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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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mercoledì 24 aprile 2013

La resa neoliberista della sinistra nelle metropoli

Un libro su una fase della nostra storia recente  (gli anni della "urbanistica contrattata") sulla quale occorre ancora riflettere e discutere, anche perché è lungi dall'essere superata. Il manifesto, 24 aprile 2013
Il recente libro di Roberto Della Seta e Edoardo Zanchini, La sinistra e la città (Donzelli editore, euro 16), nonostante l'analisi impietosa sull'oblio del tema urbano nell'agenda politica della sinistra, lancia un grande segnale di speranza. I due autori sono molto competenti. Entrambi dirigenti di Legambiente, hanno vissuto in prima persona le vertenze urbane e territoriali che hanno caratterizzato la recente storia italiana. Da sempre critici nei riguardi dell'urbanistica «contrattata» che ha dominato la scena italiana - Della Seta ad esempio ha pagato con la mancata ricandidatura nelle liste del Pd le sue posizioni sulla vicenda dell'Ilva di Taranto e sulla legge sugli stadi di calcio -, i due autori non hanno però mai fatto parte del gruppo degli urbanisti «radicali» riunito nel sito di Edoardo Salzano (www.eddyburg.it) che ha contrastato in questi anni la demolizione dell'urbanistica.

Con grande onestà intellettuale il libro descrive il disastro che la cultura privatistica ha prodotto nelle nostre città: «La prima domanda da porsi, dopo venti anni di radicale deregulation in campo edilizio e urbanistico... è se questa opera di smantellamento di regole, vincoli, controlli abbia dato i frutti promessi. Ha reso le città più funzionali, più vivibili? .... La risposta è ... no».
Un'altra parte preziosa del libro interroga sulle strade da prendere per ricostruire il governo pubblico delle città. Dopo aver ricordato i meriti della cultura degli anni Sessanta e Settanta, quando si è saputo coniugare la critica dell'esistente con la costruzione dell'impianto legislativo per il buon governo delle città, Della Seta e Zanchini individuano le radici dell'involuzione culturale della sinistra nel rifiuto della città come bene comune. E ci ricordano che mentre altre importanti città europee hanno continuato pur nella fase economica neoliberista a praticare un approccio connotato da «un marcato interventismo del decisore pubblico in tutte le grandi scelte progettuali», da noi si è cancellata l'urbanistica.
La capitale d'Italia guidata dalla sinistra, ad esempio, è riuscita a inventare di sana pianta il mostro giuridico dei «diritti edificatori», inesistenti sotto il profilo disciplinare - come hanno sancito fondamentali sentenze della Cassazione -, ma che hanno spianato la strada al trionfo della proprietà fondiaria. E dalla città capitale, simbolo e guida per tutte le amministrazioni italiane, il morbo ha infettato l'Italia.
Gli autori si concentrano infine sui modi per rilanciare una nuova fase di vita delle nostre città. In primo luogo con un respiro culturalmente adeguato: «L'urbanistica italiana deve ritrovare il senso perduto della sua missione civile, recuperando il meglio, che è tanto, della sua storia anche recente e al tempo stesso evolvendo insieme ai problemi delle città». E poi con alcune «ricette». Ne sottolineo tre.
Le città come grandi cantieri di riqualificazione energetica ed ambientale, e cioè la cultura delle opere diffuse contrapposta alle grandi opere inutili. Una politica pubblica per dotare le città di reti efficienti e non inquinanti di trasporto, così da colmare il ritardo che ci separa dalle città d'Europa. Infine, una sistematica opera di messa in sicurezza del territorio. Un libro importante, dunque, perché su quegli obiettivi si dovrà cimentare una nuova cultura delle città ora che l'urbanistica contrattata ha svelato il suo irrimediabile fallimento.
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