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PONTE MORANDI UN ANNO DOPO

PONTE MORANDI UN ANNO DOPO
Il 14 agosto di un anno fa, uno degli emblemi della 'modernità' crollava, trascinando con se 43 persone e travolgendo la vita di centinaia di sfollati e di una regione intera. Un episodio che avrebbe dovuto mettere in discussione la logica perversa che sta facendo marcire l'infrastruttura fisica e sociale del nostro paese. A un anno dal dramma nulla è cambiato, prosegue il disprezzo per la manutenzione, la sicurezza e la tutela dell'ambiente: nessuna revoca delle concessioni ai privati (interessati solo ai profitti) e finanziamenti al 'nuovo', dove corruzione, speculazione e interessi particolari possono fare i loro porci comodi. In Italia metà delle concessioni autostradali fanno riferimento a società collegate alla famiglia Benetton, che non sono un modello di imprenditoria ma emblemi di sfruttamento umano e ambientale. (ib & es)

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domenica 28 aprile 2013

Dubrovnik alla disfida del golf

In cambio di mille posti di lavoro un campo da golf: ma «serve solo come scusa per un vero e proprio grande sviluppo immobiliare». Oggi il referendum. La Repubblica, 28 aprile 2013

Croazia. Referendum per far nascere struttura miliardaria sulla collina di Srdj, da dove si gode una magnifica vista sul cuore medievale della città. Ma i contrari insorgono: un gioiello sarà devastato

Un campo da golf per cambiare il volto alla splendida Dubrovnik, la perla medievale croata, l'ex Ragusa, autentico gioiello sull'"altra" sponda dell'Adriatico. In megllio, o forse no. Oggi la città croata deciderà con un referendum popolare se avallare o meno la costruzione di un massiccio complesso sportivo-residenziale, il cui cuore è appunto un green progettato dall'ex fuoriclasse australiano Greg Norman, che da quando ha smesso di competere si è specializzato nella creazione di nuovi terreni di gara - ne ha già varati più di 70 in tutto il mondo.

Una struttura che annovererebbe hotel e ristoranti, sulla collina di Srdj, da dove si gode una magnifica vista "aerea" sulle mura cittadine Patrimonio Unesco e sul mare azzurro intenso che le circonda, ma che quella collina, dal basso, potrebbe deturpare in modo irreversibile. Da qui, la nascita di due partiti opposti e il conseguente referendum, che tra l'altro precede di poco l'ingresso (1° luglio) della Croazia nella Ue come 28mo stato ed è per questo considerato di grande importanza per il Paese. I favorevoli, infatti, non mancano di rimarcare che un eventuale "no" popolare potrebbe avere esiti poco favorevoli sui possibili futuri investimenti stranieri a Zagabria. Un piano da 1,1 miliardi di euro. Campi da golf, appunto, ma anche ville, hotel, campi da tennis e club di equitazione, oltre che ristoranti. La struttura dovrebbe essere collocata su un'area di 300 ettari a 415 metri di altezza sulla collina Srdj, dove oggi ci sono solo una funivia che la collega con la fortezza, un ristorante, un negozio di souvenir e il piccolo villaggio di Bosanka, con una trentina di case.

I favorevoli. "1000 posti di lavoro". E i residenti di Bosanka sono favorevoli al parco. Il terreno roccioso sul quale dovrebbe sorgere, non coltivabile, è tutto di proprietà privata e gli investitori stranieri hanno già pagato ai proprietari un primo anticipo di circa 100mila euro. I favorevoli al sì sottolineano che il progetto fornirà mille nuovi posti di lavoro a Dubrovnik e attirerà nella zona ricchi turisti amanti del golf, estendendo la stagione turistica che solitamente si limita ai due mesi estivi. Maja Frenkel, a capo del gruppo israeliano Razvoj Golf che è il principale investitore, sottolinea come il fatto stesso che sia stato indetto un referendum costituisca di per sé un segnale sbagliato nei confronti dei potenziali investitori stranieri. "Purtroppo il messaggio è già stato inviato - afferma -. "Non importa quale sarà il risultato del referendum, penso che ogni altro investitore starà molto attento a come si evolverà il nostro progetto e ci penserà due volte prima di venire in Croazia, dove ci sono procedure di investimento poco chiare".

I contrari. "Scenario rovinato". Le repliche dei contrari, sottolineano il rischio di vedere rovinato il panorama della "perla dell'Adriatico", celebre per i suoi contrasti di colori con le mura di cinta medievali, le case di pietra dai tetti rossi e il mare colore acquamarina circondato dal verde della collina. Per i sostenitori del "no", l'esclusivo complesso pone anche dei rischi ambientali e in ogni caso non porterebbe guadagni ai residenti della città, ma soprattutto agli investitori stranieri. "Non si tratta affatto di un progetto di golf", afferma Enes Cerimagic, membro del gruppo che porta avanti una campagna contro la struttura. "Il golf serve solo come scusa per un vero e proprio grande sviluppo immobiliare", sostiene.


La Croazia si è separata dalla Jugoslavia nelle guerre degli anni '90 e sta attraversando una dolorosa fase di transizione all'economica di mercato. Le privatizzazioni e la chiusura di fabbriche un tempo prospere hanno portato a un livello alto di disoccupazione. L'economia si basa in gran parte sul turismo, che porta ogni anno un giro d'affari da 7 miliardi di euro. Il Paese, 4,2 milioni di abitanti, gode di una costa spettacolare sull'Adriatico con diverse isole, che attirano molti visitatori soprattutto nel periodo estivo. Per il sindaco di Dubrovnik, Andro Vlahusic, il referendum di oggi è un segno dello sviluppo democratico della Croazia nell'era post-comunista. Ma spera che alla fine prevalga il "sì". "Quell'area è stata trascurata per 15 secoli", dice. In quel periodo ci sono stati due progetti di costruire nella zona: uno prevedeva la costruzione di una stazione ferroviaria e l'altro il complesso per il golf. "Fra la stazione e il golf - dice - molto meglio il golf". L'ingresso della Croazia nella Ue rischia di portare un altro piccolo problema per Dubrovnik in particolare. Per ragioni storiche, infatti, la città è separata da secoli dal resto della Croazia: un'exclave in territorio bosniaco, per raggiungere la quale, dalla Ue, bisognerà attraversare due confini. Verosimilmente con problemi superiori rispetto ad ora, che né Bosnia Erzegovina né Croazia sono parte dell'Unione

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