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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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mercoledì 10 aprile 2013

Grattacieli e favelas gli enigmi della città


La domanda è sempre la stessa: di che parliamo quando diciamo “città”, o "urbanizzazione"? Dalla recensione non sembra che il  nuovo libro di Glaeser sul “trionfo delle città” aiuti a comprenderlo. La Repubblica, 10 aprile 2013

Esce il saggio di Edward Glaeser sul trionfo dell’urbanesimo. In questo libro «osserveremo da vicino ciò che rende le città l’invenzione più grande della nostra specie», si legge nelle prime pagine del libro di Edward Glaeser dal titolo inequivocabile Il trionfo delle città. Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi e felici (Bompiani, pagg. 586, euro 23, trad. Giuseppe Bernardi). Il professore di economia ad Harvard guarda la città da un angolo insolito, ché l’urbanesimo da sempre è terreno privilegiato da storici e sociologi: l’autore conosce bene la letteratura anglo-americana, in bibliografia trovo isolato Pirenne, non Cattaneo, né Engels e potrei continuare su clamorose assenze.

La demografia è un filo rosso perché attraverso essa si legge in modo lampante come quella della città sia stata un’ascesa irresistibile: Glaeser si muove nelle metropoli occidentali e, con pari destrezza, tra le sconfinate metropoli asiatiche e sudamericane. Si capisce dai nove capitoli che non ha problemi agorafobici e più sono grandi le città — l’area di Tokyo conta 36 milioni di anime, Mumbai e Shanghai 12 — più gli piacciono. Il suo entusiasmo tocca l’acme quando beve una birra sulla spiaggia di Ipanema a Rio, uno degli spazi più “edonistici” che ci siano al mondo, ma non gli sfuggono le favelas che l’assediano. Platone d’altronde scriveva che qualunque città è divisa in due: la città dei poveri e quella dei ricchi. Nulla di nuovo sotto il cielo: tanti uomini senza alcuna speranza si accalcano in città fin dal tempo della rivoluzione industriale che Engels studiò così bene a Manchester. Per sfuggire all’idiotismo delle campagne scrisse Marx, dove la vita era più ingrata che non nella sordida Londra di Dickens o nella fetida Parigi distrutta dal barone Haussmann. Ma quando si mostra orrore per le favelas ce ne dimentichiamo, dice Glaeser. In Ancien Régime
le capitali europee erano devastate da epidemie che periodicamente falcidiavano le popolazioni. Oggi le condizioni igieniche e sanitarie sono migliori anche a Mumbai e le possibilità di sopravvivenza negli slum di Detroit sono preferibili a devastate campagne. Va da sé che l’attenzione sugli States è dominante, e nelle analisi sulla caduta e la rinascita di New York negli ultimi decenni l’economista dà il meglio. Un economista che ha spiccata sensibilità per l’organizzazione urbanistica, il sistema dei trasporti, il governo della città: una propensione che fa difetto ai suoi colleghi che assai spesso muovono le loro analisi o previsioni, come se il dollaro o lo yen fossero fiches su un tavolo verde. Così non è, e Glaeser l’ha capito benissimo, ché le città sono fatte di fiumi, coste, montagne e la geografia si riprende una rivincita sulle vicende della storia e dell’econometria.

Le sette piaghe dell’urbanesimo contemporaneo sono al centro del volume: le alte densità creano problemi enormi alla salute dei poveri e le soluzioni fanno capo a una governance energica e ciò ha richiesto enormi investimenti; com’è accaduto a New York e, più di recente, a Shanghai che è una «città pulita e sicura». Già, è questo un altro problema che tanti saggi hanno studiato, ma soprattutto tanti film ci hanno mostrato con crudele evidenza. I problemi della povertà e della delinquenza — un groviglio che è difficile sciogliere — non possono essere affrontati dalla “signora della porta accanto”, che ha la sventura di abitare vicina a un ghetto di immigrati, va affrontato non in sede locale, ma dal governo centrale. Aspetto politico ed economico nelle competenze specifiche dell’autore: in Italia siamo ben lungi dall’averlo capito. Ancora: «Gli interventi estetici non possono mai sostituire gli elementi fondamentali della realtà urbana », scrive Glaeser: vien di pensare al Metrò dell’Arte, specchietto per le allodole a spese del contribuente, in una (piccola) città come Napoli che ha tutte le piaghe dell’urbanesimo contemporaneo.

La fortuna di Shanghai e di Hong Kong non è dovuta alla selva di grattacieli pagati dai privati, ma dalla libertà economica di cui hanno goduto e dalla capacità di far prosperare i loro Pil: i grattacieli delle archistar sono venuti dopo, a decollo economico avviato. Dubai, che non ebbe mai l’opportunità di divenire città imperiale, deve la sua prosperità al porto che è divenuto un centro di scambio d’oro nero proprio o proveniente da altri paesi, come l’Arabia Saudita. Mi vien di pensare che Palermo — alla lettera “città tutta porto” — è al centro del Mediterraneo con un porto ridotto alla sopravvivenza, come quelli di Genova e Napoli. India e Cina sono destinate a divenire un concentrato di conurbazioni, anche se i tempi potranno essere più o meno rapidi. È una facile previsione che ogni indagine, compresa quella dell’autore, largamente confermano.

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