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Le barbarie di una nuova shoa

Le barbarie di una nuova shoa
Negli ultimi anni sono morti nel Mediterraneo almeno 15.000 migranti. E continuano a morire, anche se, allontanate le ONG, cade il silenzio su una strage continua, atroce, senza pietà neppure per i bambini. Il ministro della malavita però non si accontenta delle vite spezzate e del successo dei suoi slogan feroci. Vorrebbe di più. Per ogni vita strappata alla morte 5.000 euro di multa comminata ai salvatori. In un paese che alza muri, in città che si chiudono ai diversi, trattandoli come scarti dell’umanità, occorre ribellarsi prima che la barbarie di una nuova shoa diventi la specificità intollerabile di questi tempi feroci. (m.c.g)

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domenica 14 aprile 2013

Le città invivibili che separano i ricchi e i poveri

Il nuovo libro di Bernardo Secchi, “La città dei ricchi e la città dei poveri”, affronta a modo suo il tema dell'urbanizzazione mondiale diventata «potente macchina di sospensione dei diritti dei singoli e di loro insiemi». La Repubblica, 14 aprile 2013 (f.b.) 

Nel 2001 erano sedici milioni gli americani che vivevano in gated communities. Cioè in quartieri recintati, vigilati, dotati di sorveglianza video e strutturati al loro interno come un’enclave, fornita di regole di comportamento e di funzionamento. Il 5,9 per cento delle famiglie americane. Una specie di circolo canottieri, se non fossero pezzi di città. Questo accadeva, e accade, negli Stati uniti, ma non è difficile trovare gated communities in Europa e anche in Italia. Più o meno blindati e tecnologicamente attrezzati, da noi sono spesso avvolti in una nebulosa retorica ricca di parole-feticcio come sostenibilità oppure ecocompatibilità.

Sono questi alcuni esemplari forme della città per ricchi citate da Bernardo Secchi, fra gli urbanisti italiani più intellettualmente curiosi e sensibili agli apporti di altre discipline. Il suo nuovo libro (La città dei ricchi e la città dei poveri) si iscrive autorevolmente nelle riflessioni sulla disuguaglianza crescente e che nel mondo un po’ è causa della crisi economica, un po’ ne è aggravata. La disuguaglianza si misura con i redditi, con l’accesso al sapere e anche nello spazio, nel modo in cui si struttura la città. Compito degli urbanisti sarebbe quello, scrive Secchi, di analizzare la città sotto questo profilo e di immaginare quali interventi, di architettura oppure di pianificazione, possano — auspica l’autore — ridurre le disuguaglianze.

Aumentano invece le tensioni verso la separazione. È un processo di lunga durata, un trentennio che incrocia le pulsioni individualiste, le attitudini al far da sé, a costruire gusci impenetrabili. Le forme dell’abitare hanno incorporato e reso visibili questi atteggiamenti. In Italia è stata battezzata la “città diffusa” (dall’urbanista Francesco Indovina), la città che si espande disordinatamente nei terreni un tempo agricoli e che si sovrappone (in Veneto, per esempio) alla maglia della piccola proprietà fondiaria, trasformando casali in villette e stabilimenti. Ad Anversa i ricchi si sono anche loro trasferiti nella “città diffusa” della North Western Metropolitan Area, lasciando agli immigrati il centro, a sua volta diviso come un puzzle dalle diverse comunità etnico-religiose.

È un fenomeno diverso, avverte Secchi, dallo sprawl, la dispersione abitativa tipicamente americana. Anche se sono modelli d’oltreoceano che producono la crisi del modello abitativo tipicamente europeo — Movimento moderno e socialdemocrazia insieme — costruito proprio sul tentativo generoso e spesso illusorio di ridurre disuguaglianze e separazione: modello realizzato nelle città del nord, da Stoccolma ad Amsterdam, e appena abbozzato in Italia, dove di edilizia pubblica se n’è fatta poca e quasi subito la si è lasciata deperire, neanche fosse affetta da un maleficio. La città, scrive Secchi, è stata da sempre, dagli albori della civiltà urbana, ormai cinquemila anni fa, lo spazio dell’integrazione sociale e culturale. Dell’innovazione e dello scambio.

Negli ultimi decenni del ventesimo secolo questa dimensione è andata sfibrandosi. È sorta una nuova questione urbana, che la politica e la scienza urbanistica stentano a riconoscere. La città è diventata «potente macchina di sospensione dei diritti dei singoli e di loro insiemi». Una potente macchina che ha fatto appello in primo luogo all’ideologia del mercato, in grado di regolare — si supponeva — tutti i processi di formazione e di trasformazione della città — ma il mercato in questi frangenti si chiama speculazione edilizia. E, in secondo luogo, a una retorica, quella della sicurezza, per cui il tessuto urbano doveva perdere ogni carattere di permeabilità e di porosità. E doveva proteggere e segregare.

Ma quali sono i dispositivi, come li definisce Secchi, che rendono una città più o meno egualitaria? Uno spazio verde è luogo di socialità e di integrazione, ma, distorcendolo, può essere concepito persino come cuscinetto di sicurezza per una gated community. Potente fattore di integrazione è un sistema di trasporti che interpreti il concetto di accessibilità come vero diritto alla città. L’importante, segnala Secchi, è che l’urbanista quando disegna parti della città sia guidato dalla «continua osservazione del quotidiano» e vada a rileggersi le lezioni di Roland Barthes intitolate Comment vivre ensemble, come vivere insieme.

Riferimenti


Sull’argomento si vedano  su eddyburg: l’articolo di P. Somma”La città,luogo delle espulsioni e delle segregazioni” e gli altri scritti della medesima autrice, l’articolo “Dualismo urbano. La città della rendita e lacittà dei cittadini” di E. Salzano, i materiali delle edizioni, 2008 e 2009 della Scuola di eddyburg e i  suoi libri  (in particolare “Alla “ricerca della città vivibile”,  e “Spazio pubblico: declino, difesa, riconquista”, rispettivamente curati da I. Boniburini e F. Bottini. 
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