partita con peso determinante; Giolitti non esiterebbe, a fortiori Cavour, ma i pentasiderei dipendono da un oracolo, la cui parola d’ordine è «usque ad finem, Stefano Rodotà», candidatura prestigiosa con poche effettive chance. Se vogliono stravincere, sbagliano: fallendo l’atout Prodi, lo stralunato, discorde, confuso Pd cade nella rete berlusconiana; e se l’obiettivo fosse mandarlo lì (guerra senza quartiere, finché non resti un solo nemico in piedi), lo scenario sarebbe paranoico. Era finta unanimità: il Bicamerista non perdona; e verso sera tiratori occulti colpiscono 101 volte su 496, inaudito exploit balistico. Re Lanterna canta al microfono.

Così, la puntura dello scorpione e stelle cieche gli consegnano l’Italia. Con 738 voti (ne mancano solo 48) l’uscente Giorgio Napolitano rientra al Quirinale, subentrando a se stesso: predicava «larghe intese » e veglierà affinché gli operai non sgarrino; torniamo al re mandante del governo, come chiedeva Sydney Sonnino, rovinoso uomo d’ordine (Nuova Antologia, 1 gennaio 1897). Le televisioni colgono atmosfere da banchetto funebre. Oracoli dell’opinione moderata manifestano euforica partisanship, come se il Pdl fosse un Port Royal dove solitari gentiluomini coltivano intelletto e anima. Non s’era mai visto un suicidio così freddamente consumato. In 72 ore il Pd ha vissuto tre “enantiodromie” (salti nell’opposto).

Giornate simili richiedono stomaco forte: esponenti Pd, orgogliosi d’esserci, nemmeno avessero salvato la patria, declamano antifrasi, eufemismi, tartuferia; volano fumi d’incenso e salmi, «magnificat anima mea Magnum Senem Neapolitanum». Enrico Letta sorride sentendosi qualificare presidente del Consiglio in pectore: con parole e occhiate gravi denuncia germi d’eversione (lo stesso allarme mugola B., famoso pirata); vuol male al paese chi subodora accordi loschi. L’altro candidato naturale è Giuliano Amato, puntuale Jack in the box

nelle curatele fallimentari governative. L’effettivo vincitore tripudia, avendo mille e uno motivi: solo a Rutulia le mummie risorgono trionfalmente; a parte la smisurata ricchezza, era un relitto, ormai preso sotto gamba anche dai cortigiani. Il Quirinale e avversari inetti lo risuscitano. Quanti bocconi amari inghiottiranno i vessilliferi d’una sedicente sinistra: l’Olonese immune e padrone anche nello Stato; honny soit chi nomina i conflitti d’interesse; corruzione a man salva; pubblico ministero governativo, macchina penale politicamente selettiva, ecc. Il governo dura finché lui voglia, e irresistibile protagonista, comanda le urne avendo sotto mano soldi, laboratorio mediatico, poteri statali. Gli viene utile un Pd vassallo (figura ingloriosa ma comoda, porta ministeri, sottogoverno, prebende, pensioni). Restano difficoltà insolubili, perché la sventura economica ha cause organiche nel malaffare del quale è patrono: a lungo termine la catastrofe appare inevitabile ma col trucco mediatico il nero diventa bianco, né Silvius Magnus instaura tempi lunghi; l’età pesa anche sui caimani. Après lui, le déluge. Al diavolo chi verrà.

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