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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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domenica 7 aprile 2013

Incubo California

Una specie di modello veneto andato a catafascio tra crisi industriale, bolla immobiliare, e in genere la fine di tutti i boom speculativi storici. Il manifesto, 7 aprile 2013 (f.b.)
Stockton è definitivamente fallita la scorsa settimana quando è diventata la maggiore città americana a dichiarare bancarotta. La città che in passato era giunta ad essere la terza metropoli californiana era poi stata immortalata da John Huston come emblema di sconfitta esistenziale in Città Amara (Fat City) , il suo film su due pugili perdenti (Stacey Keach e Jeff Bridges), prigionieri della miseria di una città in ginocchio, una distinzione sancita ora ufficialmente dai creditori che si sono rivolti ad un tribunale federale per obbligare il comune a saldare i suoi debiti. Nato a metà ottocento come campo base e centro di approvvigionamento dei minatori e avventurieri della febbre dell'oro, è in seguito stato importante scalo merci grazie al porto fluviale sul Sacramento delta, un punto di imbarco un centinaio di chilometri nell'entroterra agricolo del paniere californiano.

Una boomtown per vocazione che, nata con la speculazione «originaria» del gold rush, è rimasta legata a doppio filo alle incerte fortune della Central Valley ed ai suoi imprevedibili flussi economici, prima come centro agricolo poi come città militare grazie alla grande base navale, e infine vittima della deindustrializzazione endemica in una delle zone più depresse dello stato. Nell'ultimo decennio la città nata dal originale «boom» californiano aveva legato il proprio destino all'ultima bolla speculativa, quella immobiliare, una crescita alimentata dall'indebitamento selvaggio carburato dalle banche e da Wall Street, il cui scoppio ha avuto gli effetti più devastanti proprio negli hinterland proletari che le banche hanno bombardato a tappeto con mutui subprime rifilati a chi meno era in grado di sostenere le impennate dei tassi truffa. Così fra i 2006 e il 2007 il valore medio dell case di Stockton è sceso del 44%, e il miraggio fasullo del benessere immobiliare si è tramutato in un'epidemia di pignoramenti di casette a schiera rifilate alle schiere di disoccupati.

Il risultato è stata una deflazione drammatica ed emblematica del modello econonico a piramide invertita imposto dalla finanza agli strati più vulnerabili della società. Stockton è venuta far parte di quella «poverty belt» che stringe le periferie di Fresno Bakersfield, Modesto e San Bernardino, la fascia blue collar dell'hinterland calforniano rimasta lontana anni luce dalle new economy della costa, e bypassata dalla attuale «ripresina» basata, paradossalmente, su un ritorno di capitale speculativo nel mercato immobiliare e forse dalla ripresa della crescita dei listini di borsa. Non sono invece cambiate le cause più strutturali della crisi che si è coagulata in località come Stockton, dipendenti da comparti tradizionali agricoli, manifatturieri e di servizio.

Così dopo un secolo e mezzo di sangue e sudore, Fat City si è ritrovata terza nella classifica nazionale dell'analfabetismo e agli ultimi posti in quella del benessere della propria popolazione, in gran parte nera e ispanica, inerme come molte altre città di fronte alle forze della globalizzazione, delocalizzazione e automazione. Una situazione peggiorata da un trentennio di retorica populista antistatalista e anti-fiscale propugnata (ed esportata) dal reganismo e dal liberismo oltranzista, le forze cioè che in seguito hanno spinto l'austerity come soluzione alla crisi entropica di un'economia mutilata dalle entrate. La «tax revolt» infatti è andata abbastanza bene fin quando la crescita suppliva al minore gettito che entrava all'erario. Ma quando alla crescita effettiva si è sostituita quella finanziaria, e specie quando quest'ultima si è rivelata un gioco di specchi a base di bolle speculative, il giocattolo si è rotto e le amministrazioni pubbliche si sono ritrovate sull'orlo del baratro.

Solo negli ultimi mesi tre città californiane hanno dichiarato bancarotta; oltre a Stockton, operano in amministrazione controllata anche i municipi di San Bernadino e Big Bear, altri potrebbero seguire a breve rischiando fra l'altro la liquidità dei fondi pensione dei propri lavoratori. Né la crisi è circoscritta alla sola California. Detroit, capitale del Rust Belt e simbolo della decrescita infelice, in default economico e demografico e sommersa dai debiti, è stata commissariata dal Michigan in un estremo tentativo di aggiustare i buchi nelle strade e tenere aperte le scuole, ma sembra inevitabilmente anche lei sulla strada del «bankruptcy». Stockton ha tagliato polizia e pompieri e altri servizi pubblici, un copione adottato anche da Chicago, dove per risparmiare quest'anno hanno chiuso più di cinquanta scuole. Per evitare un provvedimento simile in California, il governatore Brown ha sponsorizzato un referendum di autotassazione di emergenza approvato a novembre. Bollettini dal fronte delle guerre del default che su entrambe le sponde dell'atlantico sono lungi dall'essere finite.
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