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domenica 21 aprile 2013

Il risultato delle elezioni secondo "il manifesto"

Non certamente un golpe, ma di sicuro una vergogna, una resa. «Da oggi l'Italia non è più una democrazia parlamentare». E' anche il parere di Norma Rangeri e Marco Revelli. Il manifesto, 21 aprile 2013


SINISTRA ANNO ZERO
di Norma Rangeri 


Non scherziamo con le parole. Nessun «golpe» è in atto. E al presidente della Repubblica va riconosciuto il gesto di generosità compiuto nell'accettare la sua ricandidatura dopo aver resistito a questa scelta. Non solo per questioni anagrafiche ma perché certo non gli sfugge come la sua rielezione significhi la perpetuazione di un'anomala funzione di supplenza. Del resto già esercitata oltre misura con lo stato d'eccezione che il paese ha vissuto con il governo Monti.

Oggi dobbiamo sopportare un altro grave strappo "presidenzialista". Un Capo dello Stato che torna a farsi eleggere inaugurando il secondo mandato, stressando la tenuta del sistema democratico: un unicum nella nostra storia. La Costituzione sarà sottoposta a ogni possibile (e purtroppo anche probabile) involuzione antidemocratica.

E' l'ultimo atto di un copione che ha molti autori e un protagonista assoluto. Se siamo giunti a questo bel risultato dobbiamo ringraziare il gruppo dirigente del Pd. Ridotto a una brutta copia delle tribù democristiane, con il vertice decapitato, il Pd porta la responsabilità di aver procurato al paese, e alle sue istituzioni rappresentative, non il vituperato «stallo», ma un precipizio politico, vibrando una mazzata (un'altra) alla credibilità della politica e del Parlamento. Con il contributo di molte, autorevoli, complicità siamo ora traghettati da un governo a un altro in fotocopia (predisposto dall'incubazione del gruppo dei saggi), già benedetto dalle gerarchie d'Oltretevere. Monti, Maroni e Berlusconi ne costituiranno il patto di sindacato, con i reduci del Pd relegati al meritato ruolo di consiglieri onorari. Le destre d'ogni provenienza, torneranno in campo con rinnovata forza, per stringere ancora le maglie dello stato sociale, per confermare l'austerità montiana, per frantumare la coesione nazionale. Il Pd (e tutta la sinistra), non ha la credibilità, né la forza per farsi interprete dell'onda lunga della rabbia popolare. È Grillo, insieme a Berlusconi, il vincitore di questa brutta partita. Sciolto da ogni responsabilità grazie alla dissennata condotta, politica e parlamentare, del Pd, ora il beniamino delle piazze può veleggiare verso quel terribile «cento per cento» rivendicato per il suo non-partito alle prossime elezioni.
In mezzo, tra un populismo cieco e un governo di larghe intese, c'è un'Italia stremata sulla quale infierire.



PRESIDENZIALISMO DI FATTO
Non e' un golpe, è una resa

di Marco Revelli 
Da oggi l'Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c'è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando.

E se la prima volta poteva apparire ancora "umana", la seconda volta - con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità - è senz'altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C'è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale. Una cronicizzazione dello stato d'eccezione. Una sospensione della forma di governo... Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori. D'ora in poi - e in un momento socialmente drammatico - Governo e Piazza verranno a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi in mezzo, senza corpi intermedi per la banale ragione che il principale strumento di mediazione, il partito politico, si è estinto in diretta, travolto dalla propria incapacità di mediare non più, ormai, gli interessi e le domande di una società abbandonata da tempo ma le proprie stesse tensioni interne, le contraddizioni tra le sue disarticolate componenti. Di questo è morto il partito democratico: della sua incapacità a contenere la spinta centrifuga dei propri interiori furori, degli odii covati per anni, delle idiosincrasie personali (rispetto a cui, diciamolo sinceramente, un voto per Rodotà avrebbe costituito uno straordinario antidoto e il segno di una possibilità di cura). Né si può dire che il Pdl sia mai esistito come partito, incentrato com'è sulla esclusiva figura del suo leader e sulla difesa dai suoi guai giudiziari. Dopo questa ostentazione pubblica di dissennatezza e incapacità non basterà nessun accanimento terapeutico, nessun appuntamento tardivo o attesa di una figura salvifica per rimediare al rogo simbolico della residua capacità operativa del Pd e in generale del centro-sinistra. Così come non sarà sufficiente un'estemporanea cooptazione nei giochi di potere del Pdl con relativi cespugli per assicurargli una qualche capacità di «controllo sociale». Anzi, lo vedremo sempre più spesso soffiare sul fuoco. Il rischio che la crisi italiana, contenuta finora entro le sponde imprevedibilmente solide della dialettica elettorale, entri in una fase esplosiva è terribilmente alto. E non si riduce proclamando coprifuoco tardivi. Né maldestri tentativi di abbassare la pressione con betabloccanti predicatori, ma con un surplus di partecipazione. Favorendo, con tutti i mezzi legali disponibili, una collettiva presa di parola capace di surrogare in basso il vuoto di senso generatosi in alto.

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