responsive_m

23M 2019: una marcia rivoluzionaria

23M 2019: una marcia rivoluzionaria
Il 23 marzo 2019 anche eddyburg si unisce alle migliaia di persone che scenderanno in strada per le vie e le piazze di Roma in una grande Marcia per il clima, contro le grandi opere inutili e per una giustizia ambientale. Ancora una volta sono i movimenti, i comitati, gli abitanti a rivendicare le ragioni per una rivoluzione del sistema, del modello di sviluppo in assenza di una sintesi politica capace di cogliere la svolta radicale necessaria per coniugare la salute, il benessere sociale, la salvaguardia del nostro pianeta terra e delle specie che lo abitano e i diritti umani. (i.b)

INVERTIRE LA ROTTA

FARE SPAZIO ALLE ATTIVITA CULTURALI

VENEZIA

DAI MEDIA

venerdì 19 aprile 2013

Il mondo fuori e il mondo dentro

«Il metodo Bersani-Berlusconi ha fallito, i cinquanta giorni di inutile attesa hanno partorito un cadavere» Domani è un altro giorno. La Repubblica, 19 aprile 2013

Cosa state facendo?, chiedono i segretari del Pd dell’Emilia Romagna che provano a redigere un appello, quelli di Roma che avvisano che così dovranno chiudere i circoli, i Giovani Democratici che manifestano davanti a Montecitorio e hai voglia a dire che sono infiltrati, che sono proteste organizzate. Basta uscire e guardarli negli occhi, parlarci un momento per capire chi sono. Basta ascoltare le parole del presidente della Camera Laura Boldrini, che si concede il tempo di un caffè alla buvette: «Abbiamo dovuto mettere il filtro alla parola Rodotà nel sistema informatico di Montecitorio. Sono arrivate duecentomila mail in poche ore, il sistema è andato in tilt due volte». Basta sentire la pensionata di Venezia che pretende di entrare, «ho mandato un fax molti giorni fa, il mio nome dovrebbe essere in lista », la signora Lombardo, elegante e gentile, che dice: «Non capisco, davvero, cosa stia succedendo ». Il decano dei commessi che le spiega che oggi no, oggi non può entrare, scuote la testa e ricorda di quando vide in una saletta al primo piano di Montecitorio Andreotti e Forlani farsi i complimenti «e poi elessero Scalfaro», solo che Forlani fu impallinato da una manciata di franchi tiratori, non da duecento come accade oggi a Marini: la metà del Pd che non sta ai patti.

Il metodo Bersani-Berlusconi ha fallito, i cinquanta giorni di inutile attesa hanno partorito un cadavere. Lo vedi dal nervosismo con cui La Russa conta i voti sullo schermo in cortile, ma come si fa a dare credito a qualcuno che non controlla i suoi, «il vero problema è che non si può stringere un patto con chi non ha le truppe ». Lo senti nelle parole di Luciana Castellina, che appoggiata al suo bastone, altera, dice: «Non è che non sentano il mondo fuori, che non vedano le tessere che bruciano che non capiscano l’aria che si respira nel mondo: non vedono nemmeno il mondo dentro, non hanno nemmeno contezza dei loro».

Marini, per la terza volta nella sua vita tirato in ballo per una corsa a perdere, non lo meritava – si dispiace persino chi non gli vuol bene. Un massacro, «una gestione dissennata» la definisce il montiano Bruno Tabacci che ha votato scheda bianca e che descrive l’intesa fra Bersani e Berlusconi come «una trattativa umiliante in cui Berlusconi prendeva in mano i foglietti e li buttava via: Mattarella no, D’Alema insomma, facciamo Marini». Col risultato, si dicono tra loro tre deputati emiliani eletti fra Parma e Reggio, che «abbiamo dato l’impressione di accettare il candidato di Berlusconi e di non averlo nemmeno votato perché spaccati in due». Josefa Idem, che ha votato bianca: «Una lose-lose situation. Come ti muovi perdi. Quando è così bisogna cambiare schema di gioco. Anche a me arrivano i messaggi, io la sento la gente che mi parla. Sono convinta che la disciplina di partito sia essenziale, si vota chi ha deciso la maggioranza, ma in canoa se arrivo alla cascata scendo, non mi butto di sotto. Qui ci chiedono di sfracellarci ».
Nel centrodestra sono furiosi. C’è stato bisogno della stampella della Lega, per eleggere Marini, e non è bastata neanche quella. Eppure l’accordo era chiaro, spiega tonante Guido Crosetto. Marini avrebbe garantito l’incarico a Bersani, che avrebbe poi fatto un governo senza l’appoggio esplicito di Berlusconi ma coi voti della Lega. Anche Laura Puppato, che ha votato Rodotà: «Un bruttissimo pasticcio. Il minimo risultato col massimo sforzo. Nessuno riesce a capire perché le riforme si debbano fare con Berlusconi e non con i cinque stelle, che hanno proposto Rodotà e Prodi, una notevole apertura, no?, una possibilità».

Nessuno riesce a capire, nemmeno Anna Finocchiaro che da candidata alla presidenza del Senato aveva già scritto il suo discorso, «ruotava intorno al tema dell’impazienza, perché non c’è più tempo da perdere, io mi vergogno quando di fronte a quello che c’è fuori, la vita delle persone, mi chiedono cosa state facendo? Hanno ragione, bisogna essere impazienti», ma Bersani non ascolta nessuno, adesso è fuori a pranzo coi compagni che chiamano “il tortello magico”, i suoi consiglieri emiliani, è solo con loro. E neppure capisce, Anna Finocchiaro, e non solo lei, perché sia cambiato il metodo che ha portato all’elezione di Boldrini e Grasso, quello in nome del quale le è stato chiesto di farsi da parte. Si è smarrito, quel metodo, nel tragitto breve tra il Senato e il Quirinale. Dice Nichi Vendola, con un sorriso triste, che «Bersani mi ha detto che dei grillini non si fida perché lo insultano su Facebook. Ma la politica non è Fb!», almeno non solo. Berlusconi è livido, sussulta quando arriva un voto per Veronica Lario, la sua ultima possibilità di rientrare in gioco era tutta in questa intesa e difatti manda avanti Alfano a insistere: proviamo ancora, chiede. Proviamo a eleggere D’Alema al quarto scrutinio, quello in cui bastano 504 voti, coi consensi di una parte del Pdl e di una parte del centrosinistra. La partita si sposta su D’Alema, ora. D’Alema contro Prodi. «Ma perché il Pd e Sel dovrebbero accettare un candidato indicato dal centrodestra quanto possono eleggerne uno loro», si domanda Rosa Calipari, chiede la segretaria d’aula Caterina Pes, si dicono i giovani neoeletti che dovrebbero aver paura di non essere rieletti ma non ce l’hanno, evidentemente, invece. E poi chi ha detto che Rodotà scioglierebbe le Camere, dice Fico dei Cinque stelle, chi ha detto che non si possa governare, invece, e fare le riforme che servono. Alessandra Mussolini prova a immaginare un Prodi presidente che dia l’incarico a Rodotà. Chissà se è per questo che prende tanti voti alla seconda, inutile votazione. In un altro pomeriggio perso, quello del secondo voto in bianco («vincerà, questa Scheda Bianca», ridono sullo scranno Grasso e Boldrini), corrono i nomi di Rocco Siffredi la pornostar, di Trapattoni, un voto ad Arnaldo Forlani in memoria del suo ’92, la Caporetto sua e della Dc. Ci vollero altre dieci votazioni, allora, per arrivare a Scalfaro. Soprattutto, disgraziatamente, ci volle Capaci.

È buio a Roma quando il decano dei commessi sgombra la sala stampa. Sarà D’Alema, vedrete, dice agli ultimi che accompagna alla porta. Pazienza per il mondo fuori: questa è la fortezza Bastiani, è l’ultimo giro di giostra della vecchia politica, l’ultima partita dei condannati a morte. A meno che la notte, come sempre accade da che Quirinale è Quirinale, non porti consiglio. E allora chissà se la domanda semplice – ma perché non Rodotà? – o una candidata fin qui non emersa – Severino? Fernanda Contri? Ma davvero abbiamo scartato Emma Bonino? – non riesca ad avere ragione della dissennatezza, della paura, del calcolo. Napolitano, dal Colle, vigila e ascolta, se necessario chiama.


Show Comments: OR